mercoledì, aprile 07, 2010

Tango disorientato

Da bambina mio padre mi sfidava ad arrampicarmi su di lui, mi guardava dall'alto in basso e mi diceva sorridendo «Sali », «su, forza, sali», ed erano le sue gambe, le sue spalle, la misura del mio mondo, l'altezza vertiginosa da raggiungere.
Non ci riuscivo quasi mai, a meno che lui non mi aiutasse, saltellavo per aggrapparmi più in alto possibile e poi salire. Sembrava che da un momento all'altro ci sarei riuscita e lui mi guardava sempre come se potessi davvero riuscirci.
Restavo sui suoi piedi, attaccata ai suoi pantaloni, aspettando che mi prendesse in braccio o mi portasse in giro, così.
Camminavo sui suoi passi, senza fatica, senza peso, senza direzione, ed un suo passo accorciava più velocemente le mie distanze. Mi affidavo, perché la sua strada non poteva che essere la mia.
Quando mi prendeva in braccio, allora non era importante il mondo dei grandi, come poco importava arrivare al bancone del bar o non essere alla portata del naso di un cane, erano le sue braccia, che mi tenevano seduta e dritta. Era il suo abbraccio, che desideravo, che mi avrebbe difesa da qualunque cosa, anche dalle mie distrazioni e dalle mie paure.

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