martedì, marzo 16, 2010

Il paese delle nevi

« Nel boschetto di cedri di fronte, le libellule si dondolavano in sciami innumerevoli come steli di bocche di leone al vento.»


Yasunari Kawabata

domenica, marzo 14, 2010

Arredare

Senza accorgermi costruisco il mio piccolo mondo, appendo quadri alle pareti e realizzo stencil sul tavolo laccato di rosa. Mi stanco subito. Riconosco i dettagli, sono quelli che ho progettato per una vita, quelli per cui ho raccolto le forze, ho pure un bel fermaglio tra i capelli. Eppure non ho visione d'insieme. Mi stanco perché ho chiari solo i dettagli e non l'immagine d'insieme. Dovrebbe essere tutto bianco, verde e legno, ma c'è anche un tavolo rosa, vernice color crema aperta su un foglio di giornale. Attraverso velocemente il corridoio alle cui pareti ho appeso fogli e appunti con tutti i particolari e quando alla fine mi volto per raccogliere le idee, ho come la sensazione che ad unirli tutti ci vorrebbe davvero pessimo gusto.
E non si tratta di rinunciare a qualcosa, che forse quello sarebbe più semplice. E non mi sembra nemmeno una questione di tempo, che se la colla dietro i post-it si asciugasse potrei sempre rimetterli su con lo scotch. E non voglio mettere il tavolo rosa e la vernice crema nel ripostiglio per non avere adesso l'ingombro.
E' proprio la visione d'insieme che non va. E non so come risolvere con buon gusto.

sabato, marzo 13, 2010

C'era una finestra da cui gli uomini del mio passato mi vedevano nuda.
C'erano pantaloni pieni di minestroni scongelati.
C'era qualcuno che sparava e qualcuno che mi puntava una pistola alla testa.
C'ero io ma non c'ero.
C'era un cane morto, che si chiamava come il mio cane morto.
C'era qualcuno che piangeva disperatamente per aver perso qualcuno.
C'era da consolare qualcuno che era inconsolabile.
C'era da fargli una carezza forte e farlo poggiare sul petto per piangere.
C'era da salire su un treno.
C'era da viaggiare.
C'era da scendere.
C'era da lavarsi per via del minestrone.
C'era una vecchia amica.
Qualcuno aspettava davanti alla porta di un bagno.
Poi non era un bagno davanti alla cui porta c'era da attendere, e io ho aperto la porta.
C'era chi sentiva il bisogno d'essere ringraziato.
Non era giusto farlo, ma sentivo comunque il bisogno di ringraziare.
Alla fine non ho ringraziato.
C'era un bagno allagato d'acqua blu e disinfettante.
C'era un bagno che era una sala parto, di origami.
C'era un omino di carta diventato papà che mi salutava meccanicamente con il braccio di carta, verde.
Mi lavavo il viso.
Facevo fatica a far rientrare sempre tutto nella borsa.
Avevo paura di dimenticare qualcosa.
C'era un treno in ritardo.
C'era la foto di una spiaggia piena di conchiglie con una scritta "auguri" di cioccolato bianco.
C'era qualcuno che mi chiedeva di commuovermi sulla foto, per farmi una foto.
Non volevo ma poi di nascosto mi commuovevo, e speravo se ne accorgesse.
Alla fine si è commossa pure lei, rileggendo un vecchio diario.
C'era una corsa lungo un corridoio.
C'era qualcuno che mi veniva incontro ma era in mezzo alle persone sbagliate.
C'era qualcuno da cui mi nascondevo.
Qualcuno viaggiava in camper e gli era appena morto il cane.
C'ero io che mi rivestivo mentre avvertivo che il treno in ritardo era finalmente arrivato.
C'era il mio passato e il mio futuro che correvano lungo i binari per prendere il treno.
C'era il dubbio che il treno in realtà non fosse ancora arrivato.
Non c'era nessuna finestra da cui controllare se fosse arrivato e poi c'era.
Era arrivato ma io avevo ancora troppe cose da raccogliere per non dimenticarle.
Avevo l'ansia e niente entrava nella valigia.
Il treno stava partendo e a me veniva da piangere per la fretta.
Stavo per decidere di lasciar perdere, di non prenderlo, di aspettare il prossimo che è pure meglio, così ho più tempo per me...
ma...
alla fine, mi sono svegliata. e dopo tanti anni, mi sono seduta a scrivere la mattina presto.
...che è un po' come prendere un treno nel freddo dell'alba.

Il mio primo ventottesimo.

