giovedì, agosto 18, 2011

Post-it

Ecco, io credo che hai una casa quando, entrandoci, provi la stessa identica sensazione che provavi da bambino entrando nella tua capanna di stoffa. O almeno, io, una casa, la voglio così.




mercoledì, agosto 17, 2011

Sommersa


Drift - Brian Eno

Ero sott'acqua, sommersa. Sommersa ovunque fossi. La superficie era una lastra di ghiaccio, sopra, sotto, acqua ovunque ed era gelida. Al fondo c'erano colonne che attraversavano la realtà, non ne vedevi, non ne esisteva, l'inizio né la fine, imponenti, gelide, fisse.  Fuggivo qualcosa, lenta. Schianti di luce che attraversavano l'acqua veloci come se fosse suono. C'era il buio spesso e cristallino delle profondità marine e alghe alte, lunghe, fredde. Cercavo qualcuno, fuggivo e cercavo qualcuno, c'era acqua ovunque, anche dentro di me, e mi sentivo soffocare.
Non riaffioravo mai, superata la superficie dell'acqua era ancora notte e buio e nonostante la luce fredda della luna ero ancora sommersa. L'aria era acqua, una realtà a specchio. Alberi ed erba e rocce e colonne, sommerse. Camminavo nell'acqua, mi sentivo soffocare e cercavo qualcuno. Riuscivo a rompere il ghiaccio a mani nude, a fare un buco con un dito e tuffarmi dall'acqua in acqua. Lo attraversavo e di nuovo nuotavo tra le alghe nella luce blu e verde del mare di notte.
Cercavo mia madre, volevo trovarla, dovevo salvarla. Continuavo a soffocare e a fuggire da qualcuno, lentamente.



martedì, agosto 16, 2011

Post-it

Sotto la doccia ho idee illuminanti. Poc'anzi ho realizzato che devo stare alla larga dalle persone che mi fanno sentire sporca.


Ho un senso estetico del linguaggio non da poco.

