sabato, ottobre 12, 2013

Post-it

Se dei propri anni si potessero fare mucchietti di monetine, io ne farei tre da dieci e le spenderei tutte all'ufo catcher.


martedì, ottobre 01, 2013

Le mie temperature

Ho un taglio profondo e lungo da parte a parte. Dev'esserne uscito il senno quella mattina, perché tutt'oggi, io, con gran pazienza, ne raccolgo le gocce che si respingono e s'attraggono come il mercurio.
Ho un taglio profondo e lungo per tenerlo a mente, che non devo dimenticare d'essere un po' fragile, anch'io.



domenica, settembre 29, 2013

Chissà se dentro l'uovo già sognano di volare

Ho preso un foglio di carta velina leggera, bianco, disteso, quasi trasparente, solo per avvolgerci il tuo passato. Non ho accartocciato gli angoli per non lasciare il segno, per non pesarvi sopra. Mettilo qui, poggialo piano, come se dovessi riporlo nel fondo di un armadio.
Ho raccolto dei fiori di lavanda, freschi, aspettiamo che secchino, iniziami a raccontare cosa e chi ti ha portato sin qui, fino a me.

Mi piacciono i nidi, te l'ho mai detto? Mi piace la curva dolce tra il fondo dove riposano le uova e il bordo a precipizio sul nulla.

Non lasciarmi indovinare in quale mano tieni i tuoi ricordi più lievi, tenterei, già lo so, di aprirti con forza anche l'altra. Lasciami sostenere il tuo passato, il tuo sguardo, la tua mano.
Lasciati ascoltare, saprò capire il momento esatto in cui vorrai che io ti chieda di continuare.
Lasciati guardare in silenzio, non ti giudico, non ti spazientire.
Lasciati toccare, non ti terrò il polso, non ti stringo, lo prometto.

So che non vuoi inamidarlo e che non riuscirai mai a conservarlo tanto stropicciato. Ha pieghe che non so, macchie che non hai saputo cancellare e strappi che dovrai ricucire. Non lo lascio incustodito il tuo passato.

Alcuni uccelli appena nati restano nel nido a guardare le stelle per mesi, lo sapevi? Al primo volo sanno migrare seguendo le rotte del cielo. Mi piacciono i nidi, sono le culle più antiche del mondo.





lunedì, settembre 23, 2013

Dove non lo so se sai che sono

Ho spento le luci al faro salendo l'ultimo gradino al buio.
Ho deciso di giocare con l'unica lucciola che io abbia mai visto, prima che si spenga.
Ho una mano sull'altra, per nascondere la traccia delle mie vene, come radici o direzioni.
Non ho chiuso le porte a chiave, così che non ci siano serrature da aprire o da forzare.
Ho sciolto i nodi ai capelli, raccolto i granelli di zucchero e scostato le tende.
Ho deciso di non attirare più l'attenzione.
Non c'è motivo, per farmi cercare.
Eppure la tua bussola ha un nord imperfetto. Per fortuna.


 

venerdì, settembre 20, 2013

Blogfest

Io non lo so se questo weekend ve ne andrete alle terme, al centro commerciale o in gita al Giglio per vedere se la Concordia si ribalta dall'altra parte. Ma se per caso, dico per caso, foste alla Blogfest, allora avvicinatevi copiosi, vi lascerò il mio autografo con tanto di rossetto, come una vera fescion blogger. Fa poca differenza che davvero non lo sia, sono fashion dentro, io.

venerdì, settembre 13, 2013

Facciamo che io ero chi le scrive e tu eri le mie parole più belle.

Una dopo l'altra,
così immobili
e ferme
tra immaginazione e volontà,
possono,
alle volte,
le parole
giocare come i bambini
a fingere le cose.
Hanno il potere,
muto,
di poter essere,
ancora,
senza saperlo,
ciò che desiderano.
Si fermano un attimo,
soltanto,
di tanto in tanto,
per usare un imperfetto
scorretto
sul presente
e sul futuro.
Diventano,
non se smettono,
ma quando giocano,
ad esser grandi.



lunedì, settembre 02, 2013

giovedì, agosto 29, 2013

I cornicioni

C'era la pioggia che non cadeva sotto i cornicioni. Potevi stare ad aspettarla per ore, e non sarebbe caduta comunque, lì sotto.
C'era una pioggia, una precisa, che lì sotto non cadeva. mai.
Così ho iniziato a camminare sotto i cornicioni, in città, per non bagnarmi, inutilmente.
Così ho iniziato a camminare sotto i cornicioni, in campagna, perché pioveva dentro, a ragione.
Ha piovuto tanto che ho iniziato a cercare cornicioni ovunque.
Credo d'averlo costruito persino, un cornicione, dentro di me.

Poco sopra, alle finestre, ho affacciato i miei umori pazienti.
Sanno aspettare che smetta di piovere, ovunque.



[Avere ciò che basta, Londra 2013]

giovedì, agosto 15, 2013

Le cose che sai.

A quest'ora mi sveglio. È più di un anno che accade. Mi sveglio come una preda, nella tana, quando arriva la luce, controlla d'essere ancora al riparo. 

A quest'ora mi sveglio. Mi sveglio e mi rannicchio da qualche parte come se dovessi prendere la forma di un guscio.
A quest'ora mi sveglio. Riconosco cosa è familiare e cosa no. Mi sveglio e ho addosso gli animi della notte, con i loro affanni e desideri.
A quest'ora mi sveglio e cerco qualcuno, qualcosa, da cui fuggire, scappare pur di sentirmi al sicuro. 

