domenica, settembre 19, 2010

Fagli fare almeno un salto, o due, al tuo sasso.

Ho un gran silenzio intorno, nessun rumore il legno del tetto, nessun rumore in strada, nessun rumore il vento, o l'acqua. E con questo gran silenzio dovrebbe essere più facile sentire il rumore che si ha dentro, soprattutto se stride o sbatte le porte, arrabbiato. E invece nulla, non si sente nulla. Nemmeno se mi alzo, prendo una tazza, un cucchiaino, la zuccheriera e riempio l'aria di rumori. Ritorna, come l'acqua torna quieta dopo un sasso o una goccia. C'è un gran silenzio ed è insopportabile.

lunedì, settembre 06, 2010

Una donna, bella.

Se distendo il braccio, lentamente, lo sento indolenzirsi. Tento lo stesso allungando la mano e poi il dito, per toccarlo, questo ghiaccio. E subito un brivido di gelo lungo i fianchi e la pancia, e un goccia scivola veloce lungo il polso.
Brillo al sole e non mi sciolgo e non si scioglie neanche lui. E' una prigione ed è un rifugio.
Da fuori, io vi vedo, sembro uno spettacolo incantevole, e non mi sciolgo. Non mi sciolgo.Vi vien voglia di toccarmi, io vi sento.
Non posso voltarmi, e lo sapete. Mi girate intorno e vi fermate alle mie spalle. Io vi sento. State lì per ore e io sola, qui davanti.
Fatevi coraggio che vi guardo.
La mia pelle è fredda e morta come avorio, gli occhi bruni come le foglie gelide in autunno. Scorre in me un sangue rosso che se solo mi tagliassi, gocciolerebbe a grappoli, come rubini.
E s'alza alta la mia torre, trasparente e dura. E' nel ghiaccio, è di ghiaccio e non mi sciolgo.
Se salite uno scalino è negli occhi che vi guardo.
Non giratemi alle spalle.
E se vi parlo e con un dito tocco il ghiaccio, non cercate di toccarmi.
Che ad ogni tocco, lui si scioglie e io tremo.

giovedì, agosto 26, 2010

Ho conosciuto un uomo, una volta, che credeva d'essere un uomo senza fantasia.
Era una persona normale, non troppo strana, non troppo semplice, che "di persone semplici" diceva lui "non ne esistono, tranne io". E quando andava in giro per la città, camminando col suo passo pacato ma non leggero, né pesante, guardava i cornicioni dei palazzi "perché" diceva "i cornicioni dei palazzi sono rette in prospettiva estese per l'eterno e se le srotoli e con la fantasia ne immagini i percorsi, allora puoi cucire con la mente le storie dei palazzi, delle case e alla fine le vite della gente".
Che non ne avesse, di fantasia, ne era convinto al punto che passeggiava ore per le vie in attesa di riuscire ad allungarne almeno uno, di cornicione di un palazzo. Non riuscendoci iniziava a curiosare dentro le finestre, ripiegando sui barbagli "dei tv e delle sale da pranzo alla cena".
Sapevano di vita, ripeteva sempre. Gli infissi "com'è ovvio" erano "i tappi aperti di stanze Tupperware" da cui "la luce, un po' come l'acqua, ne usciva composta e squadrata lì sul bordo, fino a sciogliersi scomposta nel buio della strada".
Non aveva fantasia, lui diceva, e se gli chiedevi di inventare una storia, ti accorgevi subito, e lui sapeva bene, quanta fatica avrebbe fatto. Iniziava a sudare e cercava in ogni modo di trovare qualcosa che nessuno avesse detto.
Era un uomo senza storie. e infelice.

Basta una parola dolce. A volte. E a volte no.

Se finissero, ad un certo punto, tutte le metafore banali.
E se per esempio non ci fossero più rose senza spine o funamboli sospesi.
O se ancor peggio non ci fossero più lune e soli, o aquile e polli.
Che accadrebbe?
Se ogni relazione diventasse troppo elastica.
Non la si potesse tendere o accorciare.
O rimanesse molle eppure circolare.
Se finissero anche i gatti che si mordono la coda.
Che faresti?
Se piombassi a picco dopo uno strapiombo.
Ma non ci fosse più il fondo.
Che le parole e le metafore banali fossero finite.
Finiresti per precipitare eternamente?
O il bruco la smettesse di farsi farfalla.
E il brutto anatroccolo un cigno.
Non ci fossero più principi, né principesse, né reame.
Se finissero le favole?
E se ogni laccio che tu leghi, ti si slega.
Che un finale così banale finisce troppo presto.
Metti un punto.

E ricominci?

Ne sei sicuro?

giovedì, agosto 05, 2010

E poi devi risalire, sempre a cucchiaiate.

