Ho una teoria da qualche tempo, da molto tempo, a dire il vero. Che le Francesche si somigliano tutte.
E' una teoria comprovata, nonostante voi tenterete di scongiurarmi che non è così. Le Francesche si somigliano tutte. e io, che non amo le omologazioni, nonostante mi chiami Alessandra ho da sempre il terrore che in me viva una Francesca.
Sia chiaro, se c'è qualche Francesca in ascolto, in lettura, non me ne voglia, anzi, si faccia viva per smentire la mia teoria. Accetto smentite solo da Francesche comprovate.
Il punto è che la Francesca ha per antonomasia capelli scuri sottili, più spesso lunghi, la testa molto grande e la bocca non da meno. Ha anche i denti larghi e gli occhi luminosi. Potrei persino affermare di aver riconosciuto in una Tamara una Francesca, anni fa... peccato il capello troppo spesso. La Francesca è un po' perfida, buona come il pane con le amiche, vendicativa con le nemiche. Se a suo agio è un po' sguaiata.
La Francesca è una di quelle donne un po' prezzemoline, non rifiutano mai un invito ma non sono del tutto prime donne. Veste con buon gusto, ma gli abbinamenti sono forti. Sono tipe da laccetto nero di caucciù al collo.
Le Francesche sono un po' come le Letizie... ma di loro parleremo un'altra volta.
Io dovevo nascere Marco, o Barbara, dice Ben, ma questo non toglie che alberga in me il terrore che il destino mi volesse Francesca anche di nascita.
E' capitato, e non è un caso, io temo, che qualcuno ricordasse che il mio nome era Francesca. Ovviamente questo non ha fatto altro che alimentare le mie ansie.
Che io a una Francesca poi, non ci assomiglio neanche un po'.
Sarà qualcosa che c'ho dentro... o sarà che devo smetterla di fare teorie sul mondo, come pacchetti pronti all'uso.
Se però c'è una Francesca in me, che si palesi, perché non se ne può più. e così decidiamo se ahimè sono una lei o me!
giovedì, settembre 30, 2010
La Francesca che è in me.
domenica, settembre 26, 2010
Trovo molto interessante la mia parte intollerante.
E la superficialità poi si rivela più reale e mortifica i tuoi conforti.
Così, vorresti andar lì e prendere a schiaffi quel padre che si vanta dei propri traguardi sportivi mentre la sua compagna, in ospedale, rischia di perdere il bambino.
Vorresti dire qualcosa a quell'uomo che cerca un flirt poco prima di sposarsi.
venerdì, settembre 24, 2010
mercoledì, settembre 22, 2010
lunedì, settembre 20, 2010
Nuova prospettiva
C'è una vena d'argento che scorre sotto terra nel mio mondo. S'aggrappa alle mangrovie, alle radici dei narcisi, gira intorno alle tane dei tassi e dei conigli, non rompe nulla e non affiora mai in superficie. Si alimenta, la mia vena, s'ingrossa e gonfia con le piogge. Fa un giro intorno alla mia vita dal mio ventre, prima di partire e di infilarsi nella terra.
Non ne conosco i limiti, del bosco, e mi alimenta, la mia vena, mentre io, spaventata e in attesa, rimango immobile aspettando che mi sciolga o che fiorisca su di me. da me.

domenica, settembre 19, 2010
Fagli fare almeno un salto, o due, al tuo sasso.
lunedì, settembre 06, 2010
Una donna, bella.
Se distendo il braccio, lentamente, lo sento indolenzirsi. Tento lo stesso allungando la mano e poi il dito, per toccarlo, questo ghiaccio. E subito un brivido di gelo lungo i fianchi e la pancia, e un goccia scivola veloce lungo il polso.
Brillo al sole e non mi sciolgo e non si scioglie neanche lui. E' una prigione ed è un rifugio.
Da fuori, io vi vedo, sembro uno spettacolo incantevole, e non mi sciolgo. Non mi sciolgo.Vi vien voglia di toccarmi, io vi sento.
Non posso voltarmi, e lo sapete. Mi girate intorno e vi fermate alle mie spalle. Io vi sento. State lì per ore e io sola, qui davanti.
