domenica, novembre 15, 2009

Qualcuno si fa una tazza di tè nel cuore della notte.

Una casa la porti dentro,
una casa sono piccole abitudini,
sono rumori riconoscibili e confortanti,
una casa non è un luogo,
una casa è un guscio.

Ho trascinato il mio guscio per città, nebbie e venti,
ho messo pentole sotto le crepe alle finestre che non smettono di gocciolare,
ho rotto vetri e visto gelare fiori dimenticati sui davanzali,
ho chiuso scuri e lasciato che passasse il sole tra le serrande,
ho sentito l'odore del caffè e della vernice fresca,
ho steso piccoli stracci come coperte ed enormi lenzuola difficili da piegare,
ho collezionato tazze, ne ho abbandonate alcune e ho appeso le più preziose al tetto,
ho vinto un gioco a premi, in cui avrei vinto comunque, l'amore,
ho dormito protetta da piume e ragnatele di sogni.

Una casa ti accorgi di averla quando smetti di temere che qualcuno te la strappi via,
una casa è quel modo instancabile e ingenuo di cercare sempre conforto.

La mia casa da bambina era uno scarabocchio in fondo al foglio dietro mamma e papà,
adesso è ai piedi di innevate montagne secolari, con due alberi e una stradina,
ma c'è da sempre, aggrovigliato o no, un ricciolo di pennarello che esce dal comignolo.



giovedì, novembre 12, 2009

 

Se Dio esiste allora che si inginocchi,
che imbracci il fucile
e spari,
che stia lì a guardare mentre muore,
che muoia.

Se Dio esiste allora che gli si fermi il cuore,
una volta e per sempre,
in una fitta atroce che spezzi il respiro,
che senta l'odore della paura,
di morire.

Se Dio esiste che patisca allora il tormento di una scelta,
di un desiderio non realizzato,
di una cicatrice che non si rimargina,
di una vita vissuta senza soddisfazione,
senza ardore.

Se Dio esiste allora che gli si spezzino le gambe
per la pena di non poter concedersi pietà,
che sopporti il rimorso,
che voglia piangere,
senza perdono.

Se Dio esiste che senta allora gelare ogni muscolo,
che senta pungere i sedili di un auto,
che tema d'essere picchiato,
e senta uscire tra le sue gambe del seme caldo e sporco
mentre della saliva sbava sul suo corpo freddo.

Se Dio esiste che allora sia abbandonato, deriso,
frustato, recluso, umiliato, terrorizzato,
deluso, da qualcuno, da qualcosa,
violentato.

Se dio esiste, cada ogni conforto,
perché una realtà tanto crudele
è già insopportabile.

Mi evolvo come un pokemon

Le parole sono giocattoli.

Manifesto femminista

Quelle donne che sono schiave dell'immaginario maschile,
che vestono solo se alla moda,
che vanno dal parrucchiere una volta di troppo,
che sono sempre a dieta senza averne bisogno,
che non hanno pudore,
che alludendo si mostrano come oggetti sessuali,
che travestono il proprio corpo nudo da creazione artistica,
che non arrossiscono ormai per nulla,
io le disprezzo.

martedì, novembre 10, 2009

Io non conosco nessuno che mi batta a quantità di sciarpe.

h. 9.35 al telefono

Ale - " Oggi hai superato la quota massima consentita di gente a cui raccontarlo, ammettilo."
Ben - " No, no, non l'ho detto a nessuno, ti giuro."
Ale - " A chi."
Ben - " Mi ha solo chiamato ieri, Rosi, per sapere come stavi."
Ale - " Eh... poi?"
Ben - " Poi lo sanno solo Valeria, Agata, Maria..."
Ale - " Ben! Porca miseria!"
Ben - " Ma no! Dai! L'ho detto solo a loro. Anzi, mi ha detto Rosi, quella mia amica,che prende anche lei la stessa pillola, che non ti devi preoccupare, è una cosa da nulla, che è più la posizione mentre ti infilano l'ago."
Ale - "..."
Ben - "TRANQUILLA! A LEI L'HANNO FATTO OGNI ANNO, PER I PRIMI ANNI!"


h. 10:01 sulla metro


Ale tra sé e sé - "La prossima volta le riduco la quota massima consentita e includo i parenti."

mercoledì, novembre 04, 2009

Fare la differenza.

Io sono come il primo e talvolta l'unico, pisello, che quando scoli la scatola di piselli nel lavandino, cade giù, rotolando via di corsa.

lunedì, novembre 02, 2009

Se ti appendi alla ringhiera vale lo stesso.

C'è una scala per salire. Fa odore e rumore di ferro.
Forse se l'assaggiassi avrebbe anche il sapore ferroso, del sangue.
C'è una scala per salire che si avviluppa su se stessa.
Non fa giri vorticosi, ma nemmeno troppo morbidi.
Sale, ecco, come meglio può.
C'è una scala per salire che se non ci sale nessuno un tempo ci salivano i gatti.
Dopo, tutto era pieno di gatti. Gatti ovunque.
Gatti sui letti, gatti sui tavoli, sui tetti, a testa in giù a testa in su, gatti dappertutto.
C'è una scala per salire che sale al mio mondo.
Che non è sempre detto che oltre la scala ci sia qualcosa.
Magari poi è pure vuoto e non c'è nemmeno un gatto.
E salirla, quando sei stanco, è pure faticoso.

