ho dentro una matrioska.
qualcuno mi ha corretto.
Gusci di conchiglie e cerotti. Attorcigliandotimi.
Pesci 19 febbraio – 20 marzo
Quando praticano le arti marziali, alcune persone emettono un suono acuto e netto, una specie di grido di battaglia che le aiuta a incanalare tutta la loro volontà in quell’esplosiva e concisa espressione di forza. In giapponese si chiama kiai. Alcune tenniste emettono lo stesso suono quando colpiscono la palla con la racchetta. Per te la prossima settimana è il momento ideale per usare la tua versione del kiai, Pesci. Dato che porterai il tuo gioco a un livello più alto, sarebbe giusto che tutto il tuo corpo fosse coinvolto nell’assestare qualche potente colpo da maestro perfettamente mirato.
vorrei imparare a disegnarti
ti ridisegnerei esattamente come sei
non cambierei nulla e non correggerei le imperfezioni
scoprirei i tuoi chiaroscuri, le tue ombre
e ricorderei poi le tue proporzioni anche in controluce
imparerò a disegnarti
perché so che cambierai sfumatura di continuo
ed io saprò riconoscere i tuoi tratti ad occhi chiusi
senza mai smettere di rifinire il tuo disegno
solo io e te conosceremo le regole silenziose
della nostra prospettiva.
Ridere è l'imperativo assoluto.Se ridete milioni di cose "serie" perdono ogni significato: i grandi professori, i giornalisti televisivi, i deputati, i duri...Se ridete le donne vi ameranno, se le fate ridere saranno pazze di voi.Se vi vogliono uccidere e voi riuscite a vedere dove fa ridere, forse vi salverete la pelle.Forse il ridere non sfamerà i popoli del terzo mondo ma comunque li farà morire più contenti.Ridere non intacca le riserve energetiche, non depreda i poveri del loro diritto, non inquina.Ridere scaccia la paura, affina i sensi, potenzia le energie, nutre la sessualità.Ridere è incredibile, impossibile, è sovraumano.Ridere è l'unica cosa nella quale possiamo superare gli dei.
Pesci 19 febbraio – 20 marzo
Ho chiesto alla dea di concederti il potere di cambiare il corso dei fiumi, almeno metaforicamente. L’ho anche implorata di mostrarti come si fa ad abbattere il Grande Burattinaio e a trasformare i falchi in colombe. Sembra che stia seriamente considerando la possibilità di accordarti queste grazie, e ha addirittura lasciato intendere che potrebbe insegnarti a plasmare un nuovo Adamo con la costola di Eva, miticamente parlando s’intende. In cambio ha una sola richiesta: che tu faccia tutto il possibile per garantire che nei prossimi dieci giorni il sole sorgerà in orario.
Convincila a non mescolarli.
Mucchi di dettagli e pezzi di carta.
Non puoi sfogliare una donna.
Si assottigliano le pagine.
Le metterai fretta di scriverne di nuove.
Che non ti farà leggere, vedrai.
La vedi lì di spalle?
Convincila a non cercare altrove.
Desideri e pezzi di sogni.
Ha tanti di quei luoghi oscuri dentro.
Poi non la troveresti.
Non metterle fretta o lei troverà in sé.
Finiresti per cercare a lungo.
Hai notato quanto è bella
quando cerca di uscire da un silenzio?
Convincila a parlarti quando tace.
Passi storti e pezzi di follia.
Non correre se non ti basta il fiato.
A perdifiato lei rallenterà nel buio.
Ha regole esatte lì dove non vedi.
Tu ti smarriresti.
E non usare con lei i tuoi mai.
Con tutti quei giochi in fila sulle mensole, finire di fare i compiti era una fatica tremenda. Già prima dell'ultima riga chiamavo mia madre per mostrarglieli, i miei temi in bella copia.
"Resta di là" mi urlava ogni tanto.
La prima volta mica capii perché, mi venne una gran voglia di correre a controllare per scoprire la sorpresa. E invece non c'era nessuna sorpresa, solo un gran baccano.
La seconda sapevo già che era meglio non alzarmi, non pensarci e finire i compiti senza distrarmi.
