sabato, aprile 16, 2011

Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb

C'è il Giappone e quell'incedere lento del pensiero e del tempo che io tanto amo. Ci sono i pensieri di una bambina in una donna e viceversa. C'è acqua, fiori, giardini, profumi, cioccolato bianco e orrende carpe.


In una fantasiosa autobiografia dei suoi primi tre anni di vita, a Kōbe, Amélie Nothomb mantiene quel suo stile inconfondibile, equilibrato e corrosivo, che nulla ha in realtà a che fare con la letteratura giapponese. Ti cattura, lucida, precisa eppure leggera, a tratti sorprendentemente poetica.

È una donna che scrive, ad un lettore adulto e attento. C'è un gioco invisibile quindi, sotteso, in cui cogenti riflessioni sulla vita e sulla morte diventano più "digeribili" se a maturarle è solo una bambina di tre anni.

Il tono sostenuto, ricco e apparentemente contorto delle sue osservazioni parrebbe stonare con l'età e il sottofondo sereno e tutt'altro che metafisico, della storia.
Non stona tuttavia e appare quasi credibile, a voler stare al gioco.


mercoledì, aprile 13, 2011

“Sul niente i cancelli del mio labirinto | linfa di ferro fra nervi di foglie d’aria | si intreccia | succinta fino alla chiave | ed è il vento ad aprire | stridio dell'anima | come gocce d'acqua cade | al tocco | diamanti.”

Non ho più chiavi da consegnare.
C'è un silenzio sordo e muto. C'era una porta blindata, ci sono travi alte in ferro, pareti armate. Le ho costruite intorno, con follia e precisione, di anno in anno. E per il peso grave e il colore cupo, dubiterebbe chiunque. Dubito anch'io.
Dentro c'era un forziere. e un arcobaleno.
Non era un dono.
Ho murate vive le mie paure.
Non si dona un forziere chiuso, a modo mio.
Intorno c'erano veli leggeri appesi al cielo. Era in vecchio legno di rosa, nessun intarsio ma nervature. Sulla chiave antichi solchi disegnavano, profonde e sinuose, le morbide curve delle mie vene. Se stringo il pugno o mi si tiene piano per mano, ve n'è la traccia, sotto la pelle.
L'ho difeso con così tanta perseveranza e affanno che i veli si sono fatti mura. L'organza, ferro. Fino a nasconderlo anche allo sguardo. Persino al mio.
Tra le mura c'era una porta, era prevista.
Dapprincipio l'aprivo piano, riuscivo a tenerla aperta. Avevo due chiavi. Sapevo dov'erano.
Ho poi iniziato a chiuderla sempre più spesso, sempre più in fretta. Sbattendola forte o tirandola con sfinimento. Non l'ho più aperta, se non cercandola con volontà e impegno. spingendo forte, riuscendo ad aprire un sottile spiraglio.

Oltre gli anni e le stagioni custodisco me stessa in un forziere.
C'è una radice in me che alimenta quel legno di rosa.
C'è una radice in me che alimenta quel legno e rose che sbocciano dentro.
Negli anni, stagione dopo stagione, ho sentito crescere in me, da me, più spine che rose.

C'è un forziere tra le mie mura, il cui legno sono le mie paure.
C'è un forziere ai piedi del mio arcobaleno e rose nascoste dentro.
C'è un forziere, tra le cui rose, vi sono spine pungenti, che sono i miei errori.

E c'erano due chiavi.
Intrecci di nervi e vene.
Ho chiuso tutto. Ho perso le chiavi.
Non ho più chiavi da consegnare.

Le briciole nel tè

Io i medici li odio.
La percentuale di cattive notizie che ti danno è sempre, sistematicamente, superiore alle buone.
Gli è congenito, non può essere altrimenti.

martedì, aprile 12, 2011

Happy Family (2010) un film di Gabriele Salvatores

Ognuno ha la sua lente attraverso cui guarda la realtà. Non saprei scrivere di questo film se non parlando del mio e solo mio modo di guardare e attraversare la realtà. Va da sé che non è una recensione, forse, questa.
Non troppi giorni fa scrivevo...