Però, è certo, che se sali sulla scala fatta per salire e becchi la volta in cui ci sono i gatti dappertutto, o finisci sul letto pure tu o finisci a testa in giù.
E poi voglio vedere come fai a scendere.



[questa scala, alla mia scala, non c'assomiglia per niente.
ma rende l'idea, sì.]

venerdì, ottobre 30, 2009

Aveva un odore semplice, allora.

E giravo e rigiravo tra le mani le foglie tonde di pitosforo.
Le strappavo e le ripiegavo fino a spezzarle, mentre parlavo.
O raccoglievo gli aghi di pino secchi e riflettevo, attorcigliandoli.
Sovrappensiero iniziavo a mordermi le labbra e tu mi guardavi affascinata, come se fossi una creatura misteriosa venuta da lontano. Dopo, di nascosto, provavi anche tu allo specchio.
I pantaloncini di jeans corti, le magliette annodate in vita, le scarpe con la zeppa alte, l'odore di cloro e sale sui capelli e sulla pelle.
Lui mi ha guardata? Sì stasera assolutamente glielo chiedo. Ma si vede che gli piaci. Ci vediamo alle tre qui? Mi aspetti? Dai, non piangere. Ma sì che ti vuole. No no aspetta che sia lui. Diglielo tu.
Appoggiavo la schiena al muretto, facevo forza sui polsi, mi sollevavo e mi sedevo. Il caldo del primo pomeriggio e il rumore di cicale tra gli alberi mentre ti ascoltavo e mi raccontavi del tuo modo sofferto e bello di vivere l'amore. E mi consolavi, mentre piangevo per la mia prima delusione, d'amore.
Avremmo potuto parlare così per giorni e giorni e avresti poi continuato a guardarmi in quel modo per anni.
Ma se ci riuscivo, se riuscivo a piegarli su se stessi senza spezzarli, gli aghi di pino, assomigliavano a due metà di un cuore.
Ed era quello il primo amore.
Con problemi semplici, un dolore insopportabile e tu a consolarmi, come mai nessuno avrebbe più fatto. o come mai avrei desiderato credere da allora in poi.

mercoledì, ottobre 28, 2009

Post-it, problem solving

Pluralitas non est ponenda sine necessitate.

altrimenti detto...
A parità di fattori la spiegazione più semplice
tende ad essere quella esatta.
William of Ockham


E ormai mi è chiaro che il rasoio di ockham non è solo un principio metodologico, ma più uno stile di vita.


Chema Madoz, 2005

martedì, ottobre 27, 2009

Io, in sala d'attesa, do i numeri.

Così oggi avevo 15 persone davanti a me, ho contato ben 126 pagine di pubblicità su 192 in un settimane femminile, il 66% delle pagine totali, ma soprattutto ho scoperto che 150 anni fa, se fossi stata condannata per impiccagione, in base al mio peso, 56 kg, avrebbero usato 2.31 metri di corda per appendermi!


domenica, ottobre 25, 2009

Mi sdoppio

ale © b&w - View my recent photos on Flickriver
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Non è umida.

Mozza le teste dei grattacieli ma è più gentile ai piani bassi, fa da cortina alle finestre.
La nebbia non è una donna che si stende sulla città di notte, non è uno dei suoi veli, non è il suo respiro, non è il candore freddo della sua pelle.
Scivola a sguardo chino nei vicoli bui. E' meschina e traditrice, copre i finestrini delle auto di passaggio, ma non nasconde le cosce nude alle puttane.
Raffredda le lacrime degli infelici ma non le gela, scendono lo stesso e sono ancora più insopportabili.
Accerchia i palazzi e dai balconi assiste complice e connivente alle liti notturne, assorbe il bagliore del televisore acceso in salotto, e seduce il buio dell'abatjour che si è appena spenta in camera da letto.
Passa dentro le serrature di ferro nei capannoni e serpeggia intorno alle ossa degli operai, riesce a prenderle e avvelenarle fino al mattino.
Si siede sugli autobus, fredda i sedili di plastica e non discute con il conducente, che guida solo.
Cerca di entrare nei night e si lascia sbattere fuori dall'alito caldo delle spogliarelliste.
Arrugginisce gli ingranaggi degli orologi, bagna le foglie ma è asciutta e secca sulle labbra, è voluttuosa e vanitosa.
Se un suono dolce attraversa la notte, rapida e acrimoniosa, lo ovatta.
La nebbia non è un uomo dissoluto o rancoroso, non è una delle sue tasche strappate, non è la sua saliva umida, né una delle sue rughe troppo scavata e sporca.

C'era un signora, in sala d'attesa. Una signora grassa, su un divano esile nero, con i cuscini neri gonfi. Leggeva un libro sottile, foderato di carta per cassetti. Leggeva un libro, sotto la carta a gigli neri, che era un harmony.

La nebbia è la carta di quel libro, in mano a quella signora. Vestita di nero come la notte.




sabato, ottobre 24, 2009

Post-it

Ogni tanto, di fronte ad un problema, la realtà ti dà una chance.
Stanotte o mi trasformo in zucca o dormo un'ora in più.

venerdì, ottobre 23, 2009

Così tanti raggi x che potrei accendermi come una lucina di Natale

Quel che è certo è che la mia idiosincrasia verso i medici non è mai immotivata.
Mi ero talmente tanto abituata a sentirmi dire "eppure dall'esame risulta che non ha nulla" e soprattutto al fatto che tanto non ti aggiustano, che quando oggi, è risultato quel che è risultato, non so se ero più triste per il crollo di quest'unica certezza, o per il risultato stesso.