Era come avere in mano un cucchiaio, che poca differenza faceva se era quello tradizionale di famiglia, passato di mano in mano, un cucchiaio d'argento ricevuto in eredità da una nonna ricca, o un regalo frutto di anni di sacrifici. Era sempre un cucchiaio.
E s'andava in giro tenendolo in mano, chiedendosi cosa mai c'era da farsene di un cucchiaio. Lo mettevi accanto al letto, sul comodino, prima di dormire, accanto al piatto, a pranzo, a volte quando ti servivano entrambe le mani, lo incastravi tra i capelli dietro l'orecchio, come i manovali con le sigarette. Non c'era niente da farsene di un cucchiaio.
Poi col tempo ci si abituava a far tutto, con un cucchiaio. Si raccoglievano cucchiaiate di sogni, di progetti, di tempo. E sì, faceva un po' differenza se il cucchiaio era quello d'argento che non si piegava mai, o quello passato di mano in mano, rinforzato con del fil di ferro.
Si facevano dei mucchietti e dovevi essere abbastanza bravo a non dare troppe cucchiaiate di sabbia, e aggiungere la giusta quantità d'argilla e di calcare.

Da allora si tiene sempre un cucchiaio in mano.

Anche perché ad un certo punto, arriva puntualmente il momento in cui ti accorgi che se c'è troppa sabbia, banalmente, frani. E arrivato a valle, pur continuando a chiederti cosa mai dovrai fartene di un cucchiaio, ti tocca guardare cosa hai costruito, o quello che ne rimane.

mercoledì, agosto 04, 2010

Quando Brezsny mi interroga...



Pesci 19 febbraio – 20 marzo
La mia amica Erica è andata da un erborista cinese a chiedere aiuto per un problema di pelle che altri sei medici non erano riusciti a guarire. “È una malattia molto rara”, le ha detto l’erborista. Secondo lui c’era solo una cosa da fare: andare nelle paludi di Ruoergai nel Sichuan, in Cina, trovare un’aquila dalla coda bianca, raccogliere i suoi escrementi e applicarli sulla pelle. La prospettiva era scoraggiante perciò Erica ha deciso di farlo solo con la fantasia. Dopo una settimana di meditazioni, la sua pelle è migliorata. Dopo ventuno giorni era quasi guarita. La morale della storia è: visualizzare un’eroica missione risanatrice può aiutarti a risolvere un problema.

...a me spesso vengono in mente delle immagini.


mercoledì, luglio 21, 2010

Provare per credere...

Credo si possa scegliere un buon frutto solo annusandolo. Non è quasi mai quello più lucido, senza alcuna imperfezione o dal colorito più omogeneo, il più buono. E' la pesca più profumata, il melone dall'aroma più dolce, la mela dall'odore meno pungente. Così io non ho ancora avuto tempo di osservare bene in base a cosa la gente sceglie la frutta, ma so per certo che appena mi avvicino a scegliere la mia e la annuso, sempre, sempre, qualcuno dopo di me o accanto a me prova ad annusare quella che ha in mano. E se quel frutto non profuma, ne rimane sorpreso, confuso, deluso, e non sa mai se comprarlo lo stesso o farsi coraggio e provare a prenderne un altro, quasi non ci si creda che pur venendo da lontano, la frutta possa portare con sé il suo profumo.

domenica, luglio 18, 2010

Terre e Tempo

Vivo in una città in cui il tempo sembra un bene prezioso, ne hai sempre chiara percezione, tutto è puntuale, o quasi, tutto ha un preciso orario d'apertura e chiusura, un rispettatissimo orario d'apertura e chiusura. Per un appuntamento con un'amica prendi accordi la settimana prima e fingi che sia la distanza, che devi organizzarti, che ti ci vuole un'ora per arrivare dall'altra parte della città, quando la verità è che si tiene il tempo al polso e le giornate sono cadenzate e un incontro va appuntato, misurato.
Non è Milano, poi... è questo Tempo, questa realtà che fluttua e ti dà la sensazione di doverla afferrare, fermare, trattenere. Così il tempo, adesso, "è un lusso" - dicono.
E se il tempo è un lusso, se non c'è tempo da concedersi, se va centellinato, controllato, scandito con precisione, allora quando paghi per il tuo tempo lo rendi ancora più prezioso.
Perché se non possiedi il tuo tempo allora la vera crisi è la perdita delle coordinate. Se non puoi fermarlo, rallentarlo e farlo correre, a meno di pagare, è una realtà completamente rovesciata quella che viviamo. Se puoi raggiungere una città da un'altra in quattro ore, ma se paghi, ti ci portano con due, allora è un tempo da borghesi quello che viviamo.
Ed è tutto capovolto... perché non c'è equilibrio se per guadagnare due ore in più della tua vita devi pagare il doppio, il triplo.
Perché il tempo, del tempo guadagnato, serve molto più a chi non può pagarlo.
E io, in un Tempo così, vorrei poter essere sempre in ritardo, per mettere un po' le distanze - tra me e lui.

