giovedì, luglio 12, 2018

I tappeti elastici

Saltavo sui tappeti elastici, a cinque anni.
I tappeti elastici di via del Rotolo erano il mio gioco preferito, dopo il brucomela. E il brucomela era in assoluto il mio preferito perché potevo salirci con mia mamma, o mio papà mentre lei restava giù a salutarmi con la mano appena uscivo dalla mela.
Sui tappeti elastici invece potevi entrare solo se eri piccolo e si era piccoli fino a quindici anni, negli anni Ottanta.
Potevi saltare scalzo, ma meglio coi calzini, perché altrimenti le dita piccole dei piedi si incastravano nella rete, e ti facevi male.
Appena eri dentro, passando dalla gomma piuma al centro dell'elastico, le gambe diventavamo molli e precipitavi tutto storto sulle ginocchia.
Ma poi subito saltavi.
Saltavo.
Saltavo prima piano per prendere il ritmo, poi in lungo per cercare di superare tutto il tappeto con un salto, alla fine in alto. Prendevo un punto di riferimento e iniziavo a saltare sempre più su, su, ancora di più, "Papà guarda! Papà! Guarda! Mamma! Mamma!", fino a superarlo.
E appena lo superavo sceglievo un punto più in alto fino a trovarne uno irragiungibile.
A cinque anni.

A trentacinque, per quante gambe molli io abbia avuto, ho imparato a saltare distanze lontanissime.
Eppure ci sono dei giorni che sono come il brucomela.
Giorni in cui sono da sola, ed uscendo da qualcosa con tantissimi dubbi, paure, o dolori, vorrei ci fosse qualcuno lì pronto a rassicurarmi che per mano, adesso, si va a casa.

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