venerdì, luglio 02, 2010

 Il condominio.

A guardarlo da lontano non si sarebbe detto, e a ben vedere, non lo si sarebbe detto nemmeno da vicino.
Sì, perbacco, sotto il pastrano sembrava nascondesse qualcosa, ma nemmeno la vicina dei gerani, che così bene lo conosce, l'avrebbe immaginato.
E dire poi che tutte le mattine lo si vedeva passeggiare in pantofole e berretto sul vialetto sotto casa. Che persona per bene, dicevano i condomini. Sarà l'età e tutti questi anni senza compagnia, ripeteva la portinaia agli inquilini. Salutava sempre con un mezzo inchino, e la vicina dei gerani giura che una volta si è chinato forse troppo e sembrava non riuscisse più a rialzarsi. Incredibile che un uomo all'antica come lui si sia lasciato coinvolgere a quel punto. E a quell'età, poi. La nipote della signora al quarto piano, dice che qualche giorno prima l'aveva visto scendere le scale con tale foga da dovergli andare incontro per aiutarlo col bastone. Mettersi il cappello poi e il tight, che scena imbarazzante. Il figlio del fornaio, dice che senza dubbio è colpa di quei programmi della sera. La nipote della signora al quarto piano e la figlia degli immigrati al primo piano, le ho viste ridacchiare sottovoce, raccontava la portinaia giù nell'atrio. Senza ritegno, dicevano un po' tutti.
Non vorrà più mettere piede fuori di casa, si diceva di continuo.
Che non l'avresti detto di un vecchietto così gentile e tanto a modo. Aveva anche il fazzoletto e la canottiera buona delle feste.

Aveva regalato una rosa rossa arrossendo nel colletto sopra la cravatta, il vecchietto alla Iole.
Che vergogna.

Se non hai mai scritto una poesia d'amore...

... allora la tua prima poesia non sarà all'altezza dei tuoi desideri.
La tua prima poesia d'amore non sarà una poesia, sarà come staccarsi un braccio, come sederti nudo al centro d'una piazza. E quindi siediti e vedrai quanto malconce e disarmoniche sembreranno le parole che alla fine hai scelto.
Una poesia d'amore perché funzioni, deve scioglierti il cuore e farti ingoiare d'un colpo la saliva che si è raccolta sotto la lingua, senza l'uso di parole dolci o salate.

Amami con la stessa curiosità che si ha nel guardare cosa c'è nel pugno chiuso di un bambino che dorme.
Amami con la stessa violenza con cui si trattiene una risata la domenica in chiesa.
Amami come il rumore sordo dei miei passi in luoghi lontani, dove io non ti vedrò e non avrò te tra i miei pensieri.
Amami come un brivido freddo d'inverno.
Amami con vergogna, con necessità ed egoismo.
Amami con la stessa delicatezza delle lumache sui germogli.
Amami come se fossi l'unica favola che hai mai raccontato.
Amami con la stessa angosciante passione con cui si cede a un peccato, a un desiderio.
Amami senza voltarmi le spalle la notte, senza dormire prima che il mio sonno sia quieto.
Amami come un ballo sfiancante.
Amami contravvenendo ad ogni tuo silenzioso regolamento.
Amami con la stessa attesa con cui aspetti la tua eco nella valle.
Amami finché io sola saprò stravolgere la tua esistenza per capovolgere anche questo tuo amore così imperfetto, che è come il mio.

E adesso dimentica tutto, perché mai si dovrebbero scrivere poesie d'amore.

mercoledì, giugno 30, 2010

Pane e tempesta di Stefano Benni

La fantasia di Benni sorprende sempre, non stanca mai.
Tendo a preferire una narrativa più fluida, meno spezzata, amo meno le sue raccolte di racconti o come questo, una via di mezzo tra una storia e una raccolta, de gustibus.
Dietro la scelta di una narrativa spezzata, tendo sempre a vedere una crisi, ed è proprio di una crisi che si parla, quindi preferisco concedergli il beneficio del dubbio, immaginando che forse, una storia ben congegnata, lineare, composita, avrebbe dato meno ragione al titolo...

... per quanto, ripensando allo sconto del quindici per cento sugli scaffali degli ipermercati su cui annualmente Benni appare, continuo a chiedermi...
era più facile adattare dei racconti da soffitta?

Resta che d'ora in avanti, immaginerò degli gnomi a spingere da sottoterra i funghi, per farli crescere tra gli alberi del bosco... e questo è impagabile.


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martedì, giugno 29, 2010

Le ossa rotte.

...e un libro di fiabe.

che leggerò ai miei bambini, un giorno.

cinque anni dopo. 

"[...]
Tremare. Silenzio.


Un bagliore. Luci. Cristalli.
Pazzia.

Sempre. Affascinante.

L'aria si ferma. Il respiro anche.
uno. due. tre.
girati.
Coltre d'argento.
Rubini a grappoli.
Nella polvere.
Nastri di vapore acqueo.

Buio.
Sale."

