domenica, giugno 10, 2012

È un po' come un anniversario



Questo è uno dei momenti dell'anno di questo blog che preferisco.

Pompa nelle casse

Dalla sua stanza Teresa alle 00:03 si sporge sul corridoio e urla "Ragazzi abbassate il volume", in salone si sente all'improvviso silenzio e quindi aggiunge "e anche la musica!" silenzio di piombo.
Ha la pelle olivastra Teresa, le gambe nude e i fianchi larghi, indossa sempre camice da notte in cotone liso e lascia i capelli sciolti anche se sporchi.
Fa la maestra, viene dal sud e al sud ha una casa tutta sua "Una casa grande col giardino, quella è la mia casa, l'ho comprata coi miei soldi".
Teresa passa le sue giornate davanti alla televisione, torna da scuola, mangia cibi dietetici e quando può scende dalla vicina Pina, anche lei del sud.
Parlano già sottovoce in salone, hanno spento la musica, ma lei urla ancora "E se dovete usare il bagno usate quello sopra!". Li spedisce tutti in mansarda.
Il sabato sera a casa, in camicia da notte, i mozziconi spenti e i capelli sciolti, non riesce a dormire, Teresa, chissà perché.

martedì, maggio 29, 2012

Se ha un nome, dev'essere un nome appena sussurrato. Sottile, da nascondersi tra le pagine di un libro poggiato lieve sul divano.
Se ha un nome, dev'essere un nome leggero. Trasparente, da affacciarsi alle finestre senza voler volare fuori, col naso appeso e le braccia incrociate al davanzale.
Se ha un nome, dev'essere un nome pieno di vocali. Con la a di antico, esile, inviolabile, la o di ora e uno ed uno solo e riconoscibile.
Se ha un nome, dev'essere un nome svelto. Invisibile ti siede accanto mentre la confusione ti travolge.
Se ha un nome, dev'essere un nome complicato. Tortuoso, si avvolge ad un oggetto fuori posto, scivola sibillino sulle labbra di una parola detta male o si cela dietro le tue spalle aspettando che ti volti.

Se ha un nome, è meglio che tu non lo conosca. La chiameresti a gran voce, invece di scoprire che si nasconde negli angoli più insperati, la tranquillità.



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Element 1, 'Being here' (detail), 2008, di Mark Garry

lunedì, maggio 28, 2012

...e poi ti chiama lui...

c'è un attimo di silenzio, un sospiro tenero, prende fiato...
e senti la sua vocina piccola che ti urla "ALE!!!!" 


io non lo so di cosa è fatta la felicità, ma se è fatta di cose piccole, quotidiane e quasi insignificanti, dentro la mia c'è anche una telefonata come questa. e un piccolo sogno, timido.


venerdì, maggio 25, 2012

Esser alti otto centimetri

il punto è che aveva uno strano modo di stare seduta. incrociava le gambe come un capo indiano, e sorrideva. non incrociava mai le gambe senza sorridere. sorrideva e con la mano destra fumava. fumava e sorrideva, continuamente. sembrava il brucaliffo delle mie fiabe. restava seduta sul suo cuscino e sorridendo aveva sempre qualcosa di saggio da dire.

era un personaggio delle mie fantasie, non aveva senso d'esistere se non per la perfezione esatta di alcuni gesti ripetitivi e composti. la guardavo, nella mia mente, e lei imperterrita mi sorrideva.
era sana, intatta, eccetto una piccola imperfezione.
come del brucaliffo, io ne ho sempre avuto un insolito timore. con tutte quelle certezze e cose da dire, aveva domande giuste e soluzioni.  non c'era dubbio, né spazio, per il dubbio.
non c'era spazio nemmeno sul suo cuscino per far posto ad una paura qualunque d'aver sbagliato.

aveva certezza anche del dubbio, e della paura. e sorrideva.



mercoledì, maggio 23, 2012

Chi si ferma è...


