mercoledì, maggio 29, 2013

"Ti sei dimenticata della vera ale"

...e per un momento nella mia testa si sono affollati i mille posti dove posso averla lasciata in questi ultimi anni.
quando poi invece, pensandoci bene, mi sembra significhi più una cosa come dimenticarsi di portare fuori il cane.


Elliot Erwitt, New York 1974

domenica, maggio 26, 2013

La distanza più breve tra due punti.

E c'era una linea dritta, non dritta in tutti i sensi, non andava verso l'orizzonte, ma era dritta, un punto dietro l'altro e filava lì lunga al suo fianco.
Non le camminava sopra, non le camminava sotto, lei non gli girava intorno e lui teneva il passo.
Era abituato a linee così. A cose così. A strade così. Finanche i suoi spaghetti, erano ordinatamente arrotolati e mai spezzati.
Una linea lunga e dritta che lo seguiva al fianco, sin dai primi istanti.
Non tornavano mai indietro per ricominciare, perché non sbagliavano mai strada. Un passo lui, un tratto lei, anche se avrebbero giurato l'uno di aver sempre seguito la retta via dell'altra e viceversa.
Filava sempre tutto liscio, mai un groviglio di parole, mai nodi impettinabili, mai pieghe senza amido, era tutto incantevolmente predeterminato e ordinato.
A buon ragione si dimenticava spesso lui di lei e lei di lui. Correvano all'unisono perfetti e non vi era alcun plausibile motivo per cui lui dovesse prestarvi attenzione notte e giorno.

C'erano quella notte le luci della sera ben accese e marciapiedi attenti ai passi falsi. Potevi giocare con le ombre o restare immobile e fermo ad ascoltare i rumori imprecisi delle vite altrui. Una macchina veloce, un colpo di tosse, chiacchiere al telefono, l'abbaio di un cane, il gocciolare calmo dei resti di pioggia, avrebbe potuto restare lì immobile per ore e invece si accorse con stupore di un errore. Se ne accorse con la coda dell'occhio, che non scodinzolava quasi mai abituato com'era a guardar dritto.
Vide l'errore e svelto corse via per ignorarlo.

A ben guardare, un problema, come diceva Einstein, non può essere risolto allo stesso livello a cui è posto, e fu per questo che da quella sera, iniziò a guardarsi indietro col timore d'essere inseguito. Faceva un passo avanti dritto e poi voltava svelto l'angolo aspettandolo al sicuro. Era certo che prima o poi l'errore l'avrebbe superato, eppure col tempo iniziò a vivere nel terrore che di soppiatto si mettesse tra i piedi attorcigliandogli la vita.
Deciso a risolvere il problema un giorno fermandosi di scatto, girò sul passo e inspiegabilmente tornò indietro.
Era un uomo abituato a cose semplici e precise, gli era impossibile trovare spiegazioni complicate, continuava infatti a cercare soluzioni chiare e lineari.


Continuò ad insistere sin tanto che si accorse incredulo di non aver più fatto un passo avanti senza farne per prudenza anche uno indietro.

E allora smise di badare alle strade attorcigliate e agli errori che immancabilmente gli si misero tra i piedi. Andò avanti imparando a spingere indietro il timore di sbagliare e filò tutto liscio fino alla fine.

mercoledì, maggio 22, 2013

Quelli che sono peggio.

