mercoledì, novembre 09, 2011

il quinto sapore


e ti accorgerai che appena ti sfiora è dolce, un attimo dopo salato.
se la distinzione è netta, scappa via.
datti il tempo di capire se avendoti subito si fa acido.
aspetta, per dio assolutamente aspetta di sentire quanto è amaro.
lasciagli il tempo di arrivare in fondo.
vedrai che i quattro sapori si mescoleranno senza che tu voglia.
impara a non assaggiare tutto con la punta della lingua, è troppo facile e tutto troppo dolce. o insipido.
sappi distinguerli senza chiedere mai nulla.
e cerca dentro oltre quelli che sai riconoscere.
e sii dolce, salata, amara, finanche acida. sii il suo umami.

perché capirai, capirete, prima o poi, che è perfetto solo se non manca nulla.




martedì, novembre 08, 2011

se il mio corpo è fatto per la maggior parte d'acqua mi chiedo perché mai tutte queste emozioni. dovrebbero essere diluite e invece no.

domenica, novembre 06, 2011

non sono fatta di zucchero

pensai di uscire a fare due passi sotto la pioggia, ma tu mi fermasti e con aria decisa iniziasti a dirmi che mi sarei bagnata dalla testa ai piedi, che c'era il rischio di scivolare sulla strada bagnata, che le macchine passando veloci avrebbero schizzato ovunque, che un fulmine avrebbe potuto colpire vicino, che mi sarei presa un raffreddore, che non ci sarebbe stato nessuno per strada e non si sa mai, che con una folata di vento si sarebbe potuto rompere l'ombrello, che avrei sentito freddo, che non ce n'era motivo, che con la pioggia si resta a casa.
non mi promettesti nulla in cambio, non mi dicesti di restare per cenare insieme o per abbracciarmi stretta e l'apprezzai.
ma poi presi il mio cappotto e uscii lo stesso.
perché non volevo promesse ma non volevo nemmeno paure.


e piovve così tanto che non riuscii a smettere.

venerdì, novembre 04, 2011

Genova, 4 novembre 2011



Dolcenera, Fabrizio De Andrè


«Questo del protagonista di Dolcenera è un curioso tipo di solitudine. È la solitudine dell'innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l'oggetto del desiderio. È una storia parallela: da una parte c'è l'alluvione che ha sommerso Genova nel '70, dall'altra c'è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l'assenza, perché lei, in effetti, non arriva. Lui è convinto di farci l'amore, ma lei è con l'acqua alla gola. Questo tipo di sogno, purtroppo, è molto simile a quello del tiranno, che cerca di rimuovere ogni ostacolo che si oppone all'esercizio del proprio potere assoluto.»

Treviglio, 24 marzo 1997, Fabrizio De Andrè



Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala che arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com'è
guardala che arriva che è lei che è lei

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l'è l'aegua ch'à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

Non è l'acqua che fa sbadigliare
(ma) chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c'è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n'á â nu n'á

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un'ora
e l'amore ha l'amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l'è l'aaegua de 'na rammâ
'n calabà 'n calabà

Non è l'acqua di un colpo di pioggia
(ma) un gran casino un gran casino

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell'onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum'â l'aria amìa cum'â l'è cum'â l'è 
amiala cum'â l'aria amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala come arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n'à â nu n'à

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi

ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c'entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n'à â nu n'à

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

e la moglie di Anselmo sente l'acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza

così fu quell'amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala che arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com'è
guardala che arriva che è lei che è lei

mercoledì, novembre 02, 2011

sabato, ottobre 29, 2011

Pause

The Sheltering Sky*, Ryuichi Sakamoto

E ritorno qui...
come un posto in cui trovar pace e silenzio. con l'animo timido di chi non vuol dire, perché finché non dici, scrivi, qualcosa è meno reale. con l'animo colmo di quella calma che è la calma dopo uno strattone, una calma un po' stanca. pensieri ordinati ed esatti. stranamente esatti. precisi.
che non è il tempo stavolta, non sono i sensi né l'aleatorio accadere delle cose.
Che ad un certo punto, dopo tanti giorni, arriva l'attimo in cui ti fermi, in cui ti dici "ho bisogno di fermarmi un momento" perché hai pensato troppo, perché alcuni pensieri fanno male, perché alcuni ti hanno sorpreso, perché altri ti stanno tenendo col fiato sospeso troppo a lungo.