Le storie di me che tesso per me | I granelli della clessidra

Lo trovai seduto sul bordo della fontana con la testa tra le mani e accelerai il passo per paura che gli fosse accaduto qualcosa di spiacevole. Ehi, tutto ok? Ciao, dissi. Sollevò il capo e mi sorrise raggiante. Allora stai bene! Quasi gridai. Non so se sto bene ma forse ho trovato una soluzione, mi rispose. Andiamo a bere qualcosa? suggerii io. No, restiamo qui, fermi, ho paura che se mi distraggo risucceda, mi disse serio. Mi sedetti accanto a lui in silenzio aspettando che gli venisse voglia di spiegarmi. Tornò con la testa tra le mani e i gomiti sulle gambe, io tacqui. Quella mattina non ebbi risposta.
Passarono giorni e poi settimane e poi mesi su mesi, non si fece vivo e io non gli chiesi nulla, rimasi in attesa. Alle 11:11 dell'11 marzo finalmente si fece sentire. Ho risolto, vediamoci alla fontana, ti racconterò, disse ermetico. Va bene, ci vediamo lì, a che ora? chiesi. Alle 12:12 domattina, ti va bene? rispose in fretta. Sì, va bene, a domani, replicai.
Alle 12:12 ero lì, non capivo il motivo di un appuntamento ad un orario tanto preciso, quindi spaccai il secondo. Lui non c'era, arrivò esattamente un minuto più tardi. Allora finalmente mi racconti? domandai io solerte. Cosa? ribatté. Come cosa? Cos'è successo? Come hai risolto? lo incalzai. Si sedette, feci lo stesso e a mezza voce gli chiesi ancora una volta di spiegarmi. Vedi, è iniziato tutto quando mi sono reso conto che passavo la maggior parte del mio tempo ad aspettare qualcosa. Più esattamente la causa scatenante è stato il continuo ripetersi di alcuni accadimenti. Inspiegabilmente di anno in anno qualcosa di identico si ripeteva. Questa cosa era sfiancante, io aspettavo, aspettavo qualcosa, non arrivava e nel frattempo i fatti, le circostanze, gli eventi, si ripetevano costanti. Ho pensato, dico sul serio, che stessi completamente mandando la mia vita a puttane, ma poi quel giorno alla fontana, dopo tanto tempo, ho capito cosa fare. Solo a guardarlo si capiva che era cambiato. Cosa hai fatto? chiesi. Mi sono dato un appuntamento. Mi sono dato un appuntamento ogni singola volta che qualcosa si stava per ripetere. Chiaro, non è che si sia sempre ripetuto qualcosa che avesse a che fare solo con la mia vita, ma questo era assolutamente indifferente. Che riguardasse me o meno, io da quel giorno in poi, quando è capitato, mi sono sempre dato un appuntamento. Gli domandai in cosa consistesse il darsi un appuntamento con se stessi. Io ho aspettato, ho aspettato qualcosa che non aveva forma, non aveva dimensione e consistenza, non sapevo nemmeno cosa stessi aspettando e del resto aspetto ancora. Eppure la realtà mi scorre a fianco, il tempo continua a scivolare, si ritorna su quella spiaggia dove si è già stati, ti invitano a cena e ti trovi davanti lo stesso piatto che qualcun'altro ha già cucinato per te, ex litigano per una ex, capita di rivedere film già visti sullo stesso divano, si rifanno viaggi per mare già fatti, ti dicono parole che hai già sentito, tutto questo mi annienta. Tutto perde senso, si riavvolge il tempo e io inizio a desiderare di aver vissuto ciò che è già accaduto, in modo diverso. Perché se tanto qualcosa risuccede, se tanto capita a tutti, allora bisogna saper essere relativi, anche a se stessi. Quando succede, quando qualcosa si riverifica puntuale ed esatta, io sento che la mia attesa non ha alcun senso e non faccio altro che lasciarmi sfuggire il tempo e l'esistenza. Così prendo un appuntamento. Vado da solo, incontro me stesso, mi do un orario e un luogo. Come oggi alle 12:12 del 12 marzo.
Perché se sto aspettando solo te, prima o poi, ad uno qualunque di questi appuntamenti verrai ed io smetterò di scivolare come sabbia in una clessidra, disse.


sabato, agosto 13, 2011

I do not want to be a glass ball

E credevo mi aspettasse. Perché io correvo più lentamente e a meno che non si fermasse ad aspettarmi non avrei saputo raggiungerlo. E correvo, correvo a perdifiato, ero allenata. Una vita ad allenarmi. Grandi rincorse, grandi inseguimenti, senza raggiungere mai nessuno, ma ero in gran forma. Pensavo sempre che questo stereotipo che l'inseguire qualcuno non sia una buona cosa era da ridiscutere e rivedere. Un po' perché il mondo gira e tutto è circolare quindi, a dirla proprio tutta, non esiste chi insegue senza essere seguito e poi perché questa cosa dello star dietro, non mi creava alcun imbarazzo, anzi, io ci stavo dentro alla grande, correvo da centometrista. Ero in gran forma.
Così io credevo mi aspettasse, anzi, lo credevo ogni volta. Io corro eh, tu vai avanti che arrivo, se non mi vedi arrivare aspettami! Che arrivo! Forse l'avevo per vizio. Correvo sin dall'inizio, non smettevo e anzi era un continuo incitare a correre più veloce di me, finché ci riuscivo, a convincerlo, a corrermi avanti.
Il punto è che fuor di metafora io l'ho capito solo adesso che per quanto abbia dato l'idea di voler correre al fianco di qualcuno, poi, davvero, non l'ho mai fatto. Faccio i miei giri, corro al mio ritmo e a mia volta non ho voglia d'essere inseguita né d'aspettare nessuno.
Non sarei capace d'ammetterlo sul serio nemmeno davanti al padreterno, né riconoscerei che sono una compagna di staffetta eccellente, frena tu, corro più in fretta io, hop!, ma la verità è che io alla fine quando mi sono accorta che qualcuno iniziava ad aspettarmi, ho rallentato la corsa, diminuito il ritmo, diradato i respiri, per non arrivare mai.
Allora inizi a riflettere su questa società, sulle relazioni, sui legami, sull'incertezza che è uno status quo psicologico e ti trovi mille giustificazioni, mille attenuanti. Perché non c'è nulla di cui doversi giustificare, nulla che mi renda da meno o meno meritevole di fiducia.
Forse, soltanto, adesso dovrei smetterla di comportarmi così. Dovrei smetterla di correre e di dare l'idea che con me non si possa far altro se si vuole arrivare al traguardo. Dovrei smetterla di far test e prove di resistenza su chi incontro. Dovrei smetterla di spronare chi ho accanto a correre più in fretta di me, per darmi sicurezza o tenermi sulla corda. Dovrei smetterla di chiedere d'aspettarmi o di convincere qualcuno a farlo, di illudere e illudermi che ho fretta d'arrivare anch'io.
Perché io, correndo, che insegua o sia inseguita, quando qualcuno inizia a corrermi a fianco cambio strada all'improvviso e urlo di seguirmi, salto gli ostacoli che voglio e ne aggiro altri, incito a superarmi, mi fermo solo quando voglio e non arrivo mai alla fine. Perché io, chissà quando, mi sono convinta che il traguardo stia lì, che attenda fermo con la sua linea d'arrivo, che bisogna arrivarci insieme e spezzarla all'unisono.
Invece adesso so che non c'è nessun traguardo e non c'è alcun bisogno di correre, banalmente la linea d'arrivo deve restar dietro al primo passo che si fa con qualcuno accanto.
Che quando si cambia strada a me piace all'improvviso tenere ed essere tenuta per mano, perché in una strada nuova e incerta non si va mai di corsa.

