sabato, settembre 10, 2011

Il Signor Virgola Caligola Naso*
per gli amici Quello Grigio

E non sapevo cosa scrivere, perché scrivere di un piccolo coniglio sembra strano. Sembra quasi ridicolo, perché nessuno può capire. E allora guardando uno stupido film, che poi forse tanto stupido non era, ho capito che non era ridicolo affatto.
Perché quel piccoletto ci ha fatto ridere un sacco, ci ha intenerito il cuore, ci ha fatto arrabbiare, litigare, ha sporcato ovunque e ha rosicchiato tutti i fili di casa... ma era il nostro cucciolo, un pezzettino della nostra famiglia e ha riempito i nostri ricordi. ...e come si fa a sentirsi arrabbiati fino in fondo davanti ad un guaio, a non ridere se tutto non è in ordine intorno a lui, a non voler fare un sacrificio in più ogni giorno anche se è notte fonda, come si fa a non pensare che i suoi ultimi due mesi è stato libero e felice e non esserne felici anche noi... come si fa non sentirsi così tristi oggi...


"Ohana significa famiglia e famiglia vuol dire che che nessuno viene abbandonato o dimenticato."

E noi ci ricorderemo sempre delle sue palline odiose, del rumore del legno rosicchiato nel cuore della notte, dei suoi dispetti a Punto, della sua codina bianca e del cuscino azzurro.
Io mi ricorderò sempre del momento in cui, per la prima volta, tanti anni fa, ti ho sentito piccolo e indifeso tra le mie mani, mi ricorderò sempre di te nella nostra piccola strana famiglia disastrata, dove tu avevi un posticino d'onore, con il sederino rivolto a Punto.




...e in quest'origami c'è un pochino del nostro amore per te.

* che nemmeno un papa avrebbe avuto un nome così regale e figo!


giovedì, settembre 08, 2011

Le storie di me che tesso per me | Musica, una storia che scrivo per te

"...riuscii a trattenermi e non le chiesi cosa sentisse.
Le foglie del tè erano al fondo ed iniziavano ad asciugarsi di nuovo."