Ed è il fluire degli eventi a cui non puoi sottrarti, lo stesso che con magia e incanto filtri di solito, che ti si presenta davanti in ogni sua posa scomposta e quanto più naturale. e salgono a galla certe paure, così fresche, così cristalline e logiche, che non puoi ignorarle. e tutto quell'andare che è la tua vita, sempre in avanti, sempre teso verso ciò che scegli, alla fine pretende, ti pretende, presente anche verso ciò che lasci indietro, accanto, sotto, sopra. vieni disarcionato e tirato giù, un "stai qui." "te ne prego stai qui." "ti pretendo qui." "ti vorrei qui." "resta qui ancora un attimo e poi torna alla tua vita." che è ormai mite tanto quanto è il mio percepirlo a tratti.
Ho fatto passi tanto lunghi da aver ombre distese e sottili, le cui impronte si sono cancellate, non senza consapevolezza, non senza malinconia, non senza incertezze. ma non voglio, io ho già scelto, essere trascinata altrove. occupo un mio spazio, un tempo le cui architravi voglio che tremino solo se sono io a deciderlo. prepotente in me.

Turbamenti del cuore. Abbracci stretti. Sincronie di pensiero. Logiche paure. Lacrime, sorrisi, rabbia.
Io ho imparato delle regole e non l'ho chiesto. Io ho imparato a capire, a saper leggere, certi momenti e non è una dote aggiunta. Io sono un po' stanca di questo ripetersi di dolori e ferite profonde. Io con viltà galleggio a tratti al di sopra per non affrontare i cambiamenti. Io ho le mie ferite da curare, come tutti e non chiedo nulla a nessuno.

E sono figlia, sorella, madre, nipote, padre, marito, nonna, zia, moglie, cugina, nonno, amica, fidanzata, alessandra... io a volte potrei prendere ogni singolo loro posto. io ho questo mio sentire che a volte mi sfinisce e persino annoia. io non fuggo, io rifiuto che tutto questo, nel bene e nel male, alberghi in me. con serrata distanza, perché non mi tolga il respiro. e non è così soffocante come lo descrivo è più silenzioso e sordo, è una radice profonda che non recido e non alimento. gioisco e piango, sorrido e mi arrabbio, io partecipo di voi, che siete parte di me, con ogni millimetro quadrato del mio esistere. vi appartengo, con prudenza. e spero un giorno di non rendermi conto, troppo tardi, d'aver sbagliato a non farvi entrare ed uscire come correnti e venti nella mia vita. io tengo le porte chiuse, senza mandate. se entrate e non richiudete, le chiudo poi lentamente.

che è in me adesso la più razionale ed esatta delle paure. io non voglio affidarmi perché l'abbandono poi fa troppo male. sono forse adesso la più comune delle creature. un riccio.
e non voglio esserlo, perché so già che io a riccio, rimango ferma e cammino lenta. perché forse non mi fido nemmeno di me stessa. perché forse sono un riccio da troppo tempo. e non so come smettere. e ho timore di non saper essere nulla di meglio.






*e non fatemi spoiler sul film che non l'ho visto. potrei uccidere per molto meno.

mercoledì, ottobre 26, 2011

Manifesto per famiglie disastrate | Re-edit

Sono cresciuta credendo che il mio senso della famiglia fosse manchevole e imperfetto. Sono cresciuta percependo intorno a me la preoccupazione che avrei avuto delle difficoltà a capire cosa fosse una famiglia. Sono cresciuta in mezzo a famiglie disastrate.
Una famiglia può essere disastrata e non percepire il suo disagio, può esserlo e vivere immersa nel disagio, può accettarlo e superarlo come può. Il senso del tragico, in questo tipo di famiglie, riesce a toccare vette inimmaginabili e a trasformarsi quanto prima e in modo sorprendente, quando serve, in ironia e spiccato senso comico. È difficile immaginarlo, ma garantisco a nome di tutte le famiglie disastrate.
Le famiglie disastrate non si assomigliano mai tra loro, se non altro. Sono famiglie alternative o non convenzionali, come si usa dire adesso. Non posso confermare per tutte al 100ma in buona percentuale c'è una gran voglia di ridere in queste famiglie alternative, non convenzionali.
Crescere in una famiglia disastrata significa avere qualche piccola proporzionata difficoltà a spiegare per esempio che hai una mamma e due papà, qualche anno dopo due mamme e due papà, poi due mamme e un papà, poi di nuovo due mamme e due papà, otto nonni, una sorella e un fratello, una sorella e due sorelle... si fa un po' fatica a coinvolgere gli estranei.
Crescere in una famiglia disastrata significa che se hai culo e fila tutto liscio, tocca sorbirti solo qualche trasloco in più, hai due camerette, sorelle e fratelli con cui picchiarsi nuovi di zecca, regali di Natale raddoppiati. Se non hai culo... beh... i regali sono raddoppiati lo stesso!
Sono cresciuta tra famiglie disastrate e ne porto i segni come sempre ne porterò i ricordi.
In una famiglia disastrata si fa fatica a capire qual è la tensione sottesa ad un legame. Appare tutto, spesso, fragile, facilmente discutibile e relativo. I punti di riferimento sono meno saldi, per quanto, nel migliore dei casi, la coppia genitoriale ad esempio riesce a mantenere i ruoli, pur non mantenendo il tetto coniugale. La consapevolezza della mancanza di coesione tra i legami, crea una difficoltà intrinseca: quando vedi più volte dei legami sciogliersi tendi a credere che nessun legame può essere forte. Ed è quello che ho pensato di credere anch'io per anni.