Fatevi coraggio che vi guardo.
La mia pelle è fredda e morta come avorio, gli occhi bruni come le foglie gelide in autunno. Scorre in me un sangue rosso che se solo mi tagliassi, gocciolerebbe a grappoli, come rubini.
E s'alza alta la mia torre, trasparente e dura. E' nel ghiaccio, è di ghiaccio e non mi sciolgo.
Se salite uno scalino è negli occhi che vi guardo.
Non giratemi alle spalle.
E se vi parlo e con un dito tocco il ghiaccio, non cercate di toccarmi.
Che ad ogni tocco, lui si scioglie e io tremo.
giovedì, agosto 26, 2010
Basta una parola dolce. A volte. E a volte no.
Se finissero, ad un certo punto, tutte le metafore banali.
E se per esempio non ci fossero più rose senza spine o funamboli sospesi.
O se ancor peggio non ci fossero più lune e soli, o aquile e polli.
Che accadrebbe?
Se ogni relazione diventasse troppo elastica.
Non la si potesse tendere o accorciare.
O rimanesse molle eppure circolare.
Se finissero anche i gatti che si mordono la coda.
Che faresti?
Se piombassi a picco dopo uno strapiombo.
Ma non ci fosse più il fondo.
Che le parole e le metafore banali fossero finite.
Finiresti per precipitare eternamente?
O il bruco la smettesse di farsi farfalla.
E il brutto anatroccolo un cigno.
Non ci fossero più principi, né principesse, né reame.
Se finissero le favole?
E se ogni laccio che tu leghi, ti si slega.
Che un finale così banale finisce troppo presto.
Metti un punto.
E ricominci?
Ne sei sicuro?
giovedì, agosto 05, 2010
E poi devi risalire, sempre a cucchiaiate.
Era come avere in mano un cucchiaio, che poca differenza faceva se era quello tradizionale di famiglia, passato di mano in mano, un cucchiaio d'argento ricevuto in eredità da una nonna ricca, o un regalo frutto di anni di sacrifici. Era sempre un cucchiaio.
E s'andava in giro tenendolo in mano, chiedendosi cosa mai c'era da farsene di un cucchiaio. Lo mettevi accanto al letto, sul comodino, prima di dormire, accanto al piatto, a pranzo, a volte quando ti servivano entrambe le mani, lo incastravi tra i capelli dietro l'orecchio, come i manovali con le sigarette. Non c'era niente da farsene di un cucchiaio.
Poi col tempo ci si abituava a far tutto, con un cucchiaio. Si raccoglievano cucchiaiate di sogni, di progetti, di tempo. E sì, faceva un po' differenza se il cucchiaio era quello d'argento che non si piegava mai, o quello passato di mano in mano, rinforzato con del fil di ferro.
Si facevano dei mucchietti e dovevi essere abbastanza bravo a non dare troppe cucchiaiate di sabbia, e aggiungere la giusta quantità d'argilla e di calcare.
Da allora si tiene sempre un cucchiaio in mano.
Anche perché ad un certo punto, arriva puntualmente il momento in cui ti accorgi che se c'è troppa sabbia, banalmente, frani. E arrivato a valle, pur continuando a chiederti cosa mai dovrai fartene di un cucchiaio, ti tocca guardare cosa hai costruito, o quello che ne rimane.
mercoledì, agosto 04, 2010
Quando Brezsny mi interroga...
Pesci 19 febbraio – 20 marzoLa mia amica Erica è andata da un erborista cinese a chiedere aiuto per un problema di pelle che altri sei medici non erano riusciti a guarire. “È una malattia molto rara”, le ha detto l’erborista. Secondo lui c’era solo una cosa da fare: andare nelle paludi di Ruoergai nel Sichuan, in Cina, trovare un’aquila dalla coda bianca, raccogliere i suoi escrementi e applicarli sulla pelle. La prospettiva era scoraggiante perciò Erica ha deciso di farlo solo con la fantasia. Dopo una settimana di meditazioni, la sua pelle è migliorata. Dopo ventuno giorni era quasi guarita. La morale della storia è: visualizzare un’eroica missione risanatrice può aiutarti a risolvere un problema.