29 giugno 2005


sabato, giugno 26, 2010

A naso

La puoi sentire la gente.
La maggior parte ti scivola accanto indifferente...  miscugli di odori, shampoo, sudore, il cuoio delle scarpe, della cintura o della borsa. Certi hanno un odore troppo dolce, che con il caldo diventa quasi nauseante... puoi scommettere che hanno delle note di vaniglia, i loro profumi. Ci sono donne che profumano di lacca, di creme per il corpo e puoi giurare ad occhi chiusi che hanno capelli biondi ben curati, braccia esili e indossano qualcosa di leggero e molto chiaro. A volte qualcuna ha un profumo così buono che ti vien voglia di seguirla... così mentre eviti una spallata, superi un vecchietto, un passeggino, magari lei, indifferente, esce dalla borsa un chewingum, una sigaretta o una caramella... e tutto cambia...
Quelli che ne hanno uno pessimo, di odore... ne studi veloce il passo e poi le spalle, magari passi avanti e vai lontano.
L'odore della gente, puoi sentirlo...
...e per ognuno ci sarà qualcuno, un padre, un amore, un figlio, capace di riconoscerlo tra mille.

domenica, giugno 20, 2010

sabato, giugno 12, 2010

L'indifferenza

"L’indifferenza è il peso morto della storia.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."
 
11 Febbraio 1917, Città futura, Antonio Gramsci

venerdì, giugno 11, 2010

Se affiorano, falli affiorare.

Era lì, in questi mesi dell'anno e scandiva le mie giornate, quasi come un ombrello sotto braccio ad un uomo con un impermeabile giallo in inverno, o come il costumino con un papero di una bambina in estate, o come le foglie per terra sui viali d'autunno, era la primavera. Era una ciotola di frutta sul marmo nero, io entravo in cucina ed era piena di piccole pere verdi. Passando, ne prendevo una e continuavo a gironzolare per casa, giocando col cane, ballando in salotto, dipingendo qualcosa.
Il sapore è soprendentemente uguale dopo tanti anni.
Un identico sapore e un'identica goccia che scivola dalle labbra sotto il mio mento, anche se quella ciotola non c'è più, né ci sarà mai più, per fortuna.


lunedì, giugno 07, 2010

In me, di Kikuo Takano

In me c’è qualcosa di rotto.
Sono come l’orologio che si ferma
poco dopo averlo caricato,
come il piatto incrinato che non torna
nuovo se anche
lo incolli con cura.

In me c’è qualcosa di schiacciato.
Sono come il tubetto di dentifricio
quando nulla ne esce
se anche lo premi,
come la pallina da ping-pong ammaccata
che non può tenere più in gioco
nemmeno un buon giocatore.

Ci sono oggetti distrutti e schiacciati
dal principio, senza motivo, in me:
l’ombrello che non sta aperto, il violino
fuori uso e i sandali coi cinturini rotti,
il rubinetto intasato, il flauto
sfiatato, la lampada consumata.

Eppure non mi perdo di morale,
l’ira non mi trascina, né mi tormento
come una volta, anzi mi auguro
di potermi riempire
di quelle cose inutili,
restando distrutto e schiacciato,
in questo trovando il mio orgoglio.

martedì, maggio 25, 2010

Anche le parole si aggrovigliano di tanto in tanto...


[ ...dentro me. - Milano 2010]

venerdì, maggio 14, 2010

Sarà che dentro sono color smeraldo.

Leggo un libro in cui il protagonista è un uomo solo. Di quella solitudine che se la guardi da fuori sembra solo apparente, perché basta uscire di casa, incontrare qualcuno al lavoro, prendere il telefono e chiamare un amico. Di quella solitudine che ce n'è sempre un pizzico nella vita di tutti, ma che è insopportabile quando diventa un barattolo di sale che cade.
Lo scarico del water perde acqua da almeno due settimane. Di quell'acqua che non smette di gocciolare, che in alcuni momenti ti incanta, in altri ti tormenta come una goccia nel lavello di notte. Di quell'acqua che sembra possa lavar via tutto a furia di scorrere, che aspetti l'idraulico, ma se non arriva, prima o poi, pensi, si stancherà di cadere giù, tutta quell'acqua.
Ho comprato delle carrube oggi, dicono di mangiarle al posto del cioccolato. Saziata la voglia di carrube, adesso ho di nuovo voglia di cioccolato.
E tengo in ordine, in casa. Perché se non tieni ordine intorno a te fai ancora più fatica a mettere in ordine dentro, di te. Metti che domani è il giorno in cui devi assolutamente indossare quella sciarpetta verde, e non la trovi. Sono le piccole cose, che non ti fanno perdere completamente il controllo. Come una sciarpetta verde, abbinata alla cintura e a degli orecchini in radice di smeraldo, domani, con sotto braccio un libro e una carruba in tasca.

domenica, maggio 09, 2010

Lettera #1

L'anima non è pelle. L'anima è un tessuto. E no, no, non è un tessuto elastico, non credere, bambina mia. L'anima è una stoffa. Non la indossi come un abito a fiori in primavera, è lei che indossa te. Indossa quei tuoi splendidi occhi marroni, i ciuffi morbidi e scompigliati, i braccialetti che senti tintinnare quando cammini svelta. L'anima si strappa, ecco perché non è una ferita quella che tu ti porti dentro.
Lo so che scoprirlo adesso non ti sembra di conforto, ma non aspettare che il tempo curi e lenisca il dolore dei tuoi sbagli. L'anima è una stoffa. La tua trama può essere pregiata e molto fitta, grezza o un velo trasparente, ma se si strappa non c'è niente che puoi fare se non tentare di cucirla. Non si rimargina da sola.
Non aver paura, bimba mia. Troverai la sfumatura giusta del tuo filo e l'ago adatto. E se non li troverai, darai qualche punto di un colore e poi di un altro, tirerai l'ago troppo in fretta o piano piano, non preoccuparti. Forse non ti sembrerà mai perfetto il tuo lavoro, tornerai a guardarla e ricorderai per sempre quello strappo, ma non lasciarla strappata troppo a lungo.
L'anima è una stoffa e se si strappa, prendi ago e filo e con pazienza prova a ricucirla.