Che una città forse la vedi con gli occhi di chi ti guida o forse no. Che se è un'illusione che le foto si facciano con la macchina... si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa (H. Cartier-Bresson) forse è un'illusione anche la strada che attraversi, il prato su cui siedi, ed è il tuo spirito che guida. Magari anche chi hai accanto.

C'è quell'angolo di Piazza San Lorenzo dove con la mente cerco gli artisti di strada. C'è il mio sguardo sull'acqua del Naviglio Grande mentre passeggio avvolta nei sensi dal sole di marzo. Ci sono fiori sui balconi delle case di ringhiera, in una corte. C'è quel senso di vertigine sotto il vetro e il ferro della Galleria Vittorio Emanuele. C'è quello stringere le spalle mentre salgo le scale della metro, per non farmi spingere e schiacciare.

Ci sono degli incontri, combinazioni umane scomposte e quantomai imprevedibili. C'è quel senso di inadeguatezza che sparisce nell'istante in cui ci si accorge, con sollievo, che è condiviso. C'è quell'essere se stessi, di chi capisce e sa quali sono i propri limiti e cerca nell'altro il loro superamento. C'è quell'accogliersi e attrarsi nel riconoscersi, superando la paura. Abbassare le difese, perché nessuno è perfetto.

C'è una chiusa che è perfettamente incompleta quanto un perfetto lieto fine. C'è un copione, che non è la vita ed è la vita, e niente quinte. perché per quante storie puoi inventare, per quante maschere tu possa indossare, se le dai modo la realtà ti vince, si lascia ammettere e ti travolge.

Ci sono odori, colori, musiche, silenzi e parole. C'è il notturno n.20 di Chopin. Tasti bianchi e neri. La notte sulle guglie del duomo di Milano, nei riflessi sull'acqua del naviglio, sul marmo della galleria, la metropolitana,  i neon nelle vetrine della Rinascente, il deposito dei tram, il vapore sulle strade appena lavate. Ci sono rose rosse e una passione. Una cena e il vino, rosso. C'è quel parco di notte, i suoi alberi e le sue acque... dove di giorno le tartarughe prendono il sole.

Una fine.
E un inizio, ancora senza trama.




lunedì, aprile 11, 2011

Ho fatto uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette passi indietro. C'era un suono e un odore. Certi rumori puoi sentirli solo da lontano. Sono echi e se il vento si placa li mette a tacere, come sa. Un odore invece resta in un respiro. Come ascoltare il battito, in silenzio, finché non lo senti. Un respiro lo senti tra le labbra, umido.

domenica, aprile 10, 2011

Di tutte le bestialità che mi vengono in mente

In me il tempo fa due giri su se stesso e si acciambella dentro.

Ora, le cose da farsi sono due:
o la smette di farsi trascinare fuori di peso
o lo abbandono in autostrada.




sabato, aprile 09, 2011

Scherza coi santi, ma lascia in pace i fanti!

Egregi Santissimi e Beati,

sì, son sempre io. La mia di questa volta è una richiesta più impegnativa delle altre, lo so bene, tuttavia, viste le precedenti soluzioni, confiderei in una risposta più solerte e appariscente.

Di ringiovanire non son ringiovanita, sul guscio d'uovo abbiamo avuto giusto qualche divergenza, con la diplomazia sto migliorando e ho sentitamente apprezzato il segno inviatomi in sala d'aspetto a marzo. Confidando con sempre eguale fiducia nella vostra magnanima bontà, dopo gli accadimenti più recenti, sono qui a chiedervi... non è che potreste farmi diventare un po' più semplice?