Mi chiese di scrivere una storia. Ascoltai ogni canzone di quella lista, una dopo l'altra, ogni notte, in metropolitana, mentre lavoravo e lavavo i piatti. Le ascoltai come mantra, le ascoltai credendo di dover trovar dentro un significato, un senso, un segno. Poi, nulla. Nessuna idea, nessun lampo, niente da raccontare. C'era una storia, delle storie tra quelle canzoni, attimi e momenti, e alcuni mi sembrava di riuscire ad immaginarli perfettamente. Ma non c'era nulla che mi sembrasse importante, nulla che valesse un racconto, non c'era una storia unica e assoluta. Così tornai da lei e le restituii sconfitta la sua lista.
Non c'è storia, le dissi. Lei mi sorrise. Non c'è musica forse, rispose strizzandomi l'occhio.
Ci sedemmo nello stesso bar, allo stesso tavolo, con la stessa cameriera e nessuna bicicletta legata in strada. Due caffè, chiesi. Non mi piace il caffè, lo sai, mi rimproverò. Lo so, ma abbiamo bisogno di roba forte, le spiegai secca, ridendo. Che c'è? Me lo spieghi? Mi hai fatto tornare in questo bar e per fortuna oggi non piove, ma che ci facciamo qui? mi incalzò mentre ancora ordinavo la colazione. Aspetta un attimo, risposi, e finii di ordinare.
Perché hai ordinato anche i pancake? mi chiese. Erano in una delle tue storie, replicai sorridendo. E lei di rimando sorrise di più.
Il punto, iniziai a spiegarle, è che io tra quelle canzoni non sono riuscita a trovare te. Ti ho cercata, ti ho inseguita, ti ho visto ragazzina, ho capito che non dovevo cercarti in Buonvino, ma erano tutti pezzi slegati. Quella che sei adesso, dov'è?
Era una domanda ruvida, fatta in modo troppo brusco e sapevo d'essere invadente. Così aggiunsi... Io voglio scrivere di lei, di te, attraverso quelle storie ma senza farti attraversare il passato. Potrei scrivere una storia per ognuna di quelle canzoni, ma non è La storia.
Lei mi ascoltava, sorrideva ancora e ancora, ogni tanto si distraeva schiacciando con il dito dei granelli di zucchero sul tavolo. Non parlava, sorrideva compiaciuta e basta.
Sorridi perché sto dicendo un sacco di cose senza senso? domandai a quel punto. No! mi rispose. Continua... mi chiese.
Ho finito, non la so scrivere, ecco, tutto qui, conclusi. Mi guardò con un'espressione felice e soddisfatta. Perché mi guardi così? domandai ancora, sorridendo anch'io stavolta.
Vedi... iniziò... quando ti chiesi di scrivere quella storia, non avevo idea di quanto fosse complicato. Speravo che bastasse farti ascoltare quelle canzoni, rivivere le mie storie, per farti trovare un filo logico. Sapevo, ero sicura, che tu avresti saputo raccontare ognuna di quelle canzoni e creare una storia unica e ricca, che bastasse a se stessa, come un collage.
L'ascoltavo e già sentivo crescere in me il fastidio per averla delusa, per non essere stata all'altezza. Iniziavo a cercare dentro di me il modo di giustificarmi, di spiegarle perché non ero riuscita a scriverla, la sua storia. Lei se ne accorse e si fermò. Perché ti sei fermata? Vai avanti, le dissi aspra. Lei capì e continuò.
Poi, ripensando a quel pomeriggio al bar, mi sono ricordata del tuo silenzio. Del mio? dissi. Sì, del tuo silenzio quando ti diedi la lista. Restasti in silenzio e lì io capii che tu sapevi di non dover chiedere perché non sento la musica. Sarebbe stata la domanda sbagliata, avrebbe rovinato tutto. E tu l'hai capito.
Io non riuscivo più a seguirla, cercai di riflettere ed era tutto confuso. Non riesco a capire e non ho saputo scrivere la tua storia, mi dispiace, le dissi quasi sottovoce.
Lei prese un granello di zucchero e me lo mise sulla mano, io alzai lo sguardo e vidi che sorrideva raggiante. Un gesto inutile, pensai.
Ecco, disse, è un momento come questo. Il pensiero che stai facendo adesso, il pensiero che hai fatto quel pomeriggio quando non mi hai chiesto il perché o quando non hai domandato cosa diavolo stessi ascoltando nella mia testa, visto che non c'era alcuna musica nell'aria. Mi capisci?
Restai in silenzio e lentamente mi sentii sorridere. Avevo capito ed era anche semplice.
...nella musica non ci sono questi silenzi, la musica non sa descrivere l'attimo in cui questo granello di zucchero poggia sulla mano e il pensiero che ne segue. Lo può scrivere, ma non ha suono, come non ha suono lo zucchero che scivola nel tè ed è una danza, come non ha suono la danza del pulviscolo di polvere nella luce del sole mentre la guardi o non ha suono quella ventata che ti avvolge e ti confonde i sensi mentre sei seduto per terra e aspetti qualcuno. Non ha suono l'odore dell'aria in un'isola lontana mentre qualcuno promette di proteggerti. Non ha suono il sapore dello sciroppo d'acero sui pancake. Non ne ha nemmeno il colore di un taxi mentre vi chiedete chi è dei due ad andar via. Puoi descriverlo, ma non ha suono, né parole. Sono quegli attimi lì, gli attimi impercettibili in cui è fantasia solo il rumore della realtà, quelli in cui una storia, La storia, prende senso...
Ma non ricordo se queste ultime parole, le dissi io o lei.


martedì, settembre 06, 2011

È un leone la mia storia.

Ho uno strano silenzio dentro. Un silenzio denso di parole senza suoni e immaginative. È il silenzio di una storia che aspetta d'essere scritta e raccontata e che stanotte, adesso, prova a far manifesto di sé, nella sua assenza. Ho una storia da raccontare, mi è rimasta incastrata dentro giorni fa e non vien fuori. Assorbe musiche e suoni e dettagli e da me non si lascia domare.
Perché una storia, le storie, quantomeno in me, prendono forma e consistenza all'improvviso da un'immagine precisa e da sole s'alzano dritte in piedi mentre scrivo.
Mi piace credere che esistano al di là della mia fantasia, per cui, appena questa si deciderà a venir fuori, farò finta che in questi giorni m'abbia tenuto compagnia.
Del resto anche se non sarà una grande storia, di certo è più determinata delle altre. E se mi ci affeziono troppo finirà che non la scrivo e la tengo, indomabile, per me.

venerdì, settembre 02, 2011

Post-it



lunedì, agosto 29, 2011

Alea

E con questo silenzio, non giocherei ai dadi. Perderei e rischierei di non sapermi più ascoltare. Resto qui, ferma, parlandomi sottovoce, vicino al cuore.

domenica, agosto 28, 2011

Di tutte le bestialità che mi vengono in mente: le bolle di sapone e una foglia di sedano.