Quelli che sono sempre contro tutto e tutti e non sono mai pro niente. Quelli che sono con Renzi. Quelli che "io non sono radical chic". Quelli che dicono che quegli altri sono radical chic. Quelli che non lo sanno nemmeno cosa sono i radical chic. E quelli che dicono di esserlo e non l'hanno capito bene nemmeno loro. Quelli che l'amaca di Serra fanno a gara a pubblicarla per primi. Quelli che in televisione ti rubano il "quelli che". Quelli che Sex and The City "no, io non lo guardo" ma non è vero. Quelli che Sex and The City lo guardano perché sei "culturalmente onesto", se lo ammetti. Quelli che è tutto mainstream. Quelli che non lo dicono perché non sanno nemmeno dove metterlo, nella frase, il mainstream (come me). Quelli che ti dicono "ah ah" e invece non hanno capito un tubo. Quelli che ti dicono "ah ah" e non ti stanno ascoltando. Quelli che guardano Uomini e Donne perché c'è della "sociologia". Quelli che i gattini ovunque. Quelle che criticano le fashion blogger. Quelle che vorrebbero diventare fashion blogger. Le fashion blogger. I fashion blogger. Quelli con la foto fatta allo specchio. Quelli che hello kitty vorrebbero impiccarla. Hello kitty. Quelli che Saviano è un impostore. Quelli che Saviano è uno che rischia la vita. Quelli che di Saviano, Berlusconi, Borghezio, "non me ne frega nulla". Quelli che Berlusconi è stato solo furbo. Quelli che si farebbero la Minetti. Quelli del fitness. Quelli che "devi provare pilates". Quelli che "io lo zumba lo adoro!". Quelli che Corona "è uno che si è fatto da solo". Quelli che sono stanchi dell'Italia. Quelli che l'Italia non fanno nulla per cambiarla. Quelli che "tanto funziona così". Quelli che vanno alle feste di partito. Quelli che il consigliere "è amico mio". Quelli che il consigliere non è amico loro, ma se lo fanno amico. Quelli che è tutto hipster. Quelli che hipster non sanno nemmeno cosa significa. Quelli hipster e l'indomani "boho-chic". Quelli che "era la prima cosa che ho trovato nell'armadio". Quelli che leggono Fabio Volo. Quelli delle citazioni di Paulo Coelho. Quelli delle citazioni di Alda Merini dal novembre 2009. Quelli che twitter "non lo capisco". Quelli che twitter non lo capiscono ma capiscono come impostare la privacy di facebook. Quelli che i social network "sono superati". Quelli che google plus è il futuro. Quelli che google plus non lo capiscono ma capiscono twitter.  Quelli che "io il blog no, io ho un tumblr". Quelli che il pre-diciottesimo è "boom di click". Quelli che lo shooting fotografico "mi serve per lavoro". Quelli che alla fine lo mettono su facebook. Quelli che la farfallina di Belen è un'offesa per le donne. Quelli snob. Gli indolenti e gli ignavi.

Quelli che sono pure peggio, via.

I risvolti dei pantaloni:

che poi twitter mi ha infeltrito le parole. che non sembrano più nuove e nemmeno lavate con perlana.

domenica, maggio 05, 2013

Post-it

La verità è che ho un gran bisogno di fare cose normali.
E di farne tante.


Normale è il profumo del pranzo della domenica. I fiori sul tavolo. Un picnic con i marshmallows. Un cane sporco nelle pozzanghere. Apparecchiare una tavola per tante persone. Correre in bicicletta con un vestitino leggero. Ascoltare le bottiglie che cadono nella campana del vetro. Restare a chiacchierare fino a notte fonda.

Che tra le cose normali la felicità si posa piano negli spazi, come la fuga tra le mattonelle.


sabato, maggio 04, 2013


La prima aveva un tavolo di legno e un pesce alla tv. Vetri lunghi, un maglioncino d'angora spumoso e jeans con i bottoni a forma di gelato. Gazze ladre all'alba e nespole oltre il giardino. Tele umide, alberi a pastello e un cane a dondolo color arcobaleno prova certa del gusto dubbio di Babbo Natale. Una casetta di stoffa coi porcellini. E un lupo. Un corridoio dei passi lunghi, un ripostiglio da cui prendere la rincorsa e un telefono sip unico nascondiglio del facoltosissimo topolino dei miei denti. Aveva una scatola di mattoncini pieni e una fila di matite dalle infinite sfumature. Aveva una maniglia rotta e una collanina di corallo.

La seconda aveva un'abat-jour gialla, una lanterna per i treni e un pesce in copertina. Era lunga un metro e settantaequalcosa di giochi fatti su misura. C'era uno scivolo per le pulci, una zanzara che era impossibile stecchire, a meno che non fossi io a morire dalle risate. Era piccola e di passaggio.

La terza aveva libri e riviste in ogni dove, un gatto grigio e pochi quadri alle pareti. Alte finestre dai vetri fin troppo spessi e un grande letto su cui saltare se nessuno ci vedeva. Aveva due piccole risate, di cui una tenera e biondina. Corridoi paurosi nella notte e piste da corsa per il giorno, capanne, un'altalena e spettacoli teatrali di indiscutibile prestigio. Un giradischi, jazz, un tappeto dove ballare o stendersi a pensare, un cane alto ed uno basso. Aveva il profumo della torta di carote e del cream caramel nel forno. Aveva angoli netti e ben precisi.

La quarta aveva un lungo corridoio in marmo e un balcone misterioso. C'era il tavolo in legno e un pesce in forno. Aveva avventure sconfinate e nei fine settimana odore di resina e castagne. C'era carta dappertutto ed un pulcino a forma di candela su ogni torta. Era una famiglia tutta nuova.

La quinta aveva tre tazze di latte caldo, un raggio di sole e due gocce di caffè. Un dondolo spericolato e una bicicletta tutta rosa. Mele caramellate e bomboloni, cartoni animati e un piccolo lucchetto a un diario. Il tavolo in legno, fiori a colori sui pantaloni e secchi dentro i vasi. Aveva bisticci indemoniati e un dente perduto chissà dove. C'era profumo di torta alle mele e nel weekend di funghi e miele. Aveva due letti vicini e tantissime cose da dire ad ogni ora. Aveva salami appesi alle pareti e un piccolo fagiolo da allevare. Aveva qualcosa di semplice e normale.