La mia terra è emersa, potente, dal Tempo scrollandosi di dosso sue manie e perversioni, la sua stretta e il suo fiato.
Abbiamo conservato dei cimeli a ricordarci dei giorni passati insieme, in cui lui era qui a vivere, a fare il suo lavoro.
I forestieri, luccicanti, immaginano che qui il Tempo ci sia, magari diverso, "magico" e godono, meravigliati, di questa dimensione mistica.
Il Tempo, invece, ha abbandonato la mia terra senza averci mai provato abbastanza.
Su queste pietre, perennemente infuocate, sono incisi i divini slanci di floride civiltà cosi come il succedersi di pensieri e passioni di re e di popoli, tutti, della mia terra, invasori, sebbene mai invasivi.
Ed è il vento, l'unico intento, seppur vanamente, a scandire un incedere: sbatte su case, porte e paure di uomini gonfi di principi e scevri di Tempo: essi attendono infinitamente i loro pascoli, ma non hanno il Tempo per porsi delle domande, per agire.
Talvolta in città qualcuno vaneggia di un sognato Tempo che, prima o poi, dovrebbe arrivare qui ad "aggiustare le cose" a cambiarle, lui tutto da solo.
In fondo, la sua assenza è martirio e salvezza e ci guardiamo bene dall'essere troppo audaci nell'invocarlo.
Le case, qui, son venute su in modo da formare un muro di cinta tra questa mia terra e l'ignoto.
Il Tempo è li intorno da qualche parte, ci circonda, lambisce le nostre inesplorate coste, ma da qui, purtroppo, non lo si vede e non si sente!
L'isola senza Tempo.


Durante la revisione di questo post si è preferito abbandonare il vecchio titolo "Ai bambini preferisco le patatine" in luogo d'uno più pertinente ed evocativo.

Io Naturale! Naturel! Naturales! Φυσικό! Naravne! Natuurlijk!

Che il mondo andrebbe diviso tra...

quelli che bevono l'acqua naturale e quelli che bevono l'acqua frizzante.





[...poi ci sono anche quelli che acqua da bere non ne hanno, ma noi, brava gente, abbiamo anche la nostra marca preferita.]

Cose buone dal mondo: Presto! by Disney's PIXAR

Presto! by Disney's Pixar from Matthew Gephardt on Vimeo.

sabato, luglio 17, 2010

Pensavo qualcosa tipo...

Che l'amicizia tra uomo e donna esiste solo per la donna. Esiste solo per le donne... per le bruttine, perché altrimenti sarebbero inconsolabili e per le belle, perché diversamente si sentirebbero infinitamente sole.
Che agli uomini bastano già gli uomini, siamo noi, che non ci accontentiamo mai.


lunedì, luglio 12, 2010

C'è tempo


Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Ivano Fossati

venerdì, luglio 09, 2010

Con le pietre

Quand'ero bambina bastava una striscia di pietre, un solco nella sabbia o una fila di mattoni
e quelli erano i confini del mio mondo, le pareti della mia casa, i muri della mia capanna.
Quand'ero bambina bastava la mia fantasia
bastavo a me stessa.
Costruivo pareti invisibili con precisione e simmetria, definivo i contorni delle stanze, del letto e delle sedie
dormivo sopra i sassi e poter urlare di non entrare a chi scavalcava e non passava per la porta, era definire uno spazio,
la mia identità.
Quand'ero bambina bastava una striscia di pietre, un solco nella sabbia o una fila di mattoni
e quelli erano i valichi invisibili della mia serenità
luoghi protetti
e serviva solo una pietra in più, una sola, se un angolo o un muro si rompeva con un calcio.
Mi ostino ancora oggi a costruire con file di pietra, invisibili pareti
cerco di sostituire ai sassi, cuscini e materassi
con una gran voglia dentro, di urlare a chi non entra per la porta.
Forse non è rimasta acqua tra le pietre, si è accumulata al fondo, sotto terra
e la mia identità è rimasta fragile, umida con le maree. solo, con le maree.
Forse oggi con i miei calci, si rompe il muro
ed è evidente che non basta più una pietra, una sola, per ricostruirlo. per proteggermi da tutto.

lunedì, luglio 05, 2010

 

Se fosse di filigrana, la sfilerei, silenziosamente. La stenderei per terra e luccicherebbe sul pavimento. Ne farei la meridiana di questo tempo, il mio tempo. O si farebbe fune, ed io funambola, cadendo ad ogni passo e non per mancanza d'equilibrio, ma per saggiare il terreno e farmi vincere dalla paura di cadere, trovando facile conforto e sicurezza.
Di notte la lascerei lì, come l'ombra d'una direzione, per ritrovarla identica al mattino e non dover ricominciare tutto d'accapo. Me ne dimenticherei durante il giorno inciampandovi più volte.
Potrei lasciarla lì, e alla fine magari romperla o annodarla...
o magari mi tornerebbe l'entusiasmo e potrei riprenderla e d'un fiato rinfilarla...