venerdì, giugno 21, 2013

Contropelo

Quando l'ho accarezzata, le orecchie si sono piegate soffici in avanti. Ho trovato una volpe. Rossa.

Ha la coda lunga e i baffi corti. Il naso umido. 
Non so da dove sia arrivata e credo abbia bisogno di qualcuno furbo che sappia restare senza farla scappare.
Non so come, ma in qualche modo di nascosto si è mangiata la lumaca.

mercoledì, giugno 19, 2013

Le briciole nel tè

Odio lavare i piatti*!




L'ho sempre odiato e sempre l'odierò! Soprattutto quando c'è caldo da morire, sono appena tornata dal lavoro e si sono accumulate più tazze di quanti sono i giorni della settimana.

 * e persino mi sorprende che non li avessi ancora inseriti in "Le briciole nel tè".


domenica, giugno 16, 2013

Promesse


"Sai che c'è? Che le persone tradiscono. Tradiscono come fece mia madre con mio padre. Tradiscono anche se le ami" e io mi son messa a piangere, davanti a un film, come una scema. che non lo so perché, o anzi sì.
E c'era qualcosa di strano anche nel libro. "Storie di solitudine e di allegria" che glielo vorrei scrivere a Benni, che di solitudine ce n'è tanta in questo libro, ma di allegria un po' meno.
Ho finito il libro, mi sono messa i pantaloncini e sono uscita a far la spesa. e c'era un signore sotto casa che diceva "ma non devi dire così" e una signora che quasi piangeva pure lei, gli rispondeva "ne ho già seppelliti due, non me la sento" e lui insisteva "ma dai! senza l'amore non è vivere!" e lei quasi sorrideva. che erano vecchi ma si vedeva che era innamorato. e pure lei, che alla fine rideva tutta, con gli occhi.
Sono tornata e controvoglia mi sono messa a cercar casa. che non mi è per niente facile cercare casa.
E poi è morto il pesce rosso.
Che una pensa che veder morire un pesce rosso è cosa da nulla e invece lui sta lì e tu non sai che fare e nel frattempo muore.

Così io, confusa, ho pensato che non vorrei le soluzioni pronte, evitare gli imprevisti o credere di poter trovare risposte vere nelle coincidenze, già che lo so che non sono sbavature ma i decori della vita. Ma c'è una bambina e una donna in me, che quando non so più che cosa fare e sento di crollare, vorrebbero qualcuno che stringendo forte dica sicuro di non temere, di non aver paura, che andrà tutto bene.

Perché lo so che non andrà sempre tutto bene, ma ho una lista di desideri lunga da realizzare.

domenica, giugno 09, 2013

Post-it

e non lo so più, ma credevo di aver capito che la domenica è fatta anche del rumore bianco dei piatti e delle sagome tonde sui divani. che era quella la sinestesia della felicità.


sabato, giugno 08, 2013

I giorni così.

Ho chiuso gli occhi stretti.

Ma per finta.

Due labbra rossetto rosso corallo squillanti e otto cosce, un po' robuste, lunghe, al vento. Frivole e leggerissime. Una minigonna di cotone stretta forte a fiori e una t-shirt corta senza maniche. Capelli rossi, mascara duro e nero. Borsette piccole a tracolla.
L'uscita del venerdì pomeriggio è sacra. Ci vuole il belloccio di turno e la tua amica del cuore che gli resta avvinghiata senza pause. Servono i gridolini e parlarsi all'orecchio, a quindici anni.
"Dale a tu cuerpo alegria Macarena, que tu cuerpo es... eeee Macarena" ad alta voce, ballando in strada, toccandosi il culo, perché le regole a quindici anni non esistono e hai bisogno di far vedere che ci sei anche tu.

Ho respirato forte.

Ho poggiato le mani dietro la schiena sul muretto,
mi sono seduta e ho accavallato le gambe.

Short cachi, canottiera lisa, capelli alla moda un po' rasati.  Spalle dritte, t-shirt stretta, gesti larghi effeminati. Una treccia bionda e spettinata parla di sociologia con le sopracciglia scure un po' aggrottate.
Uomini e donne "hanno sinapsi diverse, l'ho letto qualche giorno fa, voi pensate più lentamente" la voce alta e chiara quel giusto perché io li senta. 
L'irrinunciabile aperitivo con gli amici vuole dibattiti veloci e poco accesi. Troppa confusione per ascoltarsi, troppe cose da dire per raccontarsi. A vent'anni devi essere interessante e il più spigliato. Distratto quel tanto che nessuno ti prenda troppo sul serio e mai indietro.

