venerdì, febbraio 22, 2013

Ed ho fatto una fatica immensa per arrivare sin qui. Ho scalato montagne di dubbi e indecisioni. Ho lasciato briciole di oggetti per città e case. Mi sono alzata in piedi un'infinità di volte. Mi sono perdonata il tempo perso e ho imparato a convivere con gli errori che mi sembravano imperdonabili.
Ho battuto le ciglia un numero spropositato di volte, ho strizzato gli occhi al sole e li ho chiusi solo un istante prima di dormire tranquilla davvero.
Ho stretto mani, abbracci e patti a cui ho saputo tener fede, e sciolto nodi strettissimi. Ho scritto tante parole e spinto via con rabbia silenzi inutili. Li ho usati, i silenzi, per mettere distanze lunghe un per sempre.
Ho viaggiato col cuore leggero e mi sono illusa che si potesse alleggerire andando via.
Ho fatto un sacco di salti sul letto, mi sono addormentata distesa a pancia in su spiegando le ali che gioco ad avere. Ho chiesto un guscio, quando poi ho scoperto d'averlo dentro. Ho annusato fiori e capito d'essere una donna a cui piace riceverli.
Ho camminato dentro giorni leggeri e rallentato in quelli più duri.
Ho scoperto di non avere parole perfette, pensieri perfetti, gesti perfetti o sempre soluzioni precise. Non ce le ho proprio, le soluzioni, alle volte. Ed ho anch'io i miei angoli bui, girati i quali nascondo a sorpresa distese di sole ed entusiasmi accesi.
E cambierò ancora luoghi, città e parole, e mi sentirò ancora imperfetta mille volte, a torto o ragione.
E riuscirò a capire quando mettere al timone le sensazioni o la ragione. Senza sentirmi in balia delle incertezze. Con più fiducia.


giovedì, febbraio 21, 2013

dai nostri semi più timidi
fioriranno fiori in pancia dopo le farfalle.




[di quelle cose che scrivi al volo di nascosto quando sei felice. mentre lui ti guarda alla finestra, in una mattina di neve come questa. non troppo tempo fa.]

martedì, febbraio 19, 2013

Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano.
(Benito Mussolini)


La verità è che nessuno vuole sporcarsi le mani.
Quando non si è più bambini, appiccicarsi la colla sulle mani, non è più una cosa di cui andare fieri.
La verità è che nessuno ascolta più tante parole.
Quando non si è più bambini, la colla è utile solo quando è dosata e puntuale.
La verità è che si è fatta sempre più complicata.
Quando non si è più bambini, la colla serve solo per incollare le casette di cartone.
La verità è che nessuno vuole più responsabilità.
Quando non si è più bambini, le cose più collose, spesso sono d'intralcio e fastidiose.

La verità è che c'è un totale scollamento tra il paese reale e la politica attuale.

Ed io ero lì, stasera, appiccicata agli altri nella folla. Ed erano lì, tutti pronti, ad applaudire.
Eppure era come se non ci fosse niente che li unisse sul serio.
C'era solo una gran voglia di urlare, di inveire e protestare.
Ed ho come una forte paura che inizi a bastare questo stracciare e protestare, quando forse, invece, bisognerebbe mettersi seduti, adulti e con pazienza rincollare la fiducia.



 [Finché vita non ci separi, Milano 2013]

venerdì, febbraio 08, 2013

Io le perdo già alla prima.

Che il mondo andrebbe diviso tra...

quelli che prendono appunti scrivendo una riga sotto l'altra e quelli che già dopo la seconda perdono le coordinate.







P.s. Che a me i post tristi che rimangono per primi, mica mi piacciono.

giovedì, febbraio 07, 2013

Eri lì. E lo sapevo che non volevi starci, forse lo sapevano tutti.
Eppure eri lì, immobile e disteso.

Se fossi stato una lumaca avresti tirato su quella cerniera fino al collo e lentamente saresti uscito per la porta.
Non eri più tu, perché tu non saresti mai rimasto lì disteso e fermo.

Eri lì. C'erano tutti e sapevamo tutti che era arrivato il momento di lasciarti andare.

E c'ero anch'io.
Cauta e inavvertitamente inquieta come mai.

Mi hanno terrorizzato le paure. Mi hanno terrorizzato le cose non dette, i baci non dati, le carezze mancate, le parole sprecate. Non è il tempo, inesorabile e sicuro, ad avermi spaventato. Erano i rimpianti. Erano lì, un manifesto candido e imperfetto quanto umano. Riempivano la stanza.