Questo disallineamento con i miei blog non ci si confà (a me e ai miei blog). Con tutti questi cambiamenti e con questo impazzare di twitter che mi infeltrisce i pensieri, sto iniziando a collezionare bozze e a non pubblicare rimandando ad oltranza.
Va da sé che come nei migliori blog (i miei, intendo) urge trovare una soluzione che si allinei alle nuove esigenze. Ho preso dunque la seguente decisione: bisogna tappare i buchi e approfittare del tempo perduto... (non è un caso che io detesti il gruviera) pertanto quale miglior posto se non la metropolitana, il nonluogo per eccellenza [Augé docet] per recuperare tempo?!
Serve inventare una nuova categoria e per l'occasione si accettano proposte che con buona probabilità non verranno approvate (la mia è un'autarchia indiscussa). Per il momento s'adotterà un generico "chi si ferma è...".
È la mia fermata, devo scendere*.



p.s. E ho buoni propositi fuffa, perché anche questa è finita tra le bozze, e la sto pubblicando solo adesso in pausa pranzo.

venerdì, maggio 18, 2012

Quando Brezsny m'interroga...





Pesci 19 febbraio – 20 marzo
“Non esistono note sbagliate”, diceva il pianista jazz Art Tatum. “Tutto dipende da come le combini”. Il trombettista Miles Davis aveva una filosofia simile. “Non è la nota che suoni a essere sbagliata”, diceva. “È la nota che suoni dopo che la rende giusta o sbagliata”. È un’ottima idea per le prossime settimane, Pesci. Non trarre conclusioni affrettate su presunti errori. Ascolta tutta la canzone e goditi la visione d’insieme.

...a me spesso vengono in mente delle immagini


martedì, maggio 15, 2012

Cose buone dal mondo | Lunedì: quello che avrei voluto fare

Come ben sapete continuo imperterrita con la mia splendida rubrica "Cose buone dal mondo", ovvero idee intelligenti, trovate sorprendenti, gente di talento, arte, design, cultura, libri, poesie e chi più ne ha più ne metta. Roba di qualità, insomma, che merita d'essere vista, letta o raccontata.

E per l'appunto questo, qui sotto, lo trovo veramente geniale.

Andate in pace.




Lunedì: quello che avrei voluto fare di Imprecario Li Santi


Di semi e speranze. E fili e piccoli pezzi di plastica. Di pazienza e paglia. Di rametti spezzati, secchi. E tempo. Di gocce di pioggia e foglie. E cura. E timori e fango. D'erba e calma. D'attese e carta. D'amore. E piume.
...è fatto un nido.

