...e per un momento nella mia testa si sono affollati i mille posti dove posso averla lasciata in questi ultimi anni.
quando poi invece, pensandoci bene, mi sembra significhi più una cosa come dimenticarsi di portare fuori il cane.
mercoledì, maggio 29, 2013
"Ti sei dimenticata della vera ale"
domenica, maggio 26, 2013
La distanza più breve tra due punti.
E c'era una linea dritta, non dritta in tutti i sensi, non andava verso l'orizzonte, ma era dritta, un punto dietro l'altro e filava lì lunga al suo fianco.
Non le camminava sopra, non le camminava sotto, lei non gli girava intorno e lui teneva il passo.
Era abituato a linee così. A cose così. A strade così. Finanche i suoi spaghetti, erano ordinatamente arrotolati e mai spezzati.
Una linea lunga e dritta che lo seguiva al fianco, sin dai primi istanti.
Non tornavano mai indietro per ricominciare, perché non sbagliavano mai strada. Un passo lui, un tratto lei, anche se avrebbero giurato l'uno di aver sempre seguito la retta via dell'altra e viceversa.
Filava sempre tutto liscio, mai un groviglio di parole, mai nodi impettinabili, mai pieghe senza amido, era tutto incantevolmente predeterminato e ordinato.
A buon ragione si dimenticava spesso lui di lei e lei di lui. Correvano all'unisono perfetti e non vi era alcun plausibile motivo per cui lui dovesse prestarvi attenzione notte e giorno.
C'erano quella notte le luci della sera ben accese e marciapiedi attenti ai passi falsi. Potevi giocare con le ombre o restare immobile e fermo ad ascoltare i rumori imprecisi delle vite altrui. Una macchina veloce, un colpo di tosse, chiacchiere al telefono, l'abbaio di un cane, il gocciolare calmo dei resti di pioggia, avrebbe potuto restare lì immobile per ore e invece si accorse con stupore di un errore. Se ne accorse con la coda dell'occhio, che non scodinzolava quasi mai abituato com'era a guardar dritto.
Vide l'errore e svelto corse via per ignorarlo.
A ben guardare, un problema, come diceva Einstein, non può essere risolto allo stesso livello a cui è posto, e fu per questo che da quella sera, iniziò a guardarsi indietro col timore d'essere inseguito. Faceva un passo avanti dritto e poi voltava svelto l'angolo aspettandolo al sicuro. Era certo che prima o poi l'errore l'avrebbe superato, eppure col tempo iniziò a vivere nel terrore che di soppiatto si mettesse tra i piedi attorcigliandogli la vita.
Deciso a risolvere il problema un giorno fermandosi di scatto, girò sul passo e inspiegabilmente tornò indietro.
Era un uomo abituato a cose semplici e precise, gli era impossibile trovare spiegazioni complicate, continuava infatti a cercare soluzioni chiare e lineari.
Continuò ad insistere sin tanto che si accorse incredulo di non aver più fatto un passo avanti senza farne per prudenza anche uno indietro.
E allora smise di badare alle strade attorcigliate e agli errori che immancabilmente gli si misero tra i piedi. Andò avanti imparando a spingere indietro il timore di sbagliare e filò tutto liscio fino alla fine.
mercoledì, maggio 22, 2013
Quelli che sono peggio.
I risvolti dei pantaloni:
che poi twitter mi ha infeltrito le parole. che non sembrano più nuove e nemmeno lavate con perlana.
domenica, maggio 05, 2013
Post-it
La verità è che ho un gran bisogno di fare cose normali.
E di farne tante.
Normale è il profumo del pranzo della domenica. I fiori sul tavolo. Un picnic con i marshmallows. Un cane sporco nelle pozzanghere. Apparecchiare una tavola per tante persone. Correre in bicicletta con un vestitino leggero. Ascoltare le bottiglie che cadono nella campana del vetro. Restare a chiacchierare fino a notte fonda.