La verità però è che per quanto io abbia visto moltiplicarsi in modo anomalo parenti e case, per quanto abbia cambiato panorama, abitudini e visto sciogliere legami più del giusto e del dovuto, il mio senso della famiglia, al contrario di quanto si possa supporre e ritenere, credo sia incredibilmente forte - e oso anche di più, credo sia molto più saldo di quello della maggior parte della gente che ho incontrato nella vita.

Dopo molte riflessioni e dopo un'illuminazione a sorpresa, io voglio pronunciarmi in nome del senso della famiglia, nelle famiglie disastrate.

Crescere in una famiglia disastrata ti insegna ad accettare che non è il sangue o la legge ad unire, ma quell'amore che è per sempre, che scavalca, attraversa e sposta le montagne. Ti insegna che non esistono distanze fisiche o morali perché la presenza di qualcuno nel tuo cuore, nella mente, allontana come spaventapasseri le paure e le incertezze. Una famiglia è prendersi cura delle persone a cui vuoi bene, oltre il tempo e le distanze, dentro ogni singolo momento. Con più difficoltà e impegno è anche la certezza indiscutibile che l'abbandono è una scelta anormale e sempre imprevedibile.
Sono cresciuta da figlia in una famiglia alternativa, osservando donne, mogli e madri attraversare e vincere difficoltà incredibili. Sarò donna, moglie e madre nella mia.
Una famiglia disastrata ti insegna a superare le difficoltà senza dare nulla per scontato, a difendere il tuo patto d'amore. Le famiglie normali felici, non sono quelle che hanno dato per indiscutibile e fisso il loro amore, sono quelle che nella condivisione non hanno mai smesso di viverlo e prometterlo, di custodirlo. Le famiglie normali, sono felici, se hanno saputo mantenere, proteggere, il loro legame, ogni qualvolta qualcosa ne ha minacciato la stabilità. 
Magari se cresci in una famiglia non convenzionale e se per giunta non hai culo, impieghi più tempo del previsto, per capirlo. Magari fai un sacco di errori, li trovi imperdonabili, perché proprio tu non avresti dovuto farli e ti sembra di non poter esser destinato ad altro se non ad una storia disastrata come quella dentro cui i tuoi pensieri hanno preso forma e consistenza.
Magari in un giorno qualunque, come dal nulla, invece, guardando un film e poi un altro, ti accorgi che tu il senso della famiglia ce l'hai dentro. Ed è lì da sempre.
E nessuno può strappartelo.


