martedì, ottobre 18, 2011

chiudi,
piega quella maniglia e chiudi
io trattengo il fiato,
né un alito di vento,
né un soffio d'aria,
tu di qua io di là.

tira la porta a te,
piega il gomito in un movimento innaturale
porta il tuo pugno stretto sulla maniglia
dietro la schiena,
lì dove senti le ossa.
lo farò anch'io.

chiudila adesso,
e io resterò immobile dall'altra parte
fermo, di spalle, appoggiato
cercando di respirare senza affanno.

farà una curva il mio collo
e terrò la testa un po' indietro
quasi a spingerla
quand'è già chiusa.
e sarà per credere di toccarti ancora,
perché tu sei lì
io lo so
appoggiato di spalle, come me.

e resteremo immobili
per un tempo infinito
e non diremo una parola
e io continuerò a stringere nel pugno la maniglia
senza muoverla di un millimetro.

e mi scioglierai i capelli con il pensiero,
mi sfilerai i jeans,
mi darai un bacio sulla spalla
e stringerai anche tu la mano sulla mia.

finché deciderò,
deciderai,
se fare un passo avanti e andar via
o girarmi,
girarti,
di scatto
e aprire
senza più la certezza che tu,
che io,
sia dall'altra parte.

poi ci accorgeremo che non esisto io.
né tu.
perché la porta non esiste.
perché siamo fatti di terra e sangue, non d'attese.