E forse nulla accade per caso.

Io sono un armadillo.

venerdì, agosto 12, 2011

Way-out


C'è della condensa tra i due vetri. Oltre il finestrino, i cavi elettrici della stazione, e più in fondo l'alba. L'acqua scivola lungo il vetro e s'accumula in una striscia netta sul fondo. Segue il dondolio del treno, cola da un lato quando sale e precipita dall'altro quando scende.
Così pensavo che quest'acqua è come gli errori. Scivolano accumulandosi quando non sei in equilibrio. E allora o resti fermo e non ti muovi o lasci che ti seguano imparando ad accettare che c'è una linea netta che con te s'inclina.
Perché del resto, una volta sciolta al fondo, nulla impedisce di guardare fuori o di stare ad osservarla al di qua, per capire, e in realtà anche d'acqua siamo fatti.

mercoledì, agosto 10, 2011

Way-out

Accavallo pensieri e incontri e ricordi e desideri e scoperte e momenti, se mi fermassi adesso mi sommergerebbero. E quindi mi faccio diga e specchio d'acqua. Che si riflettano pure e parlino tutti, mentre sono quieta.
C'è chi ascolta e chi parla. Ho un gran silenzio dentro.
E aspetto di tornare per ascoltarmi.

venerdì, agosto 05, 2011

Sotto vuoto spinto

Si possono svuotare un'infinità di cose. Tutto ciò che è pieno, in un attimo. Ho imparato a svuotare le tasche, perché non finiscano le monete nel filtro della lavatrice. Ho svuotato secchi, bottiglie, cestini, finanche i bicchieri mezzi pieni. Svuoto con una frequenza disarmante stanze, valigie, armadi.
Per quante volte questo è rigenerante, altrettante somiglia più ad uno strappo. Chiudo le cerniere però, così che resti tutto dentro, come un vaso di Pandora.
Ho imparato anche a svuotare di senso quello che mi ferisce o mi offende. Lascio che ogni cosa si versi fuori e non trattengo nulla, nessuno.
Imparerò a svuotare la mente prima o poi, e saprò che nulla di ciò che vale si lascia svuotare o scivolar via.
Ho la pancia vuota, vado a svuotare il frigo.