martedì, ottobre 25, 2011

gli incastri perfetti

e poi ho trascorso tutta la vita alla ricerca dell'incastro perfetto, qualcuno, qualcosa, un posto, un tempo, odori che si incastrassero perfettamente a quel mio perenne essere qui e ora. ho cercato ovunque, in chiunque, senza posa, senza tregua, ho cercato con la precisione di un chirurgo, con pazienza. e non mi sono fermato un attimo, ho cercato incastri perfetti anche in chi non avevo scelto di avere accanto, ho cercato i lati combacianti, cerniere e filettature. era una ricerca ossessiva e inquieta, ero certo e sicuro che per ogni uomo o donna che partecipasse alla mia esistenza dovesse esserci un lato, una angolo, uno spigolo che combaciasse alla perfezione. scandagliavo gli animi, i luoghi, le situazioni, finanche i sentimenti. avrei cercato anche negli ultimi istanti della mia esistenza, fuori da me, con ostinazione e scienza.
mi accorsi troppo tardi di aver sbagliato tutto.
iniziai allora a rovistare in me come un randagio alla ricerca degli ultimi resti, di qualcosa in disordine, fuori posto, di un alito di vento, di una rabbia incontrollata o di un momento di vera, autentica, pazzia. non trovai nulla. avevo ossessivamente disposto in ordine tutto. nell'attesa avevo riposto con logica e rigore qualsiasi cosa. avevo impronte e calchi per ogni emozione, per ogni colore e posa, avevo allineato sagome immaginarie pronte alla prova, manichini perfetti a mia immagine e somiglianza. non c'era caos, non c'era confusione o pose scomposte. e non mi fu facile accettare di dover ricominciare dall'inizio, non fu facile volgere il mio sguardo dentro, per una volta, solo dentro. per una vita intera mi ero proteso verso fuori, tendendo un braccio, lo sguardo, il cuore pronti alla verifica, tirando qualcuno a me fino al confine, fino all'orlo. avevo sempre guardato a me con occhi bassi e curiosi, sempre teso all'orizzonte dei miei limiti e mai oltre, dentro me.
trovai in disordine solo l'errore di sempre, non aveva posto, né tempo ed era l'unica perfetta certezza alla rinfusa. iniziai da quello e non avendo fatto altro per tutta la vita, per quanto sciocco, subito tentai di capire se ci fosse modo di incastrarlo. scoprii con sorpresa che combaciava alla perfezione con la mia più profonda, rigida e consapevole insicurezza. e mi si spezzò il fiato. per la contentezza tirai fuori il ricordo dei miei tentativi più sofferti, gli odori più cari, presi a caso una delle immagini di me più impavida e con rabbia scagliai per terra la mia posa più severa. la mia foga di risposte si esaurì e non rimisi nulla in ordine.
mi fermai così, in bilico, e senza esitazione mi rassegnai al caos degli eventi, ai miei limiti, a quelli altrui, all'incertezza del dubbio. mi avvicinai di nuovo all'orlo e con mano decisa ne cancellai la traccia. avevo una paura terribile di perdermi per sempre, di non trovare più nessuno perché così, senza regola, non avevo mai cercato. e vagando nella mia vita, nel mio qui e ora, accolsi in me, qualcuno, qualcosa, un posto, un tempo, odori capaci di stravolgere il mio equilibrio, di pungermi con spigoli duri, di rivoluzionare il mio tempo e la mia pace. accettai chi non avevo scelto di avere accanto e capii che avrei dovuto avvicinare il mio cuore con fatica e cieca fiducia. imparai ad accettare i gesti inesatti, le parole non dette e le assenze imperdonabili.
per una vita avevo imparato a misurare con calma i contorni, avrei misurato l'imperfezione fino alla fine dei miei giorni, senza riuscirci, per fortuna.



a lei e a quel suo sforzo continuo e dolce di guardarsi dentro

domenica, ottobre 23, 2011


E le sfilerò, saranno come filo di vetro rosso e blu, mi verserò in un'ampolla e diventerò viola. Taglierò dei pezzi piccoli, io voglio stare nel palmo di una mano. Tutta.
Li metterò in fila e stravolgerò le regole, due rette parallele, s'incontreranno. Le ossa le pesterò una ad una, lentamente, senza nemmeno troppa forza, perché del resto andrà via via svanendo.
Distillerò ogni colore. Bile, muscoli e viscere li radunerò in disordine e li legherò in un fascio con un tendine. Non so ancora se userò due diverse ampolle o una soltanto, scorrerò limpida.
Per ultimo avrò un pensiero, io voglio stare nel palmo di una mano. Tutta.



sabato, ottobre 22, 2011

Lo ribadisco

Sabato, autunno, casa deserta, nemmeno un rumore in strada, ancora in pigiama, ora di pranzo...

"solo un/a single può capire il valore morale, estetico e la poesia di una tazza di latte e cereali"


alessandrabacci on Twitter 13 Set


giovedì, ottobre 20, 2011

"Di fuggire, saprei inventare mille modi."

Erano i miei silenzi improvvisi che non capivo. Potevo restare in silenzio per ore che ci fosse o meno qualcuno intorno a me. Io in quei silenzi credo fuggissi. C'era come un troppo pieno di parole e pensieri che iniziavano a subissarmi, precipitavano come grandine o affioravano dal profondo. Una sera immaginai un sacco di quelli per il grano. Era l'ennesimo pensiero che affiorava confuso e prepotente in mezzo agli altri. Rimase lì fermo per qualche ora finché, dovendo farne per forza qualcosa, decisi di infilarci dentro il mio passato. Un passato è una roba enorme, potevo in realtà solo immaginare di sfilare i pensieri, per lo più ricordi mescolati ad illusioni e desideri, come quando si sceglie un fiore tirandolo fuori dal vaso di un fiorista. E qualcuno tra l'altro mi venne subito in mente, ma mi stancai subito e il sacco rimase lì mezzo vuoto. Io, avrei voluto in fondo prendere tutto e ficcarglielo dentro senza scegliere. Volevo tutto nuovo di zecca. E mentre continuavo a pensare come fare, tornò il silenzio. E la grandine. E i pensieri che affioravano dal profondo. E ancora seduta a gambe incrociate accanto al sacco, con in mano un desiderio indecisa se metterlo dentro o no, accadde che tra i tanti pensieri, uno solo dissi ad alta voce.

Dopo averlo detto, continuai a guardare quella mia voglia profonda, infantile, timida e indifesa di fidarmi, lì nella mia mano, e mollai tutto. Poco dopo si mise a piovere.



"Magari smetto."