lunedì, ottobre 17, 2011

Le storie di me che tesso per me | Come le viole

Poi, ecco, ti stavo raccontando, mi sono fermato di botto e una signora, anziana peraltro, sbattendomi contro stava per cadere. Mi sono scusato per un pezzo, ero mortificato e più mi scusavo più m'arrabbiavo perché mi stava distraendo dal mio pensiero e più m'arrabbiavo, più mi sentivo in colpa e continuavo a scusarmi! Un incubo!
Gesticolava come un matto e io ridevo.
Risolto l'incidente con la vecchina poi hai ripreso il filo? gli chiesi a quel punto.
Sì, anche se ho qualche difficoltà ad essere analitico e preciso, iniziò a spiegarmi. Adesso per quanti miei giudizi sugli altri io ricordi, con molta più fatica riesco a ricordare quelli altrui su di me. Lì per lì quando ho incontrato l'uomo delle viole, non avendo capito subito, non ho considerato gli aspetti pratici per risolvere il problema. Potrei tentare con carta e penna e raggruppare in categorie quelli che si somigliano, ma ho l'impressione sia solo un espediente faticoso e vano.
Non credo ti sia utile, gli dissi con sincerità. Non puoi chiedere o parlarne ancora con lui? Forse potresti semplicemente ripartire da zero, da oggi, da adesso. Inizi e da ora in poi farai sempre attenzione a questi dettagli.
Chiamali dettagli! È praticamente una rivoluzione! Io non so nemmeno se ci riuscirò mai. E no, non posso chiedergli. Che poi mi chiedo... il mio appetito di conoscenza può non passare attraverso giudizi e conclusioni? Posso non farmi divorare dal bisogno di sindacare sul se una cosa è o non è come io credo?
Gesticolava ancora.
Melodrammatico! Sei un attore nato! gli dissi ridendo.
Si mise a ridere anche lui, poi tornò subito serio e guardandomi disse. Io credo che un giudizio sull'altrui essenza è una violenza.
Abbassai lo sguardo, riflettendo. Eppure non si può né credere di non essere mai obiettivi, né in effetti arrogarsi il diritto di sapere chi e perché l'altro fa o dice qualcosa, conclusi perplessa.
Appunto, allora sarebbe da stabilirsi un limite di tolleranza superato il quale uno sceglie e decide. Solo che così, anche parlandone noi adesso, sembra una questione pomposa da filosofi, invece è un problema giornaliero, assiduo, comune, umano, diffuso, è la difficoltà più grande nel mediare con se stessi verso l'altro. Dove per altro intendo chiunque altro, persino se stessi, quando ci si giudica, mi disse angustiato.
L'estrema conclusione del tuo ragionamento è non fidarsi mai di nessuno e di star sempre a vedere, analizzare, riflettere, capire, tentai di concludere.
Io non mi fido quasi mai di nessuno eppure sparo giudizi a raffica. Ho iniziato a rendermi conto di quanto sia sbagliato quando qualcuno ha iniziato a sparare giudizi a raffica su di me e a farci caso solo perché non facevano breccia e scansandomi avevo il tempo al ralenti di notarli. E sai cos'è la cosa più incredibile che ho capito? mi chiese.
Provo a indovinare? risposi.
No, no! Era retorico! Mi incalzò subito. Te lo dico io. Ho capito che i giudizi dati con leggerezza e facilità da qualcuno che tu credi ti voglia bene, alla lunga fanno ancora più male.
Dici? Eppure dovrebbe essere il contrario, non dovrebbero ferirti perché sai che sono comunque "sparati a raffica" come dici tu, a fin di bene. No?
No. Perché se tu vuoi bene a qualcuno, allora devi prenderti cura non solo delle insicurezze, delle paure, ma anche delle certezze, dei pilastri su cui si fonda la sua identità, la sua essenza, il suo esistere qui e ora al mondo. E ci sono un'infinità di sfumature, di microscopici dettagli che con buona probabilità tu non vedi, non noti e che invece fanno il ritratto pieno e completo di chi hai davanti.
Mi stai confondendo e quello che dici, la disposizione d'animo in cui conti di metterti, mi sembra pericolosa. Se concedi il beneficio del dubbio a tutti, se non ti autodetermini nel decidere chi hai davanti, come fai a relazionarti senza rischiare d'essere ferito o prendere un abbaglio? In realtà avevo un milione di domande, ma era una riflessione da rivoltare come un calzino, non avevo nemmeno idea di quale fosse il verso giusto per affrontarla.
Hai ragione. È un po' innaturale pensare di non dover o potersi fare un'idea sugli altri. Finisci poi per non fidarti di nessuno. Abbassò lo sguardo lui questa volta, stava pensando. Ma sai cosa credo? Io credo che dare un giudizio sugli altri sia una questione di una delicatezza incredibile. Bisogna giudicare gli altri solo quando si è dubitato di sé stessi fino in fondo. Bisogna essere accorti. Anche perché, io penso, continuando a sparare giudizi sugli altri senza esser prudenti, si corre il forte, fortissimo rischio, di mettere negli altri dubbi terribili perché inutili. Perché del resto, se c'è una cosa che ho imparato dall'uomo delle viole, è che le incertezze, quelle altrui, non devi mai, mai, osare toccarle... se non con mani tremanti e nude, con mani umili, morbide e delicate.
Delicate come le viole, sussurrai.
Come cogliere le viole... sussurrò piano anche lui.




mercoledì, ottobre 12, 2011

Start | Stop

Non te lo dicono mai che poi non è più come quando si era bambini.
Non te lo dicono, altrimenti ti fermi in mezzo alla strada e giustamente non vuoi più fare un passo avanti, nè uno indietro.
Non te lo dicono perché se lo scopri da solo fa meno male.
Non te lo dicono perché se lo scopri da solo fa meno paura.
Non te lo dicono così tu in fondo continui sempre a sperare che la volta dopo vada diversamente.
Non te lo dicono, perché figurati se qualcuno ha il coraggio di dirtelo.
Non te lo dicono, al limite qualcuno inizia con un "credimi..." e già l'inizio è sbagliato.
Non te lo dicono perché tutti quelli che già lo sanno, inizierebbero con un "io..." e tu non ci crederesti lo stesso.
Non te lo dicono finché non sei tu il primo ad ammetterlo.
Non te lo dicono, che ad un certo punto cominci a non vedere più l'inizio e la fine dei tuoi problemi.
Non te lo dicono mai che poi non è più come quando si era bambini e i problemi avevano capo e coda.
Non te lo dicono che inizierai a sentirti senza soluzione di continuità.
E che ad un certo punto capisci che sta a te a volte decidere dov'è l'inizio e la fine di te stesso o di un problema.



