lunedì, settembre 24, 2012

Le storie di me che tesso per me | Io non sento la Musica

"Sono quegli attimi lì, gli attimi impercettibili in cui è fantasia solo il rumore della realtà, quelli in cui una storia, La storia, prende senso...
 Ma non ricordo se queste ultime parole, le dissi io o lei."


Le disse lei, poi ricordai, e si trattenne dal ridere. Per un attimo pensai che mi stesse prendendo in giro, non c'era da ridere, ma lei rideva.
Se proprio vuoi scriverla, vai a braccio.
A braccio? Come pensi che possa andare a braccio se devo scrivere una storia? La tua, poi.
Come adesso, fai come stai facendo adesso, va benissimo.
Non ricordo cos'altro accadde ma uscimmo dal bar ed era autunno, c'era una foglia secca davanti all'ingresso e lei col naso all'insù cercò l'albero da cui veniva. Non c'erano alberi e la schiacciò piano, porgendo l'orecchio curiosa.
Facemmo un patto, non avrei più ascoltato quell'elenco fino al nostro prossimo incontro. Mi avrebbe chiamato lei se c'era qualcosa da aggiungere, ma non chiamò.
Aspettai  una telefonata in primavera o una lettera con dentro una nuova canzone, e invece niente. Mi chiedevo se davvero nulla di nuovo fosse accaduto nella sua vita. Non le scrissi, né la chiamai. Aspettai a lungo finché un giorno mentre sfogliavo un catalogo d'arredamento, ripensai ad una di quelle canzoni, Elenco delle cose che non so di Lara.
Non riuscii a trattenermi e mancai al nostro patto. Non sapevo se quella canzone fosse una delle sue preferite o non le piacesse affatto, mi sedei e le scrissi subito. Le scrissi che avevo letto qualcosa su quel catalogo che in qualche modo mi aveva riportato alla mente Buonvino.
Era ora! Disse lei esultando al telefono nel cuore della notte.
È tardi in effetti, replicai io ridendo.
Ti ho aspettata, sai? Ti ho aspettata a lungo. Aveva la voce morbida e fresca, nonostante l'ora.
Tu aspettavi me? Ero io che aspettavo te! Le risposti subito di rimando.
Avevi voglia di scrivere o c'è qualcosa che vuoi chiedermi? Mi chiese.
Forse ho solo voglia di scrivere, le dissi con sincerità.
Allora fai come ti chiesi al bar, vai a braccio e scrivi finché ne hai voglia.
Volevo scrivere di lei a dire il vero, ma non ebbi il coraggio di chiederle della sua vita. Mi venne il dubbio che cercavo solo roba nuova su cui lavorare, e per pudore mi trattenni.
Non le ho ascoltate più nemmeno io, sai? A volte sembrava leggermi nel pensiero.
Perché? Le chiesi.
Avevi ragione tu, non c'ero io tra quelle canzoni. Hanno il sapore amaro della liquirizia. Mi sorprese.
Dici davvero?
Sì è amara la liquirizia!
Oh! Non intendevo quello! Sbottai.
Non c'ero io, c'era il passato. E c'eri anche tu, disse quasi sottovoce.
Io?
Non c'è musica senza qualcuno che l'ascolti e io ho scelto te per ascoltarla. La sua voce s'era fatta umida.
Piove, lo senti? Mi chiese.
Sì. Risposi subito, ma in realtà impiegai un attimo a capire.

Non so se quella notte fui io a tenere sveglia lei  o lei me, ma senza dir nulla mi accorsi così che non avevo nulla da scrivere.
Io non sento la musica, mi sussurrò un'ultima volta, leggera.
Erano le prime piogge d'autunno, rimasi in silenzio per lasciarle ascoltare le gocce sul vetro.
Non era un compito greve custodire il suo passato. Sentiva il presente e lì da qualche parte era iniziata La storia.
Non avrei più scritto. Misi in bocca una liquirizia e arricciai il naso, sollevata.





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