Ho aperto l'ombrello.

 Il cielo da azzurro s'è fatto d'oro e poi di piombo,
una goccia freddissima sul piede.

Pantaloni capri, mocassino, panama in testa, barba lunga e curatissima. Fintamente lento e attento. Corpetto rosso, una gonna a ruota a strisce bianche e blu, sandali in cuoio. Argomenti alti, detti a mezza voce, con apparente e dissimulato disinteresse. Laconici.
Se piove, a trent'anni, non corri sguaiato sotto la pioggia a ripararti. Ti guardi un attimo intorno, osservi il panorama umano e le sue più disparate reazioni, poi sorridente e un po' arrendevole ti alzi. Senza fretta ti ripari insieme al resto del mondo sotto i portici della piazza ad aspettare.

Ho iniziato a pensare.

Ai giorni in cui immobile e curiosa resto a guardare.
E a quei giorni diversi, quando percepire tutto insieme
è come essere insopportabilmente invasi.
Quando mi fa male vederla esistermi così varia,
 intorno, l'altra gente.

Una bicicletta col suo seggiolino attraversa lenta la strada, una gonna lunga e morbida le corre incontro, capelli umidi e scompigliati, sguardi luminosi e accesi. Lei la stringe e l'altra la bacia forte sulla guancia.
"Ho avuto un bambino, ho mille cose da raccontarti"
"Anch'io"


giovedì, giugno 06, 2013

Da qualche parte c'è l'uscita.


Si è seduta a scrivere, aveva un ciuffo di capelli sulla guancia e la matita nuova. "Pffff" cercando di soffiare via i capelli. Odore di grafite e legno e le parole.
Poggiandosi sulla spalla l'ho vista che seguiva con lo sguardo l'ultima riga "ma perché è lui la ragione per la quale io credo in Dio: sono cristiano grazie a Owen Meany". Era un bel libro, quello.
Si è messa a correre sotto la pioggia. I prati umidi sono belli per farci l'amore o raccogliere le margherite. Ti si è sciolto il trucco.
C'erano un sacco di scatole, ma quella è un'altra storia.
Stava bevendo a sorsi piccoli ferma in mezzo alla strada. Poi è tornata a casa, ha preso un coltello per tagliare a metà il pompelmo e due cucchiaini colmi per la scia di granelli di zucchero, sul tavolo.
C'erano un sacco di parole pasticciate, ma quelle poi le han messe in ordine i silenzi.
Ha spento la musica, ha acceso una fotografia di Man Ray.
Poi c'era la poesia. E per scriverla l'ho vista mettersi dei pantaloni larghi, una gonna lunga, pantaloncini stretti, una gonnellina corta, capelli in su, capelli in giù, a labbra strette, gambe incrociate o tenendo a mente ogni parola fino ad un foglio.
Ha trovato un cuore d'acciaio e uno di pietra, li ha messi sul comodino per capire cosa farne una volta per tutte.

Si diventa un labirinto a furia di far entrare qualcuno da infinite porte e farlo uscire sempre dalla stessa.


domenica, giugno 02, 2013

Io non ho paura

Tu m'insulti, 
Quando dici che sono 
Schizofrenica. 
Le mie suddivisioni sono 
Infinite. 

Bernice Zamora


E non vedere, fermi immobili elettrici e sospesi, scomporsi, attraversarsi, spezzarsi e avvolgersi sollevandosi, i miei pensieri. Ho tempeste in me. 
E basterebbe uno schiocco, perché diluvi sopra ogni cosa.

E non notare, timida imprevedibile e magica, sorprendermi, travolgermi, innervarmi, la lucida follia della mia fantasia. C'è un mondo di sogni in me.
Basta non credere di potersi perdere, per vederli.

E non sentire, trasparenti rigide, le corazze dure di silenzi che nascondo dietro le parole. Ho la guardia alta in attesa delle giuste domande. 
E non servono le risposte, basta ascoltarmi con lo sguardo.


Non ho paure.
Non sono folle.
Ho fonti inesauribili di energie come fucine di emozioni. Infinite.  



mercoledì, maggio 29, 2013

Ecco, oggi è uno di quei giorni che quando torni a casa e passi dal panificio devi assolutamente comprare dei biscotti.



... perché i biscotti hanno quel modo quieto di stare uno sull'altro.


"Ti sei dimenticata della vera ale"

...e per un momento nella mia testa si sono affollati i mille posti dove posso averla lasciata in questi ultimi anni.
quando poi invece, pensandoci bene, mi sembra significhi più una cosa come dimenticarsi di portare fuori il cane.