La sesta custodiva ancora il mio letto di legno. C'era un posto per me ma stanze e scaffali così pieni di roba che anch'io non sapevo mai se restare. C'erano lì i racconti dei miei viaggi lontani e una porta chiusa sopra i ricordi più vecchi. C'era la mia assenza e silenzi strani.

La settima aveva risate accese e lunghi pianti. Un gatto grigio ed uno bianco. Una cucina gialla, una tenda verde e una bicicletta tutta rossa. All'improvviso spaghetti lunghi e penne corte. Era uno scompiglio che si è rivelato una fortuna.

L'ottava era gialla! Aveva un continuo vai e vieni di gente misteriosa. Il caffè del pomeriggio, i corridoi sempre in pigiama, i libri letti tutti d'un fiato a notte fonda. Un topolino avventuroso, una spalla scoperta, un piercing alle labbra e yogurt a cena. Aveva il naso gelido al mattino e un vento ubriacante d'estate. Aveva muri leggeri, fucili ad acqua e una collezione di foto alle pareti. Aveva la luce brillante di chi ha assaltato il cielo.

La nona ha pesanti muri di pietra ma cuori leggeri. Ha scale che s'avvitano e porte aperte. Ha vino, fumo e risate a crepapelle. Ha il profumo del pomodoro e pezzi di stoffa ovunque. Penne ai capelli, figlie che vanno e vengono, pantofole rubate. Ha il ritmo giusto del loro amore.

La decima aveva stanze larghe e pensieri stretti. Bacchette cinesi, lunghi riccioli biondi, riviste alla moda e dolcificanti. Aveva cinque rumori di tacco differenti e non un parere in comune. Aveva un armadio rosso e un buffo furetto bianco. Aveva macchie di tempera ai baffi, sciarpe puzzolenti nascoste dentro i cassetti e un metro e sessantaequalcosa di giochi notturni proprio a misura. Aveva una porta di legno leggera, pronta ad aprirsi per andar via.

L'undicesima aveva gambe incrociate fino a notte fonda. Finestre ghiacciate e risate calde. Topolini a due piani ed un cane peloso da accartocciare. Un vetro rotto e vasi da fiore ghiacciati. Tavoli pieni di spesa, bagnoschiuma in comune e un abbraccio forte e deciso all'addio.

La dodicesima ha ancora il tavolo in legno e pesci in padella. Ha pezzi della mia vita scomposti e ricomposti. Ha il mobile in legno, le sedie e il pulcino di cera. È il risultato più folle di tutti questi anni.

La tredicesima è ora. È qui. È quella col tetto in legno e i quadri appesi. Sono i miei libri, il mio computer, questo divano nuovo e la musica appena. È un guscio dentro cui sono rinata più e più volte. È il vento alle travi e l'albero di magnolie in fondo alla via. La ballerina di tango, il pianoforte che suona tra i camini spenti, il gatto Jerry e la Jole. È il mio passato e un assaggio del mio futuro. Un'orchidea, un Mirò, un pesce rosso, un'altalena, un angelo in pietra e un'infinità di foto che conservo per una nuova parete.

È  uno stargate, ora che so che sto per lasciarla.
È questo coraggio che mi porto dentro che lotta da sempre con una paura folle dei cambiamenti.
Questo continuo cercare un posto al sicuro pur sapendo bene che avere una casa non significano quattro pareti.



venerdì, aprile 26, 2013

il gioco delle domande inutili

di quelle domande che non sono tanto intelligenti, ma che ad un certo punto vengon fuori, e vai in fissa, anche se ti rendi conto che il punto non è tanto la risposta, quanto l'attimo in cui ti poni la domanda, che si ripresenta e sai che la risposta non importa.
che è più semplice scriverla, la domanda, per spiegarlo.
un domanda tipo: e se morissi adesso all'improvviso?
o anche, giusto per sdrammatizzare: mangerò mai le cavallette?
e non importa la risposta, alla domanda basta che tu te lo chieda, che tanto la risposta in quel preciso momento non riesci nemmeno a pensare quale potrebbe essere, una intelligente, s'intende.

lunedì, marzo 25, 2013

Le fantasie inutili.