E sarà sempre così, finché non deciderò di mettermi al sicuro dalla paura di non esserlo.

martedì, agosto 06, 2013

Quello che è triste, via.

Punto e Virgola. Il tarlo. La stanza 14. Elena, Biagio, i dolori. Il rigurgito al risveglio, i messaggi scoperti all'improvviso. Le bugie, le paure, i tacchi dietro la porta, il profumo in casa. Il pronto soccorso, le eclissi mancate, le feste mancate. La tortora, le parole sbagliate, l'indomani, quello che non andava detto, in bici di notte, le suonerie che non suonano, i baci non dati, il numero 7, i giuramenti finti, le promesse non mantenute, gli sguardi altrove, le prostitute, le sfide. Il Nonno, la nausea, le scritte sui muri. Gli aeroplanini di carta, i viaggi in Polonia, il 14 Giugno, le farfalle e la neve. La cheesecake, il divano, l'addio al celibato, il tempo sprecato, la porta d'ingresso. I biglietti aerei, le chiavi di casa, i vuoti. La paura di morire, Capodanno. Le bugie.

Se li scrivi tutti, li accartocci e li getti, puoi andare via. 
Posso andare adesso?
Puoi andare. 




I risvolti dei pantaloni:

iniziai a capire quanto stringente fosse twitter, quando tentai di spremere il pc dentro la soda.

mercoledì, luglio 17, 2013

Poi c'era qualcosa che era come un respiro. Un sospiro, un respiro, no. Un respiro.
Era un modo timido di vedere la vita muoversi, silenziosa, con la coda lunga attorcigliata alle mie gambe. Intimidita. Timida. Discreta.
Paziente, con me.


domenica, luglio 14, 2013

Tracce

Ad un certo punto mi sono accorta di essere rimasta in piedi fin troppo a lungo, così all'improvviso ho abbassato lo sguardo per cercare dove sedermi. Intorno a me c'erano mille impronte. Tracce su tracce, in un groviglio imprevisto.
Ho alzato lo sguardo, l'ho chinato di nuovo, c'erano impronte poggiate da anni.
Sono rimasta a guardarle per un tempo infinito. Per capire, per riconoscerle, per ricordarne le traiettorie.
Ho pensato di fare un salto, scavalcarle tutte e spostarmi più in là dove la terra non è ancora battuta. Invece sono rimasta in piedi, immobile e ferma.
C'erano impronte di piedi scalzi, zampe di conigli, stivali da pioggia, i passi nudi di caviglie forti e piedi lunghi. C'era la scia sottile di un tarlo, i miei passi sui tacchi e le mie impronte nude. C'erano pesanti suole di gomma, piedi piccoli, zampe di gatto e passi lenti e leggeri.
C'erano vortici e impronte dritte l'una dietro l'altra, verso di me. C'erano salti e passi in punta di piedi. C'erano orme in direzione contraria che giravano a largo per poi ritornare. C'erano passi lontano da me. E ancora lontano. E confusi ritorni in diagonale. C'erano gocce di pioggia, zampe di uccelli e una scia di venti.
Ho cercato le mie. Ferma su un piede ho cercato con l'altro di ritrovare le mie. Quelle scomposte, pesanti e storte le ho riconosciute prima di tutte. Ho cercato quelle ordinate e le ho trovate accanto a quelle leggere. C'erano impronte soffici e traiettorie sensuali come passi di un tango.
Inginocchiandomi ho disegnato un cerchio intorno alla vita, largo quanto le spalle e profondo tutto il mio peso.
Ho disegnato un cerchio perfetto grande abbastanza per potermi sedere. Ho raddrizzato la schiena, ho guardato oltre il groviglio per vederne la fine e stanca mi sono seduta al centro di tutto.
Sono qui, immobile adesso.
C'è solo una cosa che non riesco a capire.
Tra le tracce che portano a me, non ce n'è una che sia riuscita ad avvicinarsi abbastanza. Tra le tracce che portano a me, non ce n'è una che io abbia lasciato avvicinare abbastanza.
Eppure mi sento aggrovigliata e indifesa.




martedì, luglio 09, 2013

Avvolgersi

E avevo ricci e bucce di mela.
C'erano fiori di passiflora.
Viti e nodi tra i capelli.
Le mangrovie.
Avevo una scatola e rose dentro.
Le serrature.
Che non lascio entrare nessuno. Ma non è vero.
Da sempre.

Che se ti metto in mano un mazzo di chiavi non è per lasciarti entrare.
Chiunque tu sia.
È per farti capire che non devi forzare la serratura.
Che si entra solo dopo aver scoperto dov'è. dove sono. io e le mie paure.

giovedì, luglio 04, 2013

Quando il bambino era bambino

Il cielo sopra Berlino
Quando il bambino era bambino di Peter Handke

Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente;
e questa pozza, il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva d'essere un bambino.
Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno.
Quando il bambino era bambino,
su niente aveva un'opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l'epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lí?
Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?
Non é solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C'é veramente il male e gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed é ancora cosí.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere. ed é ancora cosí.
Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.
A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta,
e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.
E questo, é ancora cosí.
Sulla cima di un albero,
prendeva le ciliegie tutto euforico, com'é ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.
Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.

Peter Handke


Per quanto grande io possa diventare, 
le bacche mi cadranno sempre di mano.