Elliot Erwitt, New York 1974

domenica, maggio 26, 2013

La distanza più breve tra due punti.

E c'era una linea dritta, non dritta in tutti i sensi, non andava verso l'orizzonte, ma era dritta, un punto dietro l'altro e filava lì lunga al suo fianco.
Non le camminava sopra, non le camminava sotto, lei non gli girava intorno e lui teneva il passo.
Era abituato a linee così. A cose così. A strade così. Finanche i suoi spaghetti, erano ordinatamente arrotolati e mai spezzati.
Una linea lunga e dritta che lo seguiva al fianco, sin dai primi istanti.
Non tornavano mai indietro per ricominciare, perché non sbagliavano mai strada. Un passo lui, un tratto lei, anche se avrebbero giurato l'uno di aver sempre seguito la retta via dell'altra e viceversa.
Filava sempre tutto liscio, mai un groviglio di parole, mai nodi impettinabili, mai pieghe senza amido, era tutto incantevolmente predeterminato e ordinato.
A buon ragione si dimenticava spesso lui di lei e lei di lui. Correvano all'unisono perfetti e non vi era alcun plausibile motivo per cui lui dovesse prestarvi attenzione notte e giorno.

C'erano quella notte le luci della sera ben accese e marciapiedi attenti ai passi falsi. Potevi giocare con le ombre o restare immobile e fermo ad ascoltare i rumori imprecisi delle vite altrui. Una macchina veloce, un colpo di tosse, chiacchiere al telefono, l'abbaio di un cane, il gocciolare calmo dei resti di pioggia, avrebbe potuto restare lì immobile per ore e invece si accorse con stupore di un errore. Se ne accorse con la coda dell'occhio, che non scodinzolava quasi mai abituato com'era a guardar dritto.
Vide l'errore e svelto corse via per ignorarlo.

A ben guardare, un problema, come diceva Einstein, non può essere risolto allo stesso livello a cui è posto, e fu per questo che da quella sera, iniziò a guardarsi indietro col timore d'essere inseguito. Faceva un passo avanti dritto e poi voltava svelto l'angolo aspettandolo al sicuro. Era certo che prima o poi l'errore l'avrebbe superato, eppure col tempo iniziò a vivere nel terrore che di soppiatto si mettesse tra i piedi attorcigliandogli la vita.
Deciso a risolvere il problema un giorno fermandosi di scatto, girò sul passo e inspiegabilmente tornò indietro.
Era un uomo abituato a cose semplici e precise, gli era impossibile trovare spiegazioni complicate, continuava infatti a cercare soluzioni chiare e lineari.


Continuò ad insistere sin tanto che si accorse incredulo di non aver più fatto un passo avanti senza farne per prudenza anche uno indietro.

E allora smise di badare alle strade attorcigliate e agli errori che immancabilmente gli si misero tra i piedi. Andò avanti imparando a spingere indietro il timore di sbagliare e filò tutto liscio fino alla fine.

mercoledì, maggio 22, 2013

Quelli che sono peggio.