Ero fuori e riflettevo...
i piccioni, le tortore, i cuculi e insomma gli uccelli tutti, come fanno a sapere quale ramo può sorreggerli? Fanno delle prove prima di capire? Si poggiano pian piano per vedere se s'abbassa? Se s'abbassa vengono fiondati verso l'alto! E quando vengono fiondati, loro pure si divertono? Che ad aver un ramo stabile ci si sente saldi e più sicuri. E il mio ramo? Sono stabile e sicura? E il mio volo? Torno a casa per le feste? O non torno? E per sempre?
Poi per terra ne ho trovato uno secco, sembra fatto per un affresco con natura morta ma, a guardarlo proprio bene, sotto le foglie ci sono grappoli di semi.

Ecco...
a me per ora sta pure bene questa vita così instabile e quest'animo 'sì indeciso, posso anche aspettare quanto al futuro se sono o meno destinata a grandi cose e per il luogo sono ben disposta a trovare un facile accordo, ma, dico sul serio, è mai possibile che ogni pensiero che io faccia, debba esser sempre tanto complicato?
Non bastava che io mi chiedessi se prendere un volo per tornare a Pasqua o no?
Se poi questo del ramo, per esempio, era un segno dei soliti vostri... cortesemente se ne può avere uno un po' più chiaro?!

Resto in attesa, come sempre, di un vostro celeste riscontro.


[Uccelli e rami - Milano 2011]

* che non sono complicata ma complessa, mi è stato commentato...
io ho ringraziato, sul momento mi è sembrato un complimento, ma a dire il vero non son sicura di capire bene qual è la differenza. mi sembra di non andar bene comunque.

Da un legnetto intagliato a un taschino fiorito.


Non è una bambina di due anni, è un koala in camicetta.


 
[Emma, in arte Pucci  - Parco delle Basiliche, Milano 2011]

...e del resto, il caso la sa lunga, non potevano darle un soprannome più adatto.

venerdì, aprile 08, 2011

La tua soglia del dolore

Una soglia è forse l'atomo primo di un nonluogo. Lo sono tutte seppur nell'infinita varietà di concretezza che ha ognuna. È un confine non violato dall'inconsistenza o dalla fissità. È frattura o congiuntura nell'attraversamento e il suo contrario, o permanenza.

Amo le soglie delle chiese.
Quiete, silenziose e ferme.
Amo attraversarle quando
qualcuno mi aspetta
dall'altra parte.
Su affreschi e marmi.
Su sagrati e strade.

La si varca, vi si sosta o ce ne si allontana, con un grado di libertà variabile e scomposto. Esistono soglie il cui senso è districato dal puro e semplice riconoscimento dello stesso. Ne esistono alcune la cui esistenza è indissolubilmente legata al limite imposto dal sacrificio per il superamento, la dipartita o l'immobilità. Vi sono soglie, talvolta mutevoli, che si determinano nell'inconsapevole momento in cui, senza predeterminazione, sono attraversate. A queste ultime appartiene, non in tutti i casi contemplabili, la soglia del dolore. 

Amo le soglie delle finestre.
Ventose, fiorite o abbandonate.
Amo quel riverbero di luce,
nel buio della sera
che sa di vita.
Su intonaci e volti.
Su alberi e passanti.

La soglia del dolore è muta o ruggente. È ravvisabile in una reazione impulsiva e incontrollata, misurata attraverso i sensi e l'intelletto. Seppur di duplice carattere, fisica e mentale, la soglia del dolore nel suo superamento sortisce talvolta effetti così simili e istintivi che risulta quasi difficile avvederne differenze. La soglia del dolore, come del resto molte altre, è intima e violata non appena la si avverte.

Amo le soglie
perché sono punti sordi
o storie che ancora devono iniziare.
Amo quel non luogo
che è terra di mezzo,
quell'acerbo divenire,
certo e noncurante
di un determinarsi
anche nel disequilibrio.
Sulla vita.

