giovedì, giugno 11, 2026

Le mie stanze nel vento

Mettevo un mattone sull'altro. Proprio l'uno, il due, e poi i successivi in fila sotto il sole. Gli angoli erano quasi sempre perfetti, dopo sette qui si gira, lì attento arrivi in cucina, qui la stanza per dormire. Le porte erano interruzioni strutturali, tre mattoni in meno, le finestre solo due.

Erano serpeggianti i tratti delle mie fantasie, minuscoli muri definivano le altezze sconfinate dei miei confini invisibili.

C'era spazio per tutti. Un salotto regale, servizi da tè, la tavola (quattro mattoni). C'erano ospiti immaginari ovunque. Un via vai inatteso di gatti, quelli veri, assolutamente non in grado di rispettare le geometrie assegnate. Scavalcavano le pareti eppure lì, a ben vedere, c'era fino ad un secondo prima il muro portante del mio studio di rappresentanza.

A 7 anni disegnavo la mappa dei miei spazi coi mattoni crudi sul terrazzo condominiale del palazzo.

Vieni qui, accomodati, dicevo. Vuoi un biscotto? Potrei costruire un'altra stanza, manca il bagno qui in effetti. Flick (il gatto) scendi subito dal letto (sei mattoni)! Era la mia fantasia più infinita quella convinta che da grande avrei avuto davvero stanze a tema. Questa è intitolata Alice, e qui lo vedi il corridoio? È il sentiero che va a Oz.

Facevo la stessa cosa in spiaggia. Trascinavo il piede lasciando una scia profonda nella sabbia. L'angolo, un salto ed è la porta, qui si gira e sei in cucina. In campagna, sulla terra disegnando coi rametti del gelso bianco in primavera. E alle volte ancora adesso, se nel silenzio mi distraggo, mi ritrovo a camminare tra i corridoi quieti del mio cuore. 

Un mattone, due. Quanto siano invalicabili l'ho capito solo tardi, quando, sorpresa, ho imparato che non sempre e a tutto, riesci a mettere un confine.






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