Che tra le cose normali la felicità si posa piano negli spazi, come la fuga tra le mattonelle.
sabato, maggio 04, 2013
La prima aveva un tavolo di legno e un pesce alla tv. Vetri lunghi, un maglioncino d'angora spumoso e jeans con i bottoni a forma di gelato. Gazze ladre all'alba e nespole oltre il giardino. Tele umide, alberi a pastello e un cane a dondolo color arcobaleno prova certa del gusto dubbio di Babbo Natale. Una casetta di stoffa coi porcellini. E un lupo. Un corridoio dei passi lunghi, un ripostiglio da cui prendere la rincorsa e un telefono sip unico nascondiglio del facoltosissimo topolino dei miei denti. Aveva una scatola di mattoncini pieni e una fila di matite dalle infinite sfumature. Aveva una maniglia rotta e una collanina di corallo.
La terza aveva libri e riviste in ogni dove, un gatto grigio e pochi quadri alle pareti. Alte finestre dai vetri fin troppo spessi e un grande letto su cui saltare se nessuno ci vedeva. Aveva due piccole risate, di cui una tenera e biondina. Corridoi paurosi nella notte e piste da corsa per il giorno, capanne, un'altalena e spettacoli teatrali di indiscutibile prestigio. Un giradischi, jazz, un tappeto dove ballare o stendersi a pensare, un cane alto ed uno basso. Aveva il profumo della torta di carote e del cream caramel nel forno. Aveva angoli netti e ben precisi.
La quinta aveva tre tazze di latte caldo, un raggio di sole e due gocce di caffè. Un dondolo spericolato e una bicicletta tutta rosa. Mele caramellate e bomboloni, cartoni animati e un piccolo lucchetto a un diario. Il tavolo in legno, fiori a colori sui pantaloni e secchi dentro i vasi. Aveva bisticci indemoniati e un dente perduto chissà dove. C'era profumo di torta alle mele e nel weekend di funghi e miele. Aveva due letti vicini e tantissime cose da dire ad ogni ora. Aveva salami appesi alle pareti e un piccolo fagiolo da allevare. Aveva qualcosa di semplice e normale.
La nona ha pesanti muri di pietra ma cuori leggeri. Ha scale che s'avvitano e porte aperte. Ha vino, fumo e risate a crepapelle. Ha il profumo del pomodoro e pezzi di stoffa ovunque. Penne ai capelli, figlie che vanno e vengono, pantofole rubate. Ha il ritmo giusto del loro amore.
La tredicesima è ora. È qui. È quella col tetto in legno e i quadri appesi. Sono i miei libri, il mio computer, questo divano nuovo e la musica appena. È un guscio dentro cui sono rinata più e più volte. È il vento alle travi e l'albero di magnolie in fondo alla via. La ballerina di tango, il pianoforte che suona tra i camini spenti, il gatto Jerry e la Jole. È il mio passato e un assaggio del mio futuro. Un'orchidea, un Mirò, un pesce rosso, un'altalena, un angelo in pietra e un'infinità di foto che conservo per una nuova parete.
È uno stargate, ora che so che sto per lasciarla.
È questo coraggio che mi porto dentro che lotta da sempre con una paura folle dei cambiamenti.
Questo continuo cercare un posto al sicuro pur sapendo bene che avere una casa non significano quattro pareti.
venerdì, aprile 26, 2013
il gioco delle domande inutili
di quelle domande che non sono tanto intelligenti, ma che ad un certo punto vengon fuori, e vai in fissa, anche se ti rendi conto che il punto non è tanto la risposta, quanto l'attimo in cui ti poni la domanda, che si ripresenta e sai che la risposta non importa.
che è più semplice scriverla, la domanda, per spiegarlo.
un domanda tipo: e se morissi adesso all'improvviso?
o anche, giusto per sdrammatizzare: mangerò mai le cavallette?
e non importa la risposta, alla domanda basta che tu te lo chieda, che tanto la risposta in quel preciso momento non riesci nemmeno a pensare quale potrebbe essere, una intelligente, s'intende.
lunedì, marzo 25, 2013
Le fantasie inutili.
Resti seduto ad un tavolo in fondo ad un bar e osservi la gente, bevendo un whisky e fumando un sigaro spento.
Sei un quadro vivente, con prospettive di attese infinite, mentre ti guardano chiedendosi "Cosa fa quell'uomo seduto da solo?"
Rigiri un pezzo di carta tra le dita, marrone, sporco di tabacco, finché siede al tuo tavolo una donna bellissima che ti chiede "Chi aspetti?"
