Eppure è come un riccio, non l'avvicino e quando m'avvicina punge più di un ago.
S'appallottola, è vero, e non per farsi coccolare.
Sta lì, ed io distante osservo cambiare le sue forme, nei mesi, incredibilmente veloce tra l'alba e la mattina, sorprendente nella confusione e nella solitudine profonda.
Talvolta m'assale, s'avvolge sul mio grembo, pesante come un sasso e, d'improvviso, senza che m'accorga s'arrampica in gola veloce fino agli occhi.
È morbido, 'sto riccio. Lo sento accoccolarsi tra le pieghe della vita, insolito e disteso.
Sono sua, credo a volte di pensare.
Accoglilo, mi hanno detto.
Ma è così pungente e solitario che non so davvero cosa farci. L'ho scacciato, ho provato ad ingnorarlo. Vorrei lasciarlo indietro, eppure in segreto m'è avvinghiato.
M'asseconda, vedo, e per dimenticarlo cerco di sommergerlo di cose da cui quieto si lascia seppellire. Corro indietro poi alle volte, e come avvinta lo riprendo.
Sono sua, sento a volte di pensare.
M'appartiene questo riccio. Che delle mie storie più incredibili questa forse è la più in-quieta, tenera e purtroppo in-finita.


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