giovedì, ottobre 06, 2011

Substantia

La percezione del reale passa attraverso i sensi.
Annusami.
Non puoi sottrarti, sarebbe come tradirti.
Guardami.
Non andare altrove, la realtà è terra e vapore.
Toccami.

Per cui non puoi che desiderare di poterti arrampicare, di poter scivolare, avvicinarti leggero quasi planare, sedere in silenzio accanto alle cose, al tuo reale. Non ti accorgi quasi mai che quando assaggi prima annusi. Non diresti mai che il tuo sguardo si lascia viziare dalla mano. E puoi solo scegliere se farti o meno travolgere da quei momenti in cui, dentro di te, c'è un'onda alta che vorrebbe vederti accavallare su di lui o lei. Puoi contare i passi, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove passi esatti, poi chinarti, poggiarti sulle mani e sedere distante da qualcuno.
Perché l'unica verità è che il tuo pensiero è sangue e nervi, tensioni, spinte sottese e mute, non trascende la realtà, la attraversa, vivo, come un terremoto attraversa la pietra, puro.
Non c'è ascesi se non la morte. Dominare, piegare finanche rallentare il tempo è illusione da stolti. Misero è colui che da sé tenta di separarsi, rifiutando i sensi.
L'anima è sostanza.







* Maurice Merleau-Ponty su questo, è una lettura profondamente illuminante
** nessun riferimento a persone, cose, spot, post o fatti, le coincidenze nella vita sono sempre sorprendenti

sabato, ottobre 01, 2011

Sfiorarsi

Se potessi toccare il mistero che è in me, in lui, lei...
Se potessi per un attimo, uno soltanto, avvicinarti talmente tanto da poterlo sfiorare... come ti avvicineresti?
Perché vedi, sfiorare qualcuno è difficilissimo.
Ci sono segni, spiragli, angoli bui e porte da attraversare. Io deliberatamente divento un labirinto. Io non mi lascio attraversare dritta. Lascio aperta ogni via di fuga però, porte d'uscita spalancate.
Se potessi, tu, come faresti? Non è materia fluida, inconsistente, il mistero che tu, io, ci portiamo dentro, per quanto nascosto è pulsante e denso.
Io divento un labirinto, perché devo essere sicura che davvero vuoi, se arrivi a sfiorarmi.