Hanno quel modo irritante di lasciarsi trasportare senza opporre resistenza, scivolando in vortici sull'acqua, alcune cose, che guardandole, non si sa bene come, alla fine ti dispiace pure che precipitino nello scarico. Pensi "se lo sono meritato", quando magari invece, oltre tubo, c'è il mare.


Esperimenti fotonici in cucina

Riso avorio, latte di cocco bianco, datteri terra di siena, brandy ocra, curry giallo e avocado verde.







"Avvicina l'amore e la cucina con sconsiderato abbandono."
* mi è sempre piaciuta questa frase e mi sembra ottima per inaugurare una nuova categoria.

mercoledì, agosto 24, 2011

Post-it: Gli occhi da manga

Ci vuole impegno e costanza per non diventare cinici e disillusi. La maggior parte della gente non lo capisce quanto sforzo ci vuole, sin da bambini.


Che se non li vedi non ci credi: Mio nonno

A ottantasette anni ha deciso di voler imparare ad usare un computer. Ha comprato un notebook d'ultima generazione e prima ancora di riuscire ad utilizzare bene il mouse, ha chiesto che gli si spiegasse excel.
Scherzando dice che gli manca l'ABC "... non mettetemi fretta, che per arrivare alla C ho ancora un sacco di tempo".

martedì, agosto 23, 2011

Ventisei Novembre del Duemila

E ti ho attraversato
come se fossi fumo
e dopo aver attraversato te
ne ho attraversati altri
uno dopo l'altro,
i ricordi.
E non hai più forma,
né colore,
né odore,
non esisti.
Se avessi saputo
se avessi immaginato
che avresti smesso d'esistere
senza di me,
io, ti avrei attraversato con più forza
più egoista di così.
Con cattiveria,
solo per averti
vivido,
in un ricordo.
Poi forse sarei stata più di un'ombra
in te,
avresti ricordato il mio profumo,
per aver qualcosa da odiare.


L'amore è libero, non è sottomesso mai al destino.
Apollinaire       .   

domenica, agosto 21, 2011

Post-it

Oh, ma questa cosa di Batman ce l'avete per fissa voi uomini?! Mai ce ne fosse uno che si sente Robin o che ne so Rat-man!