Odio la mia soglia del dolore. Questa sensibilità a tratti incontrollabile che mi esplode dentro, scavalcando ogni ragionevole e cosciente limite io le imponga. È un'inspiegabile spinta istantanea ed improvvisa, un crollo verticale senza appigli. Cresce sotterranea quando vedo o percepisco una storia, un'immagine o un gesto, ad esempio, in cui l'umanità è in qualche modo pervertita, una bruttura nella realtà così grave da non riuscire ad accettarla. Si alimenta di violenza e violenta supera il mio limite. Mi doma o mi sfinisce di paura. Accade quando meno me l'aspetto ed era così già da bambina. Muta, ruggisce dentro inattesa e non mi lascia scelta.

Amo quel raggio di sole che talvolta entra nelle chiese,
nelle case,
senza attraversare la soglia d'ingresso.

mercoledì, aprile 06, 2011

Il fagiolo

Quindi presi a chiedergli della questione del fagiolo. La trovavo interessante. Dietro la veranda e il tetto in legno, sopra il granaio, si vedevano nuvoloni minacciosi. L'aria era fresca, ci sedemmo sul marciapiedi in attesa dell'acquazzone e lui mi disse:
«Lei non ne sa molto di fagioli, vero?»
«No, non molto.»
«Ecco, allora immagini un baccello. Ci riesce?»
«Sì.»
«Bene.» e cominciò «Un fagiolo cresce chiuso in un baccello. E' protetto, ingrossato dalle piogge, rigoglioso se la pianta è rigogliosa, ha il suo posto e ci sta bene. C'è da dividersi lo spazio, in un baccello, sembra che ognuno debba farsi largo, spingere e dibattersi per gonfiarsi senza limite, penserebbe un po' chiunque. E invece no. Un fagiolo in un baccello si stringe e allarga come può. Si solletica della peluria del suo guscio e all'umido sta fresco. Il fagiolo non ci pensa a quanto spazio ha lì intorno. Non si cura degli altri semi tra le valve. Lui cresce e gonfia allegramente ed è il baccello che s'allarga in proporzione. Mi capisce?»
«Mi sembra un buon suggerimento.»
«Lo credo anch'io.» aggiunse infine «Ora cerchi di godersi questa pioggia. In primavera, gli acquazzoni, imperlano anche le piante più selvatiche.»

martedì, aprile 05, 2011

Rinascite

Non so se è un'onda profonda, quieta, a tratti impetuosa e gonfia, quella che ci attraversa.
Abbiamo vite, epoche, odori e colori diversi. Abbiamo viaggiato, bevuto, pianto e sorriso con deciso coraggio ed estremo abbandono. Nel bianco dei bucaneve abbiamo nascosto il pallore di un dolore impossibile, nel rosso del vino le risate più forti, in viole e lavanda i lividi sordi e intollerabili.
È quel profumo di caffè caldo nel freddo dell'autunno del nord, il nostro odore. È il vostro di tabacco e il mio così diverso, eppure lo stesso. È l'aroma che cresce in cucina tra foglie di cavolo, tortelli, banane fritte e ragù. È quell'odore morbido e tondo, unico e condiviso che ci appartiene.
Ho in me il verde degli smeraldi e quel bianco accecante dei diamanti sull'oro. È in me quella presunzione cieca, che attende sempre qualcuno che sappia domarla. Ho in me l'amore per il silenzio di una sveglia ormai spenta. È in me la melodia di un carillon e la paura di una canzone patriottica. Ho mano ferma, e se a stento riesco a seguire un drittofilo, tengo da dio le bacchette, però. E i colori dei fiori sulle vostre gonne, i loro nomi e i mughetti. I fondi del caffè, a Bologna. Un pentolino. Non so perdonare e perdonarmi.
E quando mi fermo, quando respiro e ascolto, ho in me quella capacità incredibile di sentire la gente. E una sorgente infinita di lacrime, dentro.
Ho questa passione, che vince su tutto, a volte persino me stessa.
E se travolta, travolgo, se si accende in me qualcosa posso far luccicare ogni cosa. E sono capace d'un amore totale e profondo.
Ho in me voi, quest'onda. Scia e richiamo. per rinascere ancora... e ancora.




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