martedì, settembre 27, 2011

Le storie di me che tesso per me | I buchi nel vetro

Non è una questione d'impegno, che poi saresti capace di convincerti che lo faccio di proposito, gli dissi. No, è che mi sembra una reazione, solo una reazione, mi rispose. Capita, cioè capita spessissimo, adesso per esempio sono andato in fissa coi buchi nel vetro, iniziai a spiegargli. Sei di nuovo in fase creativa? È un buon segno, non succedeva da qualche anno ormai, mi fece notare. Più o meno, sono andato in fissa con la cedrata e coi buchi nel vetro. Ecco, cercavo di spiegarti che non accade in modo consapevole, a volte ho come l'impressione che la gente, nella mia immaginazione, chiaro, si aggrappi con tutte le forze a qualcosa nella mia vita, come se volesse riempirla a tappo, approposito di bottiglie. Mi guardava con uno sguardo fermo, quasi un rimprovero ma forse era la mia metafora a non essere delle più felici e provai di nuovo. Tu vivi qualcosa con qualcuno e ci sono dei dettagli, piccoli, apparentemente insignificanti, che da quel momento in poi ti ricorderanno per sempre quella persona, ok? chiesi. Sì, ok, rispose. Bene, una roba tipo il colore del grano o la rosa di Exupery, aggiunsi. Sì, sì, ho capito, vai avanti, si stava spazientendo. Allora poi succede che in un altro posto, in un altro tempo, altro clima, altra stagione, altri colori, suoni, profumi, rumori, quel minuscolo dettaglio ricompare senza che tu possa prevederlo, all'improvviso, e se lì per lì tu pensi oh caspita, ma guarda te che coincidenza! in realtà, ecco il punto, a me sembra che appena qualcosa di nuovo sopraggiunge, il vecchio ricordo e in senso figurato la persona a cui è legato si aggrappi al minuscolo dettaglio con le unghie e con i denti! Ora suonava meglio. Eh, dunque? A lui forse no. E dunque quando io aggiungo un nuovo significato si sente il rumore mpach! delle grinfie del vecchio ricordo che si staccano a ventosa! Adesso mi sembrava d'esser stato molto più chiaro. Eppure lui continuava a guardarmi un po' teso e persino costernato. Non ti dispiacerà mica per i ricordi che lascio indietro?! Gli domandai. Mah, non so, sembra una cosa un po' triste, se la guardi in modo analitico sembra che tu ti voglia impegnare a dimenticare, si dice 'chiodo schiaccia chiodo', replicò e io mi offesi. Io non perdo e non schiaccio proprio niente! Dissi piccato. Non te la prendere! Mi disse ridendo.
Non c'era nulla da ridere, era una cosa molto seria. Io non volevo perdere nulla, non ero disposto a farlo e avrei riempito cantine, soffitte e solai pur di non dimenticar nemmeno un dettaglio. Io già sapevo che dimenticare era il primo passo per perder qualcosa, qualcuno, e già il modo in cui il presente diventa un ricordo era per me una questione assai dura da sopportare e una costante sempre in rinnovo nella mia vita. Ma capitava spesso, con mia sorpresa, che qualcosa scivolasse sull'altra all'improvviso. Così non è che fosse una questione d'impegno per vincere il passato, anzi. Non ero affatto pronto per lasciarli andare, eppure m'accorgevo d'aver dovuto accettare di lasciar tutto per sempre e per questo con piglio sadico ero io a staccar una ad una le manine che s'aggrappavano nella mia mente mpach! Avrei voluto rifiutargli di diventare ricordi e mi sarei trattenuto a bere con loro dalla stressa grolla ogni sera, ma diamine erano coincidenze, nessun'impegno e del resto non sempre si sceglie il proprio passato.
E poi alla fine avevo da risolvere la questione dei buchi nel vetro e una mezza idea di aspettare l'aiuto di un tipo che ero sicuro si sarebbe divertito a giocare con me tra le bottiglie.
E però ancora non ho capito cosa c'entra la cedrata, le bottiglie e i buchi nel vetro con la faccenda dei ricordi e delle coincidenze, mi chiese il mio amico alla fine. Niente, non c'entra proprio niente, gli risposi... intanto, sai mica come si fanno i buchi nel vetro?




lunedì, settembre 26, 2011

Quando è pura e delicata, la bocca è forse la migliore raccomandazione nella vita sociale; poiché se diamo credito alla porta, così anche all'ospite che ne esce, la parola del cuore e dell'anima.

tratto da Plastica di J.G.Herder

domenica, settembre 25, 2011

E sotto una ci metto la biglia.