Resti seduto ad un tavolo in fondo ad un bar e osservi la gente, bevendo un whisky e fumando un sigaro spento.
Sei un quadro vivente, con prospettive di attese infinite, mentre ti guardano chiedendosi "Cosa fa quell'uomo seduto da solo?"
Rigiri un pezzo di carta tra le dita, marrone, sporco di tabacco, finché siede al tuo tavolo una donna bellissima che ti chiede "Chi aspetti?"
Non aspetti nessuno, osservi e basta e sei stanco delle domande inutili, così non rispondi e lei si alza stizzita. Continui a guardarti intorno, batti il piede sotto il tavolo ad un ritmo diverso dal jazz che suonano tre tavoli avanti.
Sei una fantasia, in un vecchio bar dai tavoli in legno, non aspetti niente, e non ha senso farti alcuna domanda, resterai lì, finché qualcuno non deciderà quando ti alzerai, quando accenderai di nuovo quel sigaro e persino quando chiuderà quel bar e tu dovrai uscir fuori a vagare per le strade fumose di Londra.
Sei una fantasia inutile, già scritta così tante volte che non c'è più niente da dire, se non lasciarti lì, ad aspettare che qualcosa accada e non accadrà più.


lunedì, marzo 04, 2013

Ad occhi chiusi




The Cinematic Orchestra, Arrival of The Birds & Transformation


E l'aria come una scia dalla guancia alla linea del collo, lungo le piume sottili e piccole nell'incavo dove s'attacca l'ala più forte. Scivola, tra le penne lunghe delle ali tese, vibrano appena, una due tre, sino alla coda e va via.
Un oltre mare e onde e terra e monti e montagne e neve, case e bruma e le cime dei pini.
E sollevarsi su nuvole grigie in alto, in basso, con la pancia, che si fa umida appena, alta, nel vapore bianco fino ad uscirne veloce, a testa in su, per respirare forte.
Una spinta in alto, più su, giù, su, su, nuvole appena.
E una goccia di brina che scorre dal naso al becco, all'occhio tondo e socchiuso, oltre la testa, nel cielo.
E sentire l'aria tremare poco sui fianchi, le traiettorie, intorno, accanto, e correre senza aver fretta di planare lieve. Planare piano e lasciarsi trasportare dalle correnti del vento deciso del nord.
In alto, su, più su, su e ancora su. Fino a tremare dall'emozione.
Sospeso, in cielo, tra gli aquiloni.
E voltare al sole, e guardarlo appena, e aprire un'ala per fingere di volargli attorno. Misurarsi con l'orizzonte e aspettare che la pioggia si posi leggera.
Arcobaleni.
Entrarci dentro per colorarsi alla luce più trasparente del sole. Di rosa, arancione, e poi blu, indaco e viola. E tornare per mescolarsi al verde, di blu e rosa ancora. Lievi.
Nuvole blu e cobalti pieni. E tramonti caldi e spuma bianca e il brillio dei pesci a pelo d'acqua, toccarla appena.
Non fermarsi mai.
E ripartire ad ali stese tra nembi spumosi.



Saper atterrare, è un volo perfetto.




sabato, marzo 02, 2013

Grillo e Benni, cose che stonano.

Le notizie sibilline.


   


"Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine 
non ci furono né vincitori, né vinti, né idee." 
Stefano Benni

mercoledì, febbraio 27, 2013

Le chiavi di casa

Un gesto di proprietà acceso quasi come quella maniglia dorata sulla porta.
Me la ricordo ancora.

Ad un bambino non dovresti mai strappargli la sua casa. Una casa sono le misure, lungo il muro, dei passi contati sulle mattonelle. È il lenzuolo perfetto per farsi una capanna agli angoli opposti di una stanza. È la pantofola persa sotto il letto e i saltelli per il corridoio urlando alla mamma di aiutarti a ritrovarla.

Una casa sono le cose ritrovate ad occhi chiusi. E scie invisibili di passi svampiti come quelli di un bambino.


martedì, febbraio 26, 2013

L'ignoranza al potere


"La retorica, dunque, a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all'ingiusto." 
Platone, Gorgia, ca. 386 a.e.c.



Quello che disgrega
Quello che scoraggia
Quello che spaventa
Quello che la gente non sa e non vuol sapere
Quello che la gente sa e fa finta di non sapere
Quello che la gente non chiede
Quello che conviene

Gli indolenti
Gli approfittatori
I poveri
Gli insoddisfatti
Gli insofferenti
Gli indifferenti
Gli ignoranti

Le croci affrettate
Le croci confuse
Le croci suggerite
Le croci obbligate
Le croci mancate
Le croci scambiate
Le croci ostinate

La facce inaffidabili
Le facce inespressive
Le facce ambigue
Le facce spente
Le facce diffidenti ed impudenti
Le facce arroganti
Le facce impenitenti




I soldi.



È un paese libero, l'Italia.
Anche di non saper trovare alternative.


[che gran voglia di andar via.]