Ho scoperto che posso cucinare otto ore di fila, solo immaginando che qualcuno sia felice di assaggiare quello che ho preparato.
Ho scoperto che sui petali delle orchidee bianche c'è una brina asciutta brillante, bellissima.
Ho scoperto che avere un'amica pronta ad aiutarti con un dolce anche se sommersa dagli impegni, è l'affetto incondizionato.
Ho scoperto che qualcuno ci teneva ad essere il primo a mezzanotte.
Ho scoperto che in Turchia il festeggiato non muove un dito.
Ho scoperto che avere un'amica turca è ancora meglio che non muovere un dito, è un dono.
Ho scoperto che puoi ricordarti di fare gli auguri a qualcuno anche se:
stai dormendo in piedi
è solo una nipote acquisita
sei dall'altro lato del mondo
stai strisciando come un verme sullo snowboard
sei in mezzo ad una riunione di lavoro
hai letto chissà quando quella data.
Ho scoperto che quando urlando in macchina di aver visto un airone, quasi ci ammazziamo, ne vale la pena, perché quello è un airone davvero.
Ho scoperto che ci si può commuovere augurando a qualcuno una vita felice.
Ho scoperto che la bellezza di un giorno così, sono i gesti inattesi e gratuiti.

Ho scoperto più di ogni altra, una cosa, fondamentale...
...che non voglio mai perdere questo senso di sorpresa,
quando scopro che qualcuno mi vuole bene.



venerdì, marzo 12, 2010

Sono un pesce rosso?

L'haiku più bello che ho mai letto era in un libro. Ora non ricordo più il libro, nè l'haiku.


martedì, marzo 09, 2010

"Un gran cespuglio di rose stava presso all'ingresso del giardino. Le rose germogliate erano bianche, ma v'erano lì intorno tre giardinieri occupati a dipingerle rosse. "È strano!" pensò Alice, e s'avvicinò per osservarli [...] Volete gentilmente dirmi, — domandò Alice, con molta timidezza, — perchè state dipingendo quelle rose? Cinque e Sette non risposero, ma diedero uno sguardo a Due. Due disse allora sottovoce: — Perchè questo qui doveva essere un rosaio di rose rosse. Per isbaglio ne abbiamo piantato uno di rose bianche. Se la Regina se ne avvedesse, ci farebbe tagliare le teste a tutti."
Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie.


Qualcuno una volta mi disse di aver scelto solo rose bianche. Rose bianche, "perché a colorarle avrei dovuto pensarci io", mi spiegò con pazienza, lentamente. E sì, credo saranno stati splendidi fiori bianchi, quelli, quel giorno, in quella chiesa. Stupende rose, bianche. Perché i fiori bianchi, sono fiori di neve e zucchero, fiori cui puoi vedere, senza stanchezza dello sguardo, le nervature più sottili e le imperfezioni più nascoste. I fiori bianchi sono di sale e porcellana, sono denti e avorio. E io me li immagino quei fiori, bianchi.

Dipingi le tue rose, finché ne hai la forza e il desiderio. E' così che dev'essere l'amore.
E non c'è nulla di più romantico e coraggioso della mano che tenta di dipingerli, quei fiori.

Eppure... come se dipingere fosse anche affare mio, pur col miglior sforzo d'ingegno e fantasia, non riesco a immaginarle, quelle rose... se non bianche.

Così evidentemente non mi è più chiaro se poco importa che alla fine almeno una si sia tinta o se è un'idea un po' bizzarra pensare di dipingerla di rosso, una rosa nata bianca.

In ogni caso, tagliatemi la testa se non trovassi una risposta.

lunedì, marzo 08, 2010

Sei donna quando lasci che ti si faccia ridere dopo aver pianto.
Sei donna quando scendi da un tacco alto e non resti in punta di piedi.
Sei donna quando le tue ciglia nere chiudendosi lentamente scatenano tempeste.
Sei donna quando vesti gli abiti più trasandati e il passo è ugualmente sicuro e determinato.
Sei donna quando sulle tue mani nessun odore è volgare.
Sei donna quando nel buio della notte le tue labbra appaiono comunque rosee.
Sei donna quando aggiungi la vaniglia ma il tuo odore è sempre più dolce.
Sei donna quando un uomo ti cede il passo.
Sei donna quando lo cedi con imbarazzo e dignità.
Sei donna quando un nodo tra i capelli è più facile da sciogliere di uno in gola.
Sei donna quando una mano in grembo è un desiderio timido e inatteso.
Sei donna quando hai braccia tanto forti da sostenere le spalle stanche del tuo uomo.
Sei donna quando un capello bianco è motivo d'orgoglio e non vergogna.
Sei donna quando sei gelosa del suo sguardo.
Sei donna quando fingi che con un cerotto o un po' di fiducia passa tutto.
Sei donna quando non lasci che il trucco sceso macchi la spalla della sua camicia.
Sei donna quando una mano sul fianco ti appunta al mondo e ti solleva in braccio.
Sei donna quando i capelli arruffati vogliono dire che sei felice.
Sei donna quando non distingui più le curve del tuo corpo dalle sue in un abbraccio.
 ...quando è solo un modo d'essere. uno dei due.