Post-it: i topi

Faccio sogni inutili e scomposti. Perché sognare cose angoscianti, se non servono a nulla? Mi sa che il mio acchiappasogni s'è rotto.




giovedì, agosto 04, 2011

Quando Brezsny m'interroga...





Pesci 19 febbraio – 20 marzo

Nella sua canzone Crazy, il cantante inglese Seal ripete questo verso parecchie volte: “Non riusciremo mai a sopravvivere se non diventiamo un po’ pazzi”. Te lo consiglio come mantra da usare nei prossimi giorni. La tua salute emotiva dipenderà dalla tua capacità di ridere di te stesso, accettare l’assurdo e coltivare una riconoscente venerazione per gli enigmi cosmici. Essere un po’ pazzo non solo ti manterrà sano di mente, ma ti permetterà anche di godere della divina commedia della vita e di farne tesoro.

... a me spesso vengono in mente delle immagini.
Di tanto in tanto invece, delle parole... come queste:

Tu m'insulti,
Quando dici che sono
Schizofrenica.
Le mie suddivisioni sono
Infinite.

Bernice Zamora

... che di cose strane in queste ultime settimane
me ne sono successe un bel po'.


martedì, agosto 02, 2011

Way-out, inside.

Way-out
Sono seduta sul pianerottolo di casa. Aspetto. I viaggi sono fatti anche di attese, dicevo proprio stamattina. e di imprevisti. Ho lasciato le chiavi in sicilia, credevo fossero in valigia mi sono detta. fenomenale, invento scuse tra me e me per me! in realtà le ho dimenticate in piena regola, livello del pensiero zero. Dimenticate completamente.
Sono stravaccata per terra sulle scale, i piedi sulla valigia, la mia borsetta da fighetta alternativa sul mobile e ho fame. e Aspetto. i jeans stamattina erano puliti. ora un pò meno.
Quando mi sono accorta di non avere le chiavi ho bestemmiato in dieci lingue (si fa per dire). tra un'ora arriverà qualcuno. Aspetto.
Mi sa che mi giro. i piedi sul muro, la testa sulla valigia. anche la maglietta era pulita. ora un pò meno. Aspetto sempre, manco a dirlo.
Non mi sono portata il portatile. a quest'ora avrei visto un film. mi sa che finisco il libro.
C'è un tipo, un soldato, che dopo una disastrosa traversata nel pacifico a bordo di una nave per il trasporto truppe arriva in casa d'un ufficiale. finisce a letto con la moglie. i due pare si siano innamorati a prima vista. e non Aspettano. fuggono in un rifugio vicino al mare per vivere il loro tormentato idillio d'amore. ...pagina centonovantadue me ne mancano sessantaqualcosa.
Non sto leggendo un Harmony. è la terza di una raccolta di tre storie scritte da Doris Lessing, premio nobel per la letteratura nel 2007. tutt'altro che romantico, finora un libro pieno d'errori, di debolezze, di compromessi e imperfezioni o a voler essere poetici (che tanto, intanto, io Aspetto e posso pure dilungarmi) sbavature, "'che una sbavatura rende più prezioso il quadro".
Oggi la mia vena poetica è pessima. la citazione l'ho appena inventata, sia chiaro. sarà la levataccia all'alba, il volo in ritardo, le chiavi che ero convinta fossero in valigia... e Aspetto. un po' delirante.
Sono seduta di nuovo, i piedi sul primo gradino. No, mi giro. Schiena a muro, gambe sulla valigia, è più comodo. tra un'ora mi portano le chiavi di riserva. io intanto Aspetto.
Che quando uno Aspetta, pensavo, mica sta fermo. io quando aspetto m'impegno un sacco ad aspettare. soprattutto alle tre del pomeriggio, a milano, che si muore di caldo, con i jeans e la maglietta che erano puliti e ora sono sporchi, sul pianerottolo, per terra.


Inside
Poi ho smesso di Aspettare e sono entrata.
Tra una settimana riparto. Firenze mi Aspetta con un caro incontro e io non vedo l'ora. poi Roma. Aspetto anch'io. e non si finisce mai.