sabato, agosto 20, 2011

Le storie di me che tesso per me | Musica

La maniglia della porta era fredda e appena entrata mi tolsi la sciarpa. Mi assalì un forte odore di zucchero e caffè e brioche, scorsi con lo sguardo i tavoli, cercandola. Vidi studenti chini a leggere o a ridere e fumare, un uomo d'affari con lo sguardo perso e le mani giunte sulla tazza calda, due donne che sfogliavano una rivista d'abiti da sposa e lì, vicino alla finestra, lei. Aveva i capelli raccolti con dei ciuffi che le scendevano sul viso, le guance arrossate e gli occhi chiusi col naso all'insù. Muoveva leggermente la testa, come se ascoltasse una musica invisibile. Sono tutt'orecchi, le dissi sorridendo mentre mi avvicinavo al tavolo. Eccoti! rispose.
Si dondolò un po' sulla sedia mettendo prima un mano e poi l'altra sotto di sé, sembrava un pinguino. Mi guardò mentre appesi il cappotto alle mie spalle. Hai già ordinato? chiesi. Sì, poco prima che arrivassi, disse alzandosi per far cenno alla cameriera di tornare. Mi sedetti mentre già lei ordinava anche per me. Due tè al latte, domandò. Due tè al latte, ok, qualcosa da mangiare per colazione? fece, gentile, la cameriera. No, per ora nulla, grazie, aggiunsi io.
Ho pensato ad una storia per te, una storia da scrivere, mi disse subito. Che storia? Raccontamela, risposi poggiando il viso tra le mani e i gomiti sul tavolo. Sì! esclamò lei facendosi più seria. È una storia triste? chiesi. No, è una storia vera, replicò. Va bene, inizia, ti ascolto.
Hai mai letto Musica di Mishima? mi domandò prima di iniziare a raccontarmi. Sì, tanti anni fa, risposi. Bene, Reiko, la ragazza, dice al dottor Kazunori che non sente la musica, ricordi? Annuii. Alla fine era solo una metafora per spiegare al suo psicanalista che temeva d'essere frigida. Annuii ancora e lei continuò. Ecco, a me, quella frase lì "Io non sento la musica" al di là della metafora, mi ha sempre mandato in fissa. Ho sempre pensato che quella frase mi appartenga e che dovessi solo trovare il modo di riutilizzarla. E l'ho trovato.
Ci interruppe la cameriera poggiando sul tavolo le due teiere e le due tazze. In questa più piccola c'è il latte e qui lo zucchero, disse. Grazie, le risposi mentre, concentrata, giravo verso di me il manico della teiera più vicina. Di nulla! E tornò al bancone.
Stava guardando le foglie di tè dentro la sua teiera. Mi piace quando si distendono nell'acqua calda, è come se finalmente possano sgranchirsi, mi disse. Sorrisi.
Continua... le chiesi sollevando il coperchio della zuccheriera. Sì. Zucchero anche per me, mi rispose. Ti dicevo che quella frase, detta così, ha un senso bellissimo. Quel verbo, sentire, cambia sfumatura come se si facesse autunno all'improvviso. Mi guardava a tratti, per lo più fissava la finestra, assorta. Non è il solito sentire, come, chessò "Non ho sentito il campanello", è un sentire più profondo, più segreto e misterioso. In realtà credo che solo chi non lo sente, quel sentire, può capirlo. Era altrove e io cercavo di seguirla, seguendo, se non altro, la traiettoria del suo sguardo. Mi segui? chiese guardandomi dritta all'improvviso. Ci provo! Replicai ridendo. Ok! Rise.
La storia di cui devi scrivere è la storia di una donna che non sente la musica, mi disse tenendo la tazza a mezz'aria e guardandomi attraverso il buco del manico. Questo è plagio! Esclamai sorridendo. No! Posò la tazza con un tonfo. Non c'è metafora stavolta! Lei, la donna della storia, non sente la musica, non significa che sia frigida o che non l'ascolti! Mi incalzò, subito. E la storia dov'è? chiesi. La storia è una raccolta di canzoni, mi rispose. Io ti dò l'elenco e tu le ascolti. Quando hai finito di ascoltarle inizi a scrivere, mi spiegò. La guardavo, forse ero un po' confusa ma l'idea aveva qualcosa di interessante. E cosa scrivo? chiesi ancora. Non lo so. Ascoltale e quando le avrai sentite credo capirai che cosa scrivere. Oppure inventa, se preferisci.
Le finestre dei bar d'inverno mi sono sempre piaciute. Sembra che il legno trattenga a forza l'umidità per lasciare asciutto il vetro. Una galanteria insomma. Guardavo fuori e anche lei. Ero assorta e cercavo di capire che sforzo di fantasia mi ci sarebbe voluto per costruire una storia così. Lei richiuse gli occhi e ricominciò ad ascoltare la sua musica invisibile.
L'elenco ce l'hai già? Le chiesi. Sì, l'ho scritto su un foglietto. Me lo porse. Lo presi, sollevai la mia tazza, la tenni sospesa sotto le labbra soffiandoci dentro e iniziai a leggerlo

... l'elenco continuava, ne conoscevo solo alcune. La guardai e le chiesi se c'era un filo logico dentro quella raccolta. No, sono delle dediche, mi rispose. Ero tentata di chiederle altri dettagli, ma era prematuro, avrei dovuto prima ascoltarle. Va bene, conclusi. Presi il foglietto, lo piegai e lo misi sotto la zuccheriera.
Mi sembra una buona idea, mi disse pensando ad alta voce. Rimanemmo in silenzio, abbastanza soddisfatte entrambe e tutt'e due concentrate sul cane legato al manubrio della bicicletta posteggiata davanti al bar. Quando le vidi chiudere ancora una volta gli occhi e seguire il ritmo della sua musica invisibile riuscii a trattenermi e non le chiesi cosa sentisse.
Le foglie del tè erano al fondo ed iniziavano ad asciugarsi di nuovo.