Ti ho visto stanotte in sogno chiedere il permesso per andare. Chino, stanco e sfinito, eri affacciato alla finestra ad aspettare. Avevano tutti troppe cose da dire, troppe emozioni da provare, troppi silenzi da colmare e non era importante che non fosse più il momento, che il momento fosse passato ormai per sempre.

Eri lì. E lo sapevano tutti, che tu non c'eri più.
Riempivano la stanza. Era quasi soffocante, la paura.

E mi è venuta un gran voglia di rassicurare tutti, di rassicurare me, di chiedermi fino allo stremo se anch'io un giorno mi accorgerò di aver conservato silenzi troppo quieti, distanze troppo lunghe, parole troppo acerbe o sentimenti poco chiari. Mi ha terrorizzato il dubbio.

Eri lì.
Perché un padre resta di conforto anche nei rimpianti.



domenica, dicembre 16, 2012

Jacques de Vaucanson ed Antoine Favre, l'orologiaio.

C'è una leva, poi un solco superficiale e lungo. Un disco che gira e un buco. Un filtro a tamburo, su cui cade. Una rotella. Un gancio. Un nodo. Un filo e un avvolgi filo.
C'è una vite, poi una molla carica e una rondella. C'è un'altra leva. Un elastico. Gelatina, su sui si ferma. Il nulla. Un tetto e un pavimento, uno morbido e uno duro, capovolgibili. Una pista, curve. Angoli retti e spirali.
Niente attrito e un crivello.

Meccanismi.
È così che funziono.
È così che vengon fuori.
Anche se non voglio.
Umide o spontanei.




lunedì, dicembre 03, 2012

loop infiniti della realtà

una torna stanca dal lavoro che non ha più voglia di pensare, si stende sul divano, accende la tv e vede solo morti ammazzati vivisezionati e gente che trova milioni dentro scatole vuote, che quasi quasi sembra la normalità... e invece la normalità è che una torna stanca dal lavoro che non ha più voglia di pensare, si stende sul divano, accende la tv e vede solo morti ammazzati vivisezionati e gente che trova milioni dentro scatole vuote, che quasi quasi...

che quasi quasi ti viene voglia di rimetterti a pensare, anche se sei stanca e la tv rimane accesa.

martedì, novembre 27, 2012

"a modo mio"

"Il punto, però,
poi in fondo...
è che...
"

è che non metterei mai il cellophane ad un divano nuovo
è che non so essere sarcastica abbastanza
è che non voglio essere sarcastica per nulla
è che non amo le riviste per donne
è che non mi piace essere spettinata
è che quando sei spettinata spesso è perché sei felice

il punto, però,
poi in fondo...
è che...
mi vedo sempre imperfetta.

è che a voler esser tutto e il contrario di tutto, non sei più nulla.
è che, mi dico, basta sempre solo cambiare prospettiva, mettersi a testa in giù, di lato di fianco.
è che quando ti sembra di voler esser tutto e il contrario di tutto, forse non è vero, forse è solo che sei viva.


e in fondo, io lo so che basta poi sapersi fermare e scegliere.

se togliere il cellophane.
se non essere sarcastica.
se impilare i libri.
se pettinarsi per poi lasciarsi spettinare.


e io non voglio essere una donna differente, io voglio essere una donna che sa scegliere.


domenica, novembre 18, 2012

La questione dei loti, l'altalena e la neve.

Da bambina i loti erano sempre maturi al punto giusto, e per essere maturi, i loti sono molli e rossi.
Da bambina non amavo l'uva per via dei semi, non amavo i torsoli delle mele, non amavo nemmeno i semini dentro l'anguria, le ciliegie e i mandarini. Non amavo i loti perché non accadeva mai di riuscire a finirne uno senza sporcarsi le mani, eppure senza semi o riuscendo a non sporcarsi, i loti, l'uva, le mele, l'anguria, le ciliegie e i mandarini, erano i miei frutti preferiti.
Da bambina, un semino nella frutta poteva farmi venire il malumore.


Ho corso in volo sull'altalena ieri.  Durante il pranzo, ho posato la borsa e mi son seduta. Mentre pensavo e dondolavo lenta è arrivato lui. Ha posato lo zaino e cantando ha iniziato a spingersi sempre più in alto. Io sono rimasta zitta e molto lenta a lungo, finché  mi sono accorta della sua coda dell'occhio e della sfida. Sono scesa per un momento, ho posato chinandomi il cellulare e ho ricominciato a dondolare prima con calma e poi alla svelta.
È arrivato un bambino ieri sull'altalena, cantando ha iniziato a spingersi in alto, sempre più in alto, finché finalmente più alto di me, dalla sua piccola tasca, è volato per metri il suo cellulare.
Da bambina, anch'io perdevo in volo le cose, sull'altalena.

E la neve.