giovedì, settembre 08, 2011

Le storie di me che tesso per me | Musica, una storia che scrivo per te

"...riuscii a trattenermi e non le chiesi cosa sentisse.
Le foglie del tè erano al fondo ed iniziavano ad asciugarsi di nuovo."



Mi chiese di scrivere una storia. Ascoltai ogni canzone di quella lista, una dopo l'altra, ogni notte, in metropolitana, mentre lavoravo e lavavo i piatti. Le ascoltai come mantra, le ascoltai credendo di dover trovar dentro un significato, un senso, un segno. Poi, nulla. Nessuna idea, nessun lampo, niente da raccontare. C'era una storia, delle storie tra quelle canzoni, attimi e momenti, e alcuni mi sembrava di riuscire ad immaginarli perfettamente. Ma non c'era nulla che mi sembrasse importante, nulla che valesse un racconto, non c'era una storia unica e assoluta. Così tornai da lei e le restituii sconfitta la sua lista.
Non c'è storia, le dissi. Lei mi sorrise. Non c'è musica forse, rispose strizzandomi l'occhio.
Ci sedemmo nello stesso bar, allo stesso tavolo, con la stessa cameriera e nessuna bicicletta legata in strada. Due caffè, chiesi. Non mi piace il caffè, lo sai, mi rimproverò. Lo so, ma abbiamo bisogno di roba forte, le spiegai secca, ridendo. Che c'è? Me lo spieghi? Mi hai fatto tornare in questo bar e per fortuna oggi non piove, ma che ci facciamo qui? mi incalzò mentre ancora ordinavo la colazione. Aspetta un attimo, risposi, e finii di ordinare.
Perché hai ordinato anche i pancake? mi chiese. Erano in una delle tue storie, replicai sorridendo. E lei di rimando sorrise di più.
Il punto, iniziai a spiegarle, è che io tra quelle canzoni non sono riuscita a trovare te. Ti ho cercata, ti ho inseguita, ti ho visto ragazzina, ho capito che non dovevo cercarti in Buonvino, ma erano tutti pezzi slegati. Quella che sei adesso, dov'è?
Era una domanda ruvida, fatta in modo troppo brusco e sapevo d'essere invadente. Così aggiunsi... Io voglio scrivere di lei, di te, attraverso quelle storie ma senza farti attraversare il passato. Potrei scrivere una storia per ognuna di quelle canzoni, ma non è La storia.
Lei mi ascoltava, sorrideva ancora e ancora, ogni tanto si distraeva schiacciando con il dito dei granelli di zucchero sul tavolo. Non parlava, sorrideva compiaciuta e basta.
Sorridi perché sto dicendo un sacco di cose senza senso? domandai a quel punto. No! mi rispose. Continua... mi chiese.
Ho finito, non la so scrivere, ecco, tutto qui, conclusi. Mi guardò con un'espressione felice e soddisfatta. Perché mi guardi così? domandai ancora, sorridendo anch'io stavolta.
Vedi... iniziò... quando ti chiesi di scrivere quella storia, non avevo idea di quanto fosse complicato. Speravo che bastasse farti ascoltare quelle canzoni, rivivere le mie storie, per farti trovare un filo logico. Sapevo, ero sicura, che tu avresti saputo raccontare ognuna di quelle canzoni e creare una storia unica e ricca, che bastasse a se stessa, come un collage.
L'ascoltavo e già sentivo crescere in me il fastidio per averla delusa, per non essere stata all'altezza. Iniziavo a cercare dentro di me il modo di giustificarmi, di spiegarle perché non ero riuscita a scriverla, la sua storia. Lei se ne accorse e si fermò. Perché ti sei fermata? Vai avanti, le dissi aspra. Lei capì e continuò.
Poi, ripensando a quel pomeriggio al bar, mi sono ricordata del tuo silenzio. Del mio? dissi. Sì, del tuo silenzio quando ti diedi la lista. Restasti in silenzio e lì io capii che tu sapevi di non dover chiedere perché non sento la musica. Sarebbe stata la domanda sbagliata, avrebbe rovinato tutto. E tu l'hai capito.
Io non riuscivo più a seguirla, cercai di riflettere ed era tutto confuso. Non riesco a capire e non ho saputo scrivere la tua storia, mi dispiace, le dissi quasi sottovoce.
Lei prese un granello di zucchero e me lo mise sulla mano, io alzai lo sguardo e vidi che sorrideva raggiante. Un gesto inutile, pensai.
Ecco, disse, è un momento come questo. Il pensiero che stai facendo adesso, il pensiero che hai fatto quel pomeriggio quando non mi hai chiesto il perché o quando non hai domandato cosa diavolo stessi ascoltando nella mia testa, visto che non c'era alcuna musica nell'aria. Mi capisci?
Restai in silenzio e lentamente mi sentii sorridere. Avevo capito ed era anche semplice.
...nella musica non ci sono questi silenzi, la musica non sa descrivere l'attimo in cui questo granello di zucchero poggia sulla mano e il pensiero che ne segue. Lo può scrivere, ma non ha suono, come non ha suono lo zucchero che scivola nel tè ed è una danza, come non ha suono la danza del pulviscolo di polvere nella luce del sole mentre la guardi o non ha suono quella ventata che ti avvolge e ti confonde i sensi mentre sei seduto per terra e aspetti qualcuno. Non ha suono l'odore dell'aria in un'isola lontana mentre qualcuno promette di proteggerti. Non ha suono il sapore dello sciroppo d'acero sui pancake. Non ne ha nemmeno il colore di un taxi mentre vi chiedete chi è dei due ad andar via. Puoi descriverlo, ma non ha suono, né parole. Sono quegli attimi lì, gli attimi impercettibili in cui è fantasia solo il rumore della realtà, quelli in cui una storia, La storia, prende senso...
Ma non ricordo se queste ultime parole, le dissi io o lei.


2 commenti:

sabrina ancarola ha detto...

♥ mi ci voleva, grazie

Ale ha detto...

tu, questo post puoi capirlo, lo so. tu la musica la senti ma riesci a sentire anche i silenzi, l'ho visto. ♥