L'idea è di capovolgere le tazze, tutte, una ad una. Non c'è un motivo, voglio prenderle tutte e capovolgerle.
Per farci?
Non c'è un motivo. È tutto il giorno che ci penso. Voglio capovolgerle e mettere qualcosa sotto ognuna.
Allora un motivo c'è.
No. Solo vederle tutte capovolte. Voglio rovesciarle tutte.
È che ti piace fare la stramba, perché il motivo c'è, l'hai appena detto.
No, sì, cioè sì non c'è un motivo e forse mi piace fare la stramba.
Ecco, dillo.
Mi piace fare la stramba. Fatto sta che le voglio capovolgere tutte sul pavimento.
Poi non si cammina.
Chissenefrega.
Ti do due giorni, poi ti daranno ai nervi quelle tazze per terra.
Allora, io le prendo tutte una ad una e le capovolgo. Sotto c'infilo qualcosa.
Ma che senso ha?
Ma non lo so! Ma lasciamelo fare!
Ma spiegamelo!
Credo d'aver bisogno di riprendere alcune cose e dargli un posto.
Ma che posto è? Tanto poi devi rimetterle in ordine!
Eh lo so! Ma c'è troppo caos adesso per dargli un posto preciso e nel frattempo le ho tra i piedi e mi confondono!
Bah, fallo allora.
Dicevo, le prendo tutte una ad una e sotto c'infilo qualcosa, tipo il gioco dei tre bicchieri, però con quarantadue tazze.
Se metti una cosa sotto ognuna che diavolo di gioco è! Vinci sempre!
Va bene, allora le prendo tutte e sotto quarantuno metto qualcosa.
Se la cosa dici che ha senso...
Mi stai facendo passare la voglia.
Di fare la stramba? Meglio.
Sotto la quarantaduesima non metto nulla, dicevo. Tutte capovolte e una non copre nulla. Poi ci scrivo su qualcosa.
Qualcosa tipo?
Tipo che tu mi annoi con i tuoi modi e la tua razionalità inutile.
Non ha senso capovolgere delle tazze, metterci qualcosa sotto e lasciarle lì. Non capisco poi perché tu debba lasciarne una vuota. A questo punto metti qualcosa sotto tutte e basta.
Sei stancante.
Sarà che a me le tue stramberie mi sembrano solo un modo per attirare l'attenzione.
Sarà che a me quelli che fanno gli strambi mi infastidiscono, così quando me lo dici mi metti st'odiosa pulce e appena c'è la pulce tutto sembra diverso, e ti dico che a me piace fare la stramba pur di non sentirti e di non attirare l'attenzione!
A te piace!
Questa tua razionalità io la detesto.
Lo so, questo lo so.
E allora lasciami in pace.
Tanto ormai t'ho fatto venire il dubbio.
Il dubbio l'avevo già.
E allora ti lascio in pace.
Non lo sai fare.
Non essere scocciante tu adesso. Ti lascio in pace.
Come?
Io le capovolgo e tu metti sotto qualcosa.
Perché?
Questa tua diffidenza la detesto. Una lasciala vuota, sotto quella metto qualcosa io.
Cosa?
Ci metto te insieme alla pulce, così tutti penseranno che sono io, qui, quella più stramba delle due.




venerdì, settembre 23, 2011

Seta

E c'era quel bruco che si trasformava in farfalla, di nuovo, nei miei sogni. Non era più crisalide, non era ancora nulla che somigliasse a una farfalla se non un accenno di colori brillanti che nasceva dal verde più vivo e morbido. Ti chiamavo per correre a guardarlo e tu non venivi, stavi per andar via, non era andata a modo tuo, in fondo eri arrabbiato. L'ultima volta era febbraio o marzo, non ricordo. Non credevo che l'avrei sognato ancora, ma c'è una differenza da allora, adesso io so che quel bruco siamo noi e che tu non la vedrai mai quella farfalla. E nemmeno io.

giovedì, settembre 22, 2011

Costellazioni



Stelle, Francesco Guccini


"Se c'è una traccia disegnata sul mio corpo, una storia che unendo i miei nei appaia come sulla vetrata piombata della mia cattedrale in carne ed ossa, io, voglio conoscerla."

Ho rami blu che forti s'arrampicano sulla mano.
Parole secche e parole fiorite.
E tre stelle sul braccio, che prima non c'erano.
Una triangolazione perfetta.

Appaiono simboli piccoli e misteriosi. è una mappa.



Paisaje lunar di Adara Sànchez Anguiano