Quelli che sono sempre contro tutto e tutti e non sono mai pro niente. Quelli che sono con Renzi. Quelli che "io non sono radical chic". Quelli che dicono che quegli altri sono radical chic. Quelli che non lo sanno nemmeno cosa sono i radical chic. E quelli che dicono di esserlo e non l'hanno capito bene nemmeno loro. Quelli che l'amaca di Serra fanno a gara a pubblicarla per primi. Quelli che in televisione ti rubano il "quelli che". Quelli che Sex and The City "no, io non lo guardo" ma non è vero. Quelli che Sex and The City lo guardano perché sei "culturalmente onesto", se lo ammetti. Quelli che è tutto mainstream. Quelli che non lo dicono perché non sanno nemmeno dove metterlo, nella frase, il mainstream (come me). Quelli che ti dicono "ah ah" e invece non hanno capito un tubo. Quelli che ti dicono "ah ah" e non ti stanno ascoltando. Quelli che guardano Uomini e Donne perché c'è della "sociologia". Quelli che i gattini ovunque. Quelle che criticano le fashion blogger. Quelle che vorrebbero diventare fashion blogger. Le fashion blogger. I fashion blogger. Quelli con la foto fatta allo specchio. Quelli che hello kitty vorrebbero impiccarla. Hello kitty. Quelli che Saviano è un impostore. Quelli che Saviano è uno che rischia la vita. Quelli che di Saviano, Berlusconi, Borghezio, "non me ne frega nulla". Quelli che Berlusconi è stato solo furbo. Quelli che si farebbero la Minetti. Quelli del fitness. Quelli che "devi provare pilates". Quelli che "io lo zumba lo adoro!". Quelli che Corona "è uno che si è fatto da solo". Quelli che sono stanchi dell'Italia. Quelli che l'Italia non fanno nulla per cambiarla. Quelli che "tanto funziona così". Quelli che vanno alle feste di partito. Quelli che il consigliere "è amico mio". Quelli che il consigliere non è amico loro, ma se lo fanno amico. Quelli che è tutto hipster. Quelli che hipster non sanno nemmeno cosa significa. Quelli hipster e l'indomani "boho-chic". Quelli che "era la prima cosa che ho trovato nell'armadio". Quelli che leggono Fabio Volo. Quelli delle citazioni di Paulo Coelho. Quelli delle citazioni di Alda Merini dal novembre 2009. Quelli che twitter "non lo capisco". Quelli che twitter non lo capiscono ma capiscono come impostare la privacy di facebook. Quelli che i social network "sono superati". Quelli che google plus è il futuro. Quelli che google plus non lo capiscono ma capiscono twitter.  Quelli che "io il blog no, io ho un tumblr". Quelli che il pre-diciottesimo è "boom di click". Quelli che lo shooting fotografico "mi serve per lavoro". Quelli che alla fine lo mettono su facebook. Quelli che la farfallina di Belen è un'offesa per le donne. Quelli snob. Gli indolenti e gli ignavi.

Quelli che sono pure peggio, via.

I risvolti dei pantaloni:

che poi twitter mi ha infeltrito le parole. che non sembrano più nuove e nemmeno lavate con perlana.

domenica, maggio 05, 2013

Post-it

La verità è che ho un gran bisogno di fare cose normali.
E di farne tante.


Normale è il profumo del pranzo della domenica. I fiori sul tavolo. Un picnic con i marshmallows. Un cane sporco nelle pozzanghere. Apparecchiare una tavola per tante persone. Correre in bicicletta con un vestitino leggero. Ascoltare le bottiglie che cadono nella campana del vetro. Restare a chiacchierare fino a notte fonda.

Che tra le cose normali la felicità si posa piano negli spazi, come la fuga tra le mattonelle.


sabato, maggio 04, 2013


La prima aveva un tavolo di legno e un pesce alla tv. Vetri lunghi, un maglioncino d'angora spumoso e jeans con i bottoni a forma di gelato. Gazze ladre all'alba e nespole oltre il giardino. Tele umide, alberi a pastello e un cane a dondolo color arcobaleno prova certa del gusto dubbio di Babbo Natale. Una casetta di stoffa coi porcellini. E un lupo. Un corridoio dei passi lunghi, un ripostiglio da cui prendere la rincorsa e un telefono sip unico nascondiglio del facoltosissimo topolino dei miei denti. Aveva una scatola di mattoncini pieni e una fila di matite dalle infinite sfumature. Aveva una maniglia rotta e una collanina di corallo.

La seconda aveva un'abat-jour gialla, una lanterna per i treni e un pesce in copertina. Era lunga un metro e settantaequalcosa di giochi fatti su misura. C'era uno scivolo per le pulci, una zanzara che era impossibile stecchire, a meno che non fossi io a morire dalle risate. Era piccola e di passaggio.

La terza aveva libri e riviste in ogni dove, un gatto grigio e pochi quadri alle pareti. Alte finestre dai vetri fin troppo spessi e un grande letto su cui saltare se nessuno ci vedeva. Aveva due piccole risate, di cui una tenera e biondina. Corridoi paurosi nella notte e piste da corsa per il giorno, capanne, un'altalena e spettacoli teatrali di indiscutibile prestigio. Un giradischi, jazz, un tappeto dove ballare o stendersi a pensare, un cane alto ed uno basso. Aveva il profumo della torta di carote e del cream caramel nel forno. Aveva angoli netti e ben precisi.

La quarta aveva un lungo corridoio in marmo e un balcone misterioso. C'era il tavolo in legno e un pesce in forno. Aveva avventure sconfinate e nei fine settimana odore di resina e castagne. C'era carta dappertutto ed un pulcino a forma di candela su ogni torta. Era una famiglia tutta nuova.