Non aspetti nessuno, osservi e basta e sei stanco delle domande inutili, così non rispondi e lei si alza stizzita. Continui a guardarti intorno, batti il piede sotto il tavolo ad un ritmo diverso dal jazz che suonano tre tavoli avanti.
Sei una fantasia, in un vecchio bar dai tavoli in legno, non aspetti niente, e non ha senso farti alcuna domanda, resterai lì, finché qualcuno non deciderà quando ti alzerai, quando accenderai di nuovo quel sigaro e persino quando chiuderà quel bar e tu dovrai uscir fuori a vagare per le strade fumose di Londra.
Sei una fantasia inutile, già scritta così tante volte che non c'è più niente da dire, se non lasciarti lì, ad aspettare che qualcosa accada e non accadrà più.
lunedì, marzo 04, 2013
Ad occhi chiusi
The Cinematic Orchestra, Arrival of The Birds & Transformation
E l'aria come una scia dalla guancia alla linea del collo, lungo le piume sottili e piccole nell'incavo dove s'attacca l'ala più forte. Scivola, tra le penne lunghe delle ali tese, vibrano appena, una due tre, sino alla coda e va via.
Un oltre mare e onde e terra e monti e montagne e neve, case e bruma e le cime dei pini.
E sollevarsi su nuvole grigie in alto, in basso, con la pancia, che si fa umida appena, alta, nel vapore bianco fino ad uscirne veloce, a testa in su, per respirare forte.
Una spinta in alto, più su, giù, su, su, nuvole appena.
E una goccia di brina che scorre dal naso al becco, all'occhio tondo e socchiuso, oltre la testa, nel cielo.
E sentire l'aria tremare poco sui fianchi, le traiettorie, intorno, accanto, e correre senza aver fretta di planare lieve. Planare piano e lasciarsi trasportare dalle correnti del vento deciso del nord.
In alto, su, più su, su e ancora su. Fino a tremare dall'emozione.
Sospeso, in cielo, tra gli aquiloni.
E voltare al sole, e guardarlo appena, e aprire un'ala per fingere di volargli attorno. Misurarsi con l'orizzonte e aspettare che la pioggia si posi leggera.
Arcobaleni.
Entrarci dentro per colorarsi alla luce più trasparente del sole. Di rosa, arancione, e poi blu, indaco e viola. E tornare per mescolarsi al verde, di blu e rosa ancora. Lievi.
Nuvole blu e cobalti pieni. E tramonti caldi e spuma bianca e il brillio dei pesci a pelo d'acqua, toccarla appena.
Non fermarsi mai.
E ripartire ad ali stese tra nembi spumosi.
Saper atterrare, è un volo perfetto.
sabato, marzo 02, 2013
Grillo e Benni, cose che stonano.
mercoledì, febbraio 27, 2013
Le chiavi di casa
Un gesto di proprietà acceso quasi come quella maniglia dorata sulla porta.
Me la ricordo ancora.
Ad un bambino non dovresti mai strappargli la sua casa. Una casa sono le misure, lungo il muro, dei passi contati sulle mattonelle. È il lenzuolo perfetto per farsi una capanna agli angoli opposti di una stanza. È la pantofola persa sotto il letto e i saltelli per il corridoio urlando alla mamma di aiutarti a ritrovarla.
Una casa sono le cose ritrovate ad occhi chiusi. E scie invisibili di passi svampiti come quelli di un bambino.
martedì, febbraio 26, 2013
L'ignoranza al potere
Quello che disgrega
Quello che scoraggia
Quello che spaventa
Quello che la gente non sa e non vuol sapere
Quello che la gente sa e fa finta di non sapere
Quello che la gente non chiede
Quello che conviene
Gli indolenti
Gli approfittatori
I poveri
Gli insoddisfatti
Gli insofferenti
Gli indifferenti
Gli ignoranti
Le croci affrettate
Le croci confuse
Le croci suggerite
Le croci obbligate
Le croci mancate
Le croci scambiate
Le croci ostinate
La facce inaffidabili
Le facce inespressive
Le facce ambigue
Le facce spente
Le facce diffidenti ed impudenti
Le facce arroganti
Le facce impenitenti
I soldi.
È un paese libero, l'Italia.
Anche di non saper trovare alternative.

