giovedì, maggio 26, 2011

Stanare il vermetto

Scritto e pubblicato il 20 Ottobre 2009

Che non è un fatto di misura
Crolla il cemento dei cornicioni, si schianta sulla strada. I vetri delle finestre esplodono e in mille pezzi piovono in testa alla gente. L'asfalto si sconquassa, si scrosta la vernice delle strisce pedonali. Le vetrine antiproiettile s'incrinano e cadono i libri giù dagli scaffali. I fari delle auto, le luci dei lampioni, i bicchieri nei bar, scoppiano e si sbriciolano. Si alza la polvere dai marciapiedi e il ferro dei tombini si contorce. Le linee elettriche vanno in cortocircuito e le macchine si schiantano ai bordi delle strade. Un padre si getta sopra il figlio per coprirlo dal crollo. Un'anziana signora perde il bastone e piomba a terra. Gli uccelli sui fili dell'alta tensione volano via impazziti.
Tutto, dopo, immobile e distrutto, tace.
Dorme, lì sotto il marciapiedi, il vermetto. E sogna d'urlare, prima d'attraversare la strada.


Adesso io mi fermo e prendo un respiro.

Post-it

Sovrappensiero disegno sempre delle x cerchiate quando parlo di me. La prossima volta m'impegno e disegno un elefante.

martedì, maggio 24, 2011

132 categorie... più 1

In questo blog così come mi è stato fatto notare qualche tempo fa, ci sono un'infinità di categorie che non servono a niente. 132 categorie di cui la maggior parte inutili e inutilizzate. Conto di proseguire fedele alla linea e di inventarmi una categoria ogni volta che mi gira.
Ma ...tremate (non c'è niente da tremare, è solo per far scena)... potrei  utilizzarne una per chiudere all'improvviso i battenti. medito sul nome stupido da darle.

Di tutte le bestialità che mi vengono in mente: Beautiful e Peepshow

McLuhan sosteneva che la televisione è un medium freddo. La sinestesia tra i sensi durante la fruizione è quindi ben realizzata e vi è uno sviluppo proporzionato tra i canali percettivi stimolati nello spettatore. La tivvù  - rispetto a radio, fotografia, scrittura, considerati media caldi - richiederebbe dunque un alto grado di partecipazione e interazione sensoriale. Alla luce delle considerazioni che sto per fare, onde evitare che il Professore si rigiri nella tomba, è importante però specificare che questa sua distinzione era|è relativa più alla stimolazione percettiva che ai contenuti offerti dai singoli media.

Checché voi ne pensiate, io ho partorito oggi la verità ultima:

la gente perde sempre più il contatto con l'informazione
e la colpa, il peccato originale, di altri non è
se non delle 6027 puntate di Beautiful.

La soap per eccellenza - lei come le altre - ha abituato il pubblico a sorbire storie e pezzi di trama in pillole, per cui lo spettatore medio è stato educato a demandare e rimandare le considerazioni e le conclusioni sui fatti appena visti, a posteriori ad oltranza. Milioni e milioni di spettatori che giorno per giorno fagocitano il resto della storia perdendo di vista la trama completa. Finita la puntata si chiudono le tendine del peepshow. Diventiamo voyeurs, che come spioni aspettano lo scoop del giorno dopo, senza più riuscire a guardare il quadro complessivo delle cose, senza notare più le incongruenze, le contraddizioni e sguazzando nel trash.
Succede qualcosa di simile, oserei dire quasi identico, con i telegiornali delle reti ammiraglie e non. La frammentazione dell'informazione, lo spezzattamento delle notizie e l'attesa delle dichiarazioni o rivelazioni all'indomani del fatto, lasciano il pubblico in attesa, senza facilitare quel processo logico per cui a fronte di un numero soddisfacente, complessivo, di dati e informazioni, si faccia un'idea di ciò che sta accadendo, guardando o ascoltando.
Il corpo, l'individuo, è il medium per eccellenza, se la televisione è un medium freddo, per contagio stiamo diventando freddi anche noi che la guardiamo, non c'è più compensazione. Piuttosto che spegnerci del tutto fino al gelo, magari sarebbe il caso di spegnere lei di tanto in tanto, che con i suoi tre-quattro fusibili, in caso di improvvisa glaciazione, si manterrebbe sempre in vita, mentre noi ci estingueremmo.


