sabato, agosto 20, 2011

Le storie di me che tesso per me | Musica

La maniglia della porta era fredda e appena entrata mi tolsi la sciarpa. Mi assalì un forte odore di zucchero e caffè e brioche, scorsi con lo sguardo i tavoli, cercandola. Vidi studenti chini a leggere o a ridere e fumare, un uomo d'affari con lo sguardo perso e le mani giunte sulla tazza calda, due donne che sfogliavano una rivista d'abiti da sposa e lì, vicino alla finestra, lei. Aveva i capelli raccolti con dei ciuffi che le scendevano sul viso, le guance arrossate e gli occhi chiusi col naso all'insù. Muoveva leggermente la testa, come se ascoltasse una musica invisibile. Sono tutt'orecchi, le dissi sorridendo mentre mi avvicinavo al tavolo. Eccoti! rispose.
Si dondolò un po' sulla sedia mettendo prima un mano e poi l'altra sotto di sé, sembrava un pinguino. Mi guardò mentre appesi il cappotto alle mie spalle. Hai già ordinato? chiesi. Sì, poco prima che arrivassi, disse alzandosi per far cenno alla cameriera di tornare. Mi sedetti mentre già lei ordinava anche per me. Due tè al latte, domandò. Due tè al latte, ok, qualcosa da mangiare per colazione? fece, gentile, la cameriera. No, per ora nulla, grazie, aggiunsi io.
Ho pensato ad una storia per te, una storia da scrivere, mi disse subito. Che storia? Raccontamela, risposi poggiando il viso tra le mani e i gomiti sul tavolo. Sì! esclamò lei facendosi più seria. È una storia triste? chiesi. No, è una storia vera, replicò. Va bene, inizia, ti ascolto.
Hai mai letto Musica di Mishima? mi domandò prima di iniziare a raccontarmi. Sì, tanti anni fa, risposi. Bene, Reiko, la ragazza, dice al dottor Kazunori che non sente la musica, ricordi? Annuii. Alla fine era solo una metafora per spiegare al suo psicanalista che temeva d'essere frigida. Annuii ancora e lei continuò. Ecco, a me, quella frase lì "Io non sento la musica" al di là della metafora, mi ha sempre mandato in fissa. Ho sempre pensato che quella frase mi appartenga e che dovessi solo trovare il modo di riutilizzarla. E l'ho trovato.
Ci interruppe la cameriera poggiando sul tavolo le due teiere e le due tazze. In questa più piccola c'è il latte e qui lo zucchero, disse. Grazie, le risposi mentre, concentrata, giravo verso di me il manico della teiera più vicina. Di nulla! E tornò al bancone.
Stava guardando le foglie di tè dentro la sua teiera. Mi piace quando si distendono nell'acqua calda, è come se finalmente possano sgranchirsi, mi disse. Sorrisi.
Continua... le chiesi sollevando il coperchio della zuccheriera. Sì. Zucchero anche per me, mi rispose. Ti dicevo che quella frase, detta così, ha un senso bellissimo. Quel verbo, sentire, cambia sfumatura come se si facesse autunno all'improvviso. Mi guardava a tratti, per lo più fissava la finestra, assorta. Non è il solito sentire, come, chessò "Non ho sentito il campanello", è un sentire più profondo, più segreto e misterioso. In realtà credo che solo chi non lo sente, quel sentire, può capirlo. Era altrove e io cercavo di seguirla, seguendo, se non altro, la traiettoria del suo sguardo. Mi segui? chiese guardandomi dritta all'improvviso. Ci provo! Replicai ridendo. Ok! Rise.
La storia di cui devi scrivere è la storia di una donna che non sente la musica, mi disse tenendo la tazza a mezz'aria e guardandomi attraverso il buco del manico. Questo è plagio! Esclamai sorridendo. No! Posò la tazza con un tonfo. Non c'è metafora stavolta! Lei, la donna della storia, non sente la musica, non significa che sia frigida o che non l'ascolti! Mi incalzò, subito. E la storia dov'è? chiesi. La storia è una raccolta di canzoni, mi rispose. Io ti dò l'elenco e tu le ascolti. Quando hai finito di ascoltarle inizi a scrivere, mi spiegò. La guardavo, forse ero un po' confusa ma l'idea aveva qualcosa di interessante. E cosa scrivo? chiesi ancora. Non lo so. Ascoltale e quando le avrai sentite credo capirai che cosa scrivere. Oppure inventa, se preferisci.
Le finestre dei bar d'inverno mi sono sempre piaciute. Sembra che il legno trattenga a forza l'umidità per lasciare asciutto il vetro. Una galanteria insomma. Guardavo fuori e anche lei. Ero assorta e cercavo di capire che sforzo di fantasia mi ci sarebbe voluto per costruire una storia così. Lei richiuse gli occhi e ricominciò ad ascoltare la sua musica invisibile.
L'elenco ce l'hai già? Le chiesi. Sì, l'ho scritto su un foglietto. Me lo porse. Lo presi, sollevai la mia tazza, la tenni sospesa sotto le labbra soffiandoci dentro e iniziai a leggerlo

... l'elenco continuava, ne conoscevo solo alcune. La guardai e le chiesi se c'era un filo logico dentro quella raccolta. No, sono delle dediche, mi rispose. Ero tentata di chiederle altri dettagli, ma era prematuro, avrei dovuto prima ascoltarle. Va bene, conclusi. Presi il foglietto, lo piegai e lo misi sotto la zuccheriera.
Mi sembra una buona idea, mi disse pensando ad alta voce. Rimanemmo in silenzio, abbastanza soddisfatte entrambe e tutt'e due concentrate sul cane legato al manubrio della bicicletta posteggiata davanti al bar. Quando le vidi chiudere ancora una volta gli occhi e seguire il ritmo della sua musica invisibile riuscii a trattenermi e non le chiesi cosa sentisse.
Le foglie del tè erano al fondo ed iniziavano ad asciugarsi di nuovo.


2 commenti:

Baol ha detto...

Certe maniglie sono sempre troppo fredde, soprattutto quando ci si chiude una porta alle spalle

Ale ha detto...

se una maniglia è fredda con buona probabilità la porta è la soglia di un posto caldo. (dipende dalla prospettiva) :)