domenica, maggio 13, 2012

Le storie di me che tesso per me | Le lampare

«Eravamo seduti su una panchina, era l'una di notte, avevamo davanti un mare profondamente nero e secco. Ricordo delle nuvole, ma forse accavallo quella notte ad un'altra».
Mentre mi raccontava restai in silenzio, so che un buon racconto inizia con un buon silenzio di chi lo ascolta.
«Ci incontravamo di notte, restavamo sempre fino a tardi, come se al mattino tutto finisse. Tentavamo d'allungarle oltre l'estremo limite, all'alba. Io guardavo avanti, fisso, non avrei saputo in quale altro posto tenere lo sguardo. Osservavo un punto indefinito oltre la riva del mare. Intendo la riva del mare dall'altra parte del mondo. Fissavo un punto nel buio sulla linea impercettibile dell'orizzonte, guardavo oltre. C'era qualcuno lì intorno, al di là di noi. Non ricordo bene, ma man mano la gente iniziava a sparire. Ero troppo distratto per accorgermi dove andasse a finire, credo semplicemente rientrasse in casa.
Lei mi parlava a singhiozzo. Mi spiegava i motivi senza usare mai dei precisi perché. Non ne aveva il coraggio, pensavo. 
A un certo punto nel buio apparve la poppa illuminata di una barca a remi. C'era un uomo chino sull'acqua. Cercavano i pesci. Lì per lì mi distrassi.
Mi distrassi quando mi resi conto di quanta poca luce servisse ad illuminare il fondo del mare. Ripensai alle parole appena ascoltate e mi venne una gran voglia d'urlare».
«L'hai fatto?» chiesi.
«Certo che no. C'era un silenzio assoluto, era impensabile urlare»
«Eppure forse sarebbe servito»
«Sì, credo anch'io. Sarebbe servito, ma poi non avrei saputo ascoltare più nulla. Restai in silenzio, urlando dentro. Ogni tanto domandavo qualcosa. Passava sempre un secondo prima di ricevere una risposta adeguata e nell'attesa mi veniva voglia di chiedere sempre di più. Risposte più esatte, precise. Volevo avere risposte che non lasciassero dubbi».
Ero in silenzio anch'io e anch'io avrei voluto fargli molte domande. Sul perché fosse lì quella sera, sul perché non fosse andato via prima.
«Io quelle parole le avevo già sentite» mi disse. «Credo di saper ascoltare meglio i silenzi delle parole. Non ne sono del tutto certo, ma inizio a credere che c'è qualcosa, dentro i silenzi, che io afferro prima degli altri, prima delle parole»
«E allora perché non le hai chiesto di restare in silenzio?»
«Perché è in me un frusciare continuo. Dopo i silenzi, mi attraversano parole e pezzi di parole, continuamente. Le scompongo, le ricompongo, costruisco, decostruisco, nell'attesa di una risposta»
«A quale domanda?» chiesi.
«A nessuna domanda, aspetto la risposta ad uno stato d'animo incerto. Ad un vuoto di senso, a qualcosa che afferro ma che non riesco a capire. Una domanda che è fatta di sensazioni, che ha senso porre e vuole una risposta fatta di sguardi, gesti, accenni e sussulti. Ma poi non la tollero. Cerco una risposta che poi io non tollero se l'incertezza non svanisce del tutto».
«Credo di non seguirti più» gli dissi con sincerità.
«Immagina d'essere un pesce rosso. E immagina d'essere in una boccia di vetro al centro di un tavolo. Ci sei?»
«Sì, continua pure» risposi.
«Ecco, io a volte sono quel pesce. Percepisco suoni, rumori, colori, sapori, gli odori, la realtà tutta, amplificata. La percepisco, eppure so che è il muro dell'acqua ad amplificarla. E mi serve un modo per adeguarla alle giuste misure. Per riportarla alle giuste misure io ho bisogno di trovare risposte esatte e precise come un sonar nel buio»
«Non puoi avere sempre una risposta esatta, la maggior parte della gente non le ha nemmeno per sé le risposte esatte»
«Ecco, questo lo so. È per questo che le mie domande sono sempre tante e precise. Come se mi aspettassi di comporre le risposte a piccoli pezzi».
«Quando forse invece basterebbe una sola domanda precisa, del tempo per elaborarla e la pazienza di aspettare una risposta che sia ben scelta e pensata...» risposi io, stavolta d'impulso. E lui rimase in silenzio.
«Ho in me domande lunghe e complesse e pretendo risposte che accorcino le mie percezioni, hai ragione. Forse dovrei smetterla di sentirmi il pesce e di chinarmi sull'acqua a cercarmi» mi disse. «Quella sera comunque tutto finì. Lei non aveva risposte per sé e io mi diedi da me quelle di cui avevo bisogno. Rimasi a guardare le lampare però. L'acqua era così trasparente che si riusciva a vedere il fondo del mare» concluse e aggiunse «A ben pensarci, io non sono un pesce rosso, ho in me luci che illuminano bene al fondo e forse ogni tanto dovrei solo sollevare lo sguardo e senza risposte fidarmi del buio, fin'oltre al suo limite, all'orizzonte».




martedì, maggio 08, 2012

C'è del tempo che passa e del tempo che non passa mai.

Ho conosciuto una volta una donna che viveva in sé un tempo immortale. Aveva rami di legno nodoso alle mani ma pelle fresca e morbida come terra appena bagnata. I suo ricordi s'avvitavano in pesanti spirali, sedevano stanchi e invisibili su sedie di corda e volavano via leggeri oltre porte aperte in cima alle scale. Aveva un'ala, una sola. E potrei giurare d'averla scorta aprirsi sulle sue spalle mentre s'arrampicava, lenta, per i viali più scoscesi del suo giardino. L'ho vista rinascere mille volte e ad ogni rinascita morir di dolore per ciò che per sempre è perduto.
Ho conosciuto una volta una donna che ha atteso un'intera vita per la sua rivoluzione. Al momento giusto è esplosa nel buio. E se c'è un modo per rendersi immortali, questo è perfetto.

“Ho aperto la finestra troppo tardi
con i capelli grigi…
…E’ difficile ad una vita qualunque
possedere gli oceani
con le finestre chiuse.
Le ho aperte, un giorno
Con le mani diafane e tozze
ed è stato come raccogliere
cocci di vetro a piene mani.”