Inchiostri

Sono svaniti i primi mesi del duemilaedieci dal mio taccuino, scrivevo a matita e inchiostro ad acqua a quanto pare, in quel periodo. Sulle pagine non sono rimaste che scie di grafite e pigmenti blu. Quando ho tentato di separare i fogli,  me ne sono accorta dopo, i primi che ho cercato di salvare sono stati quelli degli ultimi mesi. Da aprile a dicembre del duemilaedieci non ho scritto una parola, ho usato una penna dall'inchiostro nero e molto denso quando ho ricominciato, per cui la distinzione tra ciò che è salvo e non lo è, è netta.
C'è una tendenza al conforto fatalista in me per cui, quando stasera ho visto come le prime si erano ridotte, ho pensato fosse un segno. Un pretesto per cambiare e allontanarmi dal passato che da solo si è cancellato con la pioggia. I segni io ormai credo, così come le coincidenze, sono splendide sciocchezze.
Ciò che è stato non posso lavarlo via né riscriverlo così che non mi faccia male. Se scrivevo a matita però è perché il tratto scuro della penna mi avrebbe contrariamente dato quel senso di certezza che mancava a tutto il resto. La grafite la cancelli, l'inchiostro più denso invece rimane e resiste anche alla pioggia, a quanto pare.
Così oggi mentre passeggiavo riflettendo sugli ultimi anni, su come cambiare subito i miei ritmi e le mie giornate (da domani/oggi, perché ormai è chiaro che ho un'idiosincrasia per gli Inizi il lunedì), in realtà sotto la pioggia perdevo un pezzo di ricordi e pretesti per rimuginare sul passato.
Mi sento sollevata.
Io non ho bisogno di cancellare ciò che è stato. Io ho bisogno di scrivere pagine nuove e di salvare e preservare quello che negli ultimi tempi con fatica ho difeso e costruito... anche se bagnato fradicio, con pazienza io l'asciugo.




lunedì, maggio 23, 2011

Un caduto

Tra registratore, zaino, documenti, cellulare, auricolari, macchina fotografica, cartamoneta... il mio taccuino non è tra i sopravvissuti di oggi.


Un tentativo di salvataggio in extremis... altrimenti, ahilui, che riposi in pace.

p.s. se qualcuno ha qualche suggerimento su come salvare della carta riciclata con su scritto in stilografica e matita... parli ora o taccia per sempre!

Way-out & Post-it

Ale "Non c'è anima viva. Sono un puntino giallo nel nulla!"

Giardigno65 "almeno un post it !!"

ho un autoscatto con l'occhio da fotografo

Inneres Auge "Sembri una maniaca"

Post-it: mica sono fatta di zucchero...

abito vicino al mare, dopo pranzo m'armo d'impermeabile, arrotolo i jeans e vado a farmi una passeggiata sulla sabbia sotto la pioggia. tra l'altro se fa tanto di smettere, lì su quella spiaggia, spesso spunta l'arcobaleno. e se torno a vivere qui mi serve assolutamente un cane o un rastrello per le telline.

h.15:13 io mi vesto e vado. se mi rubano, mi rapiscono o mi colpisce un fulmine, statemi bene!

C'è un odore
come scie ancora umide di sale
sulle linee del mio corpo.
S'alimenta di me, m'appartiene
eppure non è soltanto mio.
C'è un odore
che è acqua di tempesta
come onde accavallate.
Confonde i sensi
e riscalda le paure.
C'è un odore
come vortici di schiuma
in conchiglie pure e bianche.
Mi avvolge ardente per i fianchi
m'appunta al mondo e di me s'accende.
C'è un odore
tiepido e ambrato
come acqua sugli scogli.
Avvampa e mi lambisce
mentre il tempo tenta di domarlo.
C'è un odore
svanisce come acqua al cielo
e ricade, pioggia nei pensieri.
Trema in me, con me,
e non so se custodirlo.
Un odore
che è di fuoco e mare.

