domenica, ottobre 25, 2009

Non è umida.

Mozza le teste dei grattacieli ma è più gentile ai piani bassi, fa da cortina alle finestre.
La nebbia non è una donna che si stende sulla città di notte, non è uno dei suoi veli, non è il suo respiro, non è il candore freddo della sua pelle.
Scivola a sguardo chino nei vicoli bui. E' meschina e traditrice, copre i finestrini delle auto di passaggio, ma non nasconde le cosce nude alle puttane.
Raffredda le lacrime degli infelici ma non le gela, scendono lo stesso e sono ancora più insopportabili.
Accerchia i palazzi e dai balconi assiste complice e connivente alle liti notturne, assorbe il bagliore del televisore acceso in salotto, e seduce il buio dell'abatjour che si è appena spenta in camera da letto.
Passa dentro le serrature di ferro nei capannoni e serpeggia intorno alle ossa degli operai, riesce a prenderle e avvelenarle fino al mattino.
Si siede sugli autobus, fredda i sedili di plastica e non discute con il conducente, che guida solo.
Cerca di entrare nei night e si lascia sbattere fuori dall'alito caldo delle spogliarelliste.
Arrugginisce gli ingranaggi degli orologi, bagna le foglie ma è asciutta e secca sulle labbra, è voluttuosa e vanitosa.
Se un suono dolce attraversa la notte, rapida e acrimoniosa, lo ovatta.
La nebbia non è un uomo dissoluto o rancoroso, non è una delle sue tasche strappate, non è la sua saliva umida, né una delle sue rughe troppo scavata e sporca.

C'era un signora, in sala d'attesa. Una signora grassa, su un divano esile nero, con i cuscini neri gonfi. Leggeva un libro sottile, foderato di carta per cassetti. Leggeva un libro, sotto la carta a gigli neri, che era un harmony.

La nebbia è la carta di quel libro, in mano a quella signora. Vestita di nero come la notte.




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