L'amore acerbo.

Regalò un carillon a mio padre. Io sono quel carillon.

venerdì, marzo 05, 2010

Il riso al latte

Ingredienti

1/2 tazza di riso
10 tazze di latte
2 tazze di zucchero
1 bastoncino di vaniglia
1 cucchiaio di cannella in polvere
1 pezzetto di scorza di limone
4 tazze d'acqua tiepida

Preparazione

Lascia a bagno il riso in acqua tiepida per mezz'ora. Scolalo. Fallo bollire nel latte con il bastoncino di vaniglia a fuoco lento fino a quando non sarà morbido (più o meno mezz'ora). Unisci lo zucchero e la scorza di limone e lascia bollire piano a fuoco basso, mescolando di tanto in tanto per non farlo attaccare, fino a quando si sarà asciugato (su per giù un'altra mezz'ora). Mettilo in un piatto da portata, in coppette, lascialo raffreddare in frigorifero e prima di servirlo copri con un velo di cannella in polvere.

...perché il riso a latte puoi mangiarlo solo dentro tazze colorate.
...perché piaceva anche alla mia nonna ma io non lo sapevo.
...perché è un desiderio ricorrente.
...perché è di un bianco puro.
...perché lo preparerò ai miei bambini nei giorni in cui saranno tristi.
...perché lo preparerò ai miei bambini anche nei giorni più felici, così che sappia loro ricordarglieli.
...perché oggi, ho molto freddo.

giovedì, marzo 04, 2010

Un patto col diavolo.

Io lo faccio questo patto. Firmo dove e come vuoi.
Anche subito, va bene. Se non reggo, tu l'hai vinta. Ti seguirò senza proteste. Non beffarti, non è detto. Hai l'eterno dalla tua? Io mi accontento della mia. Fino all'ultimo, sta bene. Decidiamone il  colore. Vuoi far tu seguendo gli anni? Non le voglio tutte nere. Puoi cambiare a mia insaputa, sì, accetto, cosa importa.
Tu sta attento, che se vinco, non mi avrai e sarò terra.
Segna, avanti, le mie tracce, indelebili, s'intende. Le avrò alle spalle sin da ora e sarà chiaro ciò che ho fatto. Non potrò fingere, lo so. Mi sta bene il mio passato, inizia pure non lo temo. Immaginerò siano rotte già percorse o stelle guida abbandonate. Ma avrò tregua poi alla fine, e tu le fiamme.

Un fiore per terra

Non è poi così facile accettare che i piccoli gesti possono stravolgerti la vita. Ti aspetti sempre siano le grandi verità a cambiare la tua percezione delle cose, gli ingressi trionfali e le uscite di scena. Così siedi spesso sul tuo sgabello alto e solido e stai a guardarla, la tua vita. Se sei paziente puoi aspettare anche degli anni. Se sei vigliacco pure, pure qualche anno in più o un attimo di troppo. E' sorprendente del resto come a volte si stia talmente impettiti, naso insù, cercando maestosi e imponenti cambiamenti all'orizzonte, che non ci si accorge del non pretenzioso e magico accadere delle cose. Non sottovaluterei poi la possibilità che sia necessario portare un grosso peso sulle spalle ed esser costretti a tener lo sguardo basso, per notare il piccolo fluire degli eventi.
Così, stasera, è stato incredibilmente confortante sentir bussare alla mia porta e trovar qualcuno con una zuppa calda tra le mani e un budino al cioccolato, solo per me. Talmente confortante che non ho più nessuna voglia di risalire ancora sul mio sgabello alto e solido. E anzi...
ho avuto una mezza idea di piazzarlo sotto il mondo, il mio di mondo, sotto tutto quanto, lo sgabello.

martedì, marzo 02, 2010

La stanza rossa

La stanza rossa non è rossa.
Nella stanza rossa c'è una porta che è aperta.
La stanza rossa è stretta e lunga, non troppo stretta, non troppo lunga.

Se ti metti sulla porta e la osservi in prospettiva, vedrai a lato tre finestre alte ad arco.
Vetri molto puliti, tende lunghe e ben raccolte, mutevole il paesaggio, i muri intonsi, un comodo divano.
Un divano bianco, per tre posti, tre sagome marcate.
Non riuscirei ad affacciarmi davanti alle finestre, mi lascerei nascondere dalla parete e sbircerei fuori con cautela.
Non sopporterei che qualcuno dalla strada veda dentro mentre guardo.
Nella stanza rossa, in un angolo, c'è qualcosa di bianco, morbido e brillante, ma...
non appena mi avvicino, cambia forma e mi spaventa.

La stanza rossa sembra la stanza di un castello, potrebbe anche piacermi trascorrervi del tempo...
ma quando finalmente vi entrerò, riporterò quel dondolo nell'angolo e metterò rose rosse dappertutto.