La terza, la quarta, la quinta, a volte non riuscivo a rimanere seduta, camminavo lungo il corridoio e restavo dietro la porta, zitta, ferma, ad ascoltare, per cercare di capire.
Le prime volte poi lei mi spiegava con calma che non era nulla di grave, che succede a tutti, in tutte le famiglie, veniva a tranquillizzarmi, a guardare i miei compiti in bella copia. Col tempo però, dopo ogni discussione lei era affranta ed io spaventata, e non c'erano parole, solo un gran silenzio in casa.
Ci fu la volta in cui la lite scoppiò a causa mia, seduti a tavola il tavolo volò insieme alle bottiglie, ai piatti, al pane, e non era divertente, non era il gioco da prestigiatori che avrei voluto vedere dal vivo, la tovaglia finì per terra, le urla si alzarono, io riuscii a schivare un colpo e lei mi disse di correre in camera mia. Restai ferma rannicchiata in corridoio, zitta, immobile, ad ascoltare, il fiato mescolato alle lacrime, terrorizzata.
Quell'estate accadde di nuovo, la vidi scivolare per terra, la schiena contro il divano della nostra felice casa per le vacanze dove io non avevo né compiti né una stanza dove chiudermi per non vedere.
Le urla di una bambina tra le urla dei grandi non le sente nessuno e io detestavo quel senso di impotenza, io detestavo non poterla salvare da lui. Ormai sapevo bene cosa accadesse ogni volta nell'altra stanza, sapevo bene che non c'era nulla che potessi fare e pur non credendo in dio, io spostavo le tende, guardavo al cielo, m'inginocchiavo e pregavo per lei.
La sera in cui tornai a casa e la vidi livida in viso ero ancora così poco avvezza ad accettare quei gesti, che le credetti quando mi disse che aveva solo sbattuto. L'indomani non si alzò dal letto, niente ruppe il silenzio in casa ed io capii. Ero ormai una ragazzina, e quella fu l'ultima volta.
Da donna, con molta fatica poi riuscii a capire che quella non era affatto la normalità e con ancor più fatica ad accettare che ci sono alcuni compiti che non puoi ricopiare in bella copia per cancellare le brutture.
Nessun riferimento personale a fatti, cose e persone, inoltre per quanto abbia colto l'occasione anch'io, credo non debba servire un giorno all'anno per tenere a mente un'aberrazione come la violenza sulle donne.
Questa è una di quelle cose banali che quando capita di notarle mi ripropongo di scrivere e poi puntualmente dimentico. Oggi l'ho ricordato.
Numerose circostanze ti lasciano avvertire di poterlo fare...
Che il mondo andrebbe diviso tra...
puoi prenderlo, tieni,
lo vedrai farsi di pietra non appena lo strapperai via.
trova il modo di farlo in mille pezzi,
fanne polvere, finché smetterai di ricordare cosa fosse un tempo.
ti dono il mio iride e le sue tinte brune.
scoprirai come sono diversi i miei paesaggi, dipingi ciò che vuoi.
è autunno, è quello giusto.
ma non ne avrai altri.
se vuoi vedere il mondo visto dai miei occhi,
puoi solo con me, dentro di me. e i miei colori.
Ognuno ha l'infanzia che si merita. Della mia, nonostante tutto, non mi posso lamentare.
Alle elementari arrivò in classe una bambina cinese, diventammo subito amichette del cuore. Io le insegnavo a scrivere fuoco in italiano, lei tentava di insegnarmi a scriverlo in ideogrammi, facevamo la Cultura, noi. Giocavamo con le barbie e a fare le commesse, lei aveva già la stoffa per gli affari, io vista la pubblicità, sindacavo sul look troppo esotico di barbie benetton.
Noi, bambine degli anni novanta eravamo una coppia inseparabile almeno tanto quanto i pidocchi che prendemmo all'unisono nella lontana primavera del '92.
Noi, bambine degli anni novanta in una società ancora troppo poco multiculturale, eravamo l'avanguardia.
Noi, non mangiavamo a merenda le merendine del mulino, noi mangiavamo pesce secco in agrodolce.
Noi, eravamo avanti.
E dopo più di vent'anni io, il pesce secco, in quel di Milano, l'ho ritrovato.