domenica, maggio 22, 2011

Fuggire non è roba per tutti. Quando fuggi il primo ad inseguirti è il tuo animo allertatoTi ho vista correre per anni e anche adesso non so bene dove vorrai recapitata la mia lettera. Quando fuggi, fatti furba, non voltarti mai indietro, non curarti di chi guarda, di chi ti pone una domanda o ancor peggio di chi ti intrattiene per frenarti.
Fuggire non è roba per tutti, ti dicevo. Se ti viene voglia di fuggire non portarti alcun fagotto. Fuggire non è un'arte come dicono ma si può farlo solo ad arte, questo è vero.
Ho capito, dopo molto, da che cosa stai fuggendo. Ascolta bene adesso ciò che scrivo: se guardandoti fuggire ho capito da chi scappi, la tua fuga non è fuga ma un inseguimento senza anelito. Quando fuggi, e sai fuggire, ti allontani più che puoi fino a doppiare le distanze. Doppi te e chi tu fuggi, fino a togliervi di senso. Non distingui più chi insegue da chi fugge e quando corri hai sempre addosso l'ansia di chi sta per essere raggiunto.
Tu hai fatto molta strada ma, stai attenta, se ti scrivo di non voltarti mai indietro eppur di doppiare le distanze, intendo dire che se fuggendo con affanno, torni a ripercorrere i tuoi passi sarà perché in te non si distingue più il motivo primo della fuga. Se tu riguardi indietro invece e lo distingui chiaramente, quando vi ritornerai sarà perché in cuor tuo non hai fatto altro che inseguirlo. 
Non ascoltare chi ti dice che devi smettere di fuggire. È quando capisci di inseguire che smetti di farlo. Fino ad allora metti tutto il tuo impegno, corri forte e sii incauta più che puoi. Ti è in sorte di riuscire a non sapere più chi fuggi, se davvero tu lo vuoi. Ma se smetti, abbi la forza di fermarti una volta per tutte. Che tu fugga come me o capisca di inseguire e decida di fermarti, non v'è poi molta differenza. È una questione ultima di senso, o ve lo togli o con coraggio te lo dai.
Fuggire non è roba per tutti, cara mia.


Rod

Sull'uso delle congiunzioni all'inizio di frase

Fonte: Accademia della Crusca
La lingua in rete > Consulenza linguistica > Domande ricorrenti

Sull'uso di cominciare una frase con una congiunzione proponiamo una risposta di Giovanni Nencioni, apparsa sulla Crusca per voi (n° 14, p. 14)


«... nei Vangeli, che sono collane di episodi della vita di Gesù, è frequente l'uso dell'e all'inizio dei successivi episodi. Qualche esempio dal capitolo VIII del Vangelo secondo Matteo: «Ed entrato Gesù nella casa di Pietro...»; «E salendo lui su una barca...»; «Ed essendo giunto oltre il mare nella regione dei Geraseni...». Noi notiamo che una buona traduzione italiana omette in questi casi l'iniziale congiunzione e, ma a torto, perché essa conferisce alla narrazione un ritmo di concatenazione incalzante e dalla ripetizione acquista un valore presentativo, più debole di quello di ecco, ma pur sempre efficace. Una affinata esperienza moderna delle risorse della lingua ha condotto anche la congiunzione e a produrre "effetti speciali" alternando tratti espressi linguisticamente a tratti inespressi ma sensibilmente presupposti e perciò non assenti.

Quando Giovanni Pascoli comincia la poesia Il gelsomino notturno così: «E s'aprono i fiori notturni, / nell'ora che penso ai miei cari», quell'e iniziale, oltre ad avere un valore presentativo, quasi un ecco, anticipa alla espressa situazione della notte la inespressa situazione crepuscolare di attesa, da cui la notte scaturisce. Il raffinato espediente stilistico, portato sul clamoroso e sensazionale piano giornalistico ha, con effetti più grossolani, la stessa articolazione tecnica: la reale consecutio instaurata dall'e iniziale corre tra la espressa conclusione positiva o negativa di una trattativa precedente e la trattativa stessa rimasta inespressa perché nota ai lettori e quindi affettuosamente evocata dalla congiunzione: "E, dopo tanti discorsi, finalmente l'accordo!"; "E, dopo tante trattative, la guerra continua!"»

Da giovane dormivo nel castello avito
fatto di sogni usati e di disperazioni,
simile a un grande mausoleo,
dove si inizia ad alloggiare nella torre più alta
e si finisce, già troppo vecchi per ricominciare,
alla porta d'ingresso a ricordare.

Guido Bacci