La quinta aveva tre tazze di latte caldo, un raggio di sole e due gocce di caffè. Un dondolo spericolato e una bicicletta tutta rosa. Mele caramellate e bomboloni, cartoni animati e un piccolo lucchetto a un diario. Il tavolo in legno, fiori a colori sui pantaloni e secchi dentro i vasi. Aveva bisticci indemoniati e un dente perduto chissà dove. C'era profumo di torta alle mele e nel weekend di funghi e miele. Aveva due letti vicini e tantissime cose da dire ad ogni ora. Aveva salami appesi alle pareti e un piccolo fagiolo da allevare. Aveva qualcosa di semplice e normale.

La sesta custodiva ancora il mio letto di legno. C'era un posto per me ma stanze e scaffali così pieni di roba che anch'io non sapevo mai se restare. C'erano lì i racconti dei miei viaggi lontani e una porta chiusa sopra i ricordi più vecchi. C'era la mia assenza e silenzi strani.

La settima aveva risate accese e lunghi pianti. Un gatto grigio ed uno bianco. Una cucina gialla, una tenda verde e una bicicletta tutta rossa. All'improvviso spaghetti lunghi e penne corte. Era uno scompiglio che si è rivelato una fortuna.

L'ottava era gialla! Aveva un continuo vai e vieni di gente misteriosa. Il caffè del pomeriggio, i corridoi sempre in pigiama, i libri letti tutti d'un fiato a notte fonda. Un topolino avventuroso, una spalla scoperta, un piercing alle labbra e yogurt a cena. Aveva il naso gelido al mattino e un vento ubriacante d'estate. Aveva muri leggeri, fucili ad acqua e una collezione di foto alle pareti. Aveva la luce brillante di chi ha assaltato il cielo.

La nona ha pesanti muri di pietra ma cuori leggeri. Ha scale che s'avvitano e porte aperte. Ha vino, fumo e risate a crepapelle. Ha il profumo del pomodoro e pezzi di stoffa ovunque. Penne ai capelli, figlie che vanno e vengono, pantofole rubate. Ha il ritmo giusto del loro amore.

La decima aveva stanze larghe e pensieri stretti. Bacchette cinesi, lunghi riccioli biondi, riviste alla moda e dolcificanti. Aveva cinque rumori di tacco differenti e non un parere in comune. Aveva un armadio rosso e un buffo furetto bianco. Aveva macchie di tempera ai baffi, sciarpe puzzolenti nascoste dentro i cassetti e un metro e sessantaequalcosa di giochi notturni proprio a misura. Aveva una porta di legno leggera, pronta ad aprirsi per andar via.

L'undicesima aveva gambe incrociate fino a notte fonda. Finestre ghiacciate e risate calde. Topolini a due piani ed un cane peloso da accartocciare. Un vetro rotto e vasi da fiore ghiacciati. Tavoli pieni di spesa, bagnoschiuma in comune e un abbraccio forte e deciso all'addio.

La dodicesima ha ancora il tavolo in legno e pesci in padella. Ha pezzi della mia vita scomposti e ricomposti. Ha il mobile in legno, le sedie e il pulcino di cera. È il risultato più folle di tutti questi anni.

La tredicesima è ora. È qui. È quella col tetto in legno e i quadri appesi. Sono i miei libri, il mio computer, questo divano nuovo e la musica appena. È un guscio dentro cui sono rinata più e più volte. È il vento alle travi e l'albero di magnolie in fondo alla via. La ballerina di tango, il pianoforte che suona tra i camini spenti, il gatto Jerry e la Jole. È il mio passato e un assaggio del mio futuro. Un'orchidea, un Mirò, un pesce rosso, un'altalena, un angelo in pietra e un'infinità di foto che conservo per una nuova parete.

È  uno stargate, ora che so che sto per lasciarla.
È questo coraggio che mi porto dentro che lotta da sempre con una paura folle dei cambiamenti.
Questo continuo cercare un posto al sicuro pur sapendo bene che avere una casa non significano quattro pareti.



venerdì, aprile 26, 2013

il gioco delle domande inutili

di quelle domande che non sono tanto intelligenti, ma che ad un certo punto vengon fuori, e vai in fissa, anche se ti rendi conto che il punto non è tanto la risposta, quanto l'attimo in cui ti poni la domanda, che si ripresenta e sai che la risposta non importa.
che è più semplice scriverla, la domanda, per spiegarlo.
un domanda tipo: e se morissi adesso all'improvviso?
o anche, giusto per sdrammatizzare: mangerò mai le cavallette?
e non importa la risposta, alla domanda basta che tu te lo chieda, che tanto la risposta in quel preciso momento non riesci nemmeno a pensare quale potrebbe essere, una intelligente, s'intende.