Madre oggetto di casa di Elena La Verde

domenica, maggio 06, 2012

La stanza rossa

Ricordo di aver lasciato aperto uno spiraglio tempo fa. Ricordo d'aver pensato che qualcuno fosse entrato senza che io me ne accorgessi ma, ora lo so, ero io stessa. I cardini si sono fatti duri e arrugginiti in questi anni, non credo di ricordare più dove ho messo la sua chiave.
Ricordo anche d'aver detto che non avrei voluto entrarvi più da sola, nemmeno per scoprire se è cambiata. Ricordo il divano bianco, le sagome e le finestre. Ricordo rose rosse e un dondolo in disparte.
Ricordo tutto di ciò che è stato e non ho curiosità di forzare la porta per aprire.
Nella mia stanza rossa sono sempre entrata sola. E sempre sola mi sono vista dentro. Accade ora qualcosa di diverso e sorprendente.
Non ha più pareti né colori, ne abbatto i muri, il divano non esiste, non esistono le tende. Non ci sono rose rosse, non c'è più un dondolo né finestre.
La mia stanza rossa, che è l'Amore, aspetto di costruirla insieme a te che ancora non ne conosci nemmeno l'esistenza.
Se non vorrai costruirla intorno perché non potrai tollerarne le pareti non avrà finestre, né muri, né vetri.
Se non vorrai che sia bianca, allora la riempiremo di colori o viceversa.
Non avrò paura quando sceglierai per tutti e due. Ma se mi vedi dubitare, lasciami solo un attimo per fare un respiro e ricordare che vuoi costruirla insieme a me, di volerla costruire insieme a te.
La smetto di voler fare tutto sola. Ora io so, che in due, con te, il risultato sarà di certo migliore.


Ci sono i momenti giusti e quelli sbagliati per pubblicare i post.
Avrei dovuto pubblicarlo tre settimane fa, quando l'ho scritto.
Questo è un momento sbagliato. E lo so già.
Non dovrebbe mai restare nulla tra le bozze.

venerdì, maggio 04, 2012

Bisogna avere un caos dentro di sé... [cit.]

Da bambina, oltre a voler fare la maestra, la ballerina, la camionista, la caramellaia, la cartolaia, la ferroviera, l'avvocato, la missionaria, la ginnasta e la fioraia, avrei voluto fare l'astronoma.
Per molto tempo ho avuto qualche difficoltà a spiegare se volessi fare l'agronoma o l'astronoma, ma in genere alla domanda "tu cosa vuoi studiare?" la risposta "le stelle!" risolveva la questione (di certo volevo guardare le stelle e non sterminare le  lumache, questo è chiaro ancora adesso).
Alla fine non sono diventata né un'agronoma né un'astronoma, tuttavia qualche tempo fa mi son chiesta se la famigerata buona stella esiste. Una stella che ti guida, che ti illumina la strada.
Mi son risposta che non mi risulta d'aver mai voluto essere un'astrologa e la questione temporaneamente s'è risolta.
Eppure oggi, ripensavo che se una buona stella esiste, una stella che ti guida e accompagna il tuo cammino, allora forse c'è solo da imparare a starle dietro, ad accorciare le distanze. Subito dopo, senza troppe riflessioni, ho capito che l'idea di inseguire la scia della mia stella e non poter cavalcarne, domandola, la coda, non fa per me.
Così, nella confusione in strada, in testa, in metro, in borsa, in casa, mi son detta che se la maggior parte delle stelle che vediamo sono già belle che morte, io la mia, insomma, non voglio mica scoprirlo se è già stecchita.
Quindi, ecco, ho deciso che quando avrò voglia di cercarla piuttosto farò come facevo da bambina, sceglierò la prima che ad occhio ci assomiglia e convintissima annuncerò che è proprio quella.
Poco male se non è sempre la stessa, a me, la mia buona stella, basta poter sceglierla fra tante.

venerdì, aprile 20, 2012


E mi fermo un attimo.
e accavallo i pensieri come si accavallano le gambe a volte, lentamente, sotto il tavolo, una sull'altra, piano.
C'è qualcosa che è umido nell'aria. e non è la pioggia, sono io. gli umori, i miei, invece di farli colare giù, via, li assorbo come terra.
E cerco di farmi nuvola e poi pioggia. Perché germoglino in me, da me, pensieri nuovi. Verdi, tiepidi.
Presto. Senza aspettare.
È fatto di vapore, il tempo.



venerdì, aprile 13, 2012

i pezzi più piccoli

io me lo ricordo il momento in cui mia mamma prendeva tutti i resti delle mie uova di pasqua e li rinchiudeva in un barattolo. "per farci le torte" diceva, e poi restavano lì per mesi mentre io li guardavo in alto sulla mensola stretti stretti dentro il vetro. che mi sembrava un tortura, non tanto per me, quanto per i pezzetti più piccoli, schiacciati al fondo.