Ci vuole impegno e costanza per non diventare cinici e disillusi. La maggior parte della gente non lo capisce quanto sforzo ci vuole, sin da bambini.
Che corri un rischio terribile, a diventarci. Puoi finire per odiare qualcuno, invece che qualcosa.
I semini dei peperoni per esempio, quelli io li odierò sempre. Anche da grande.
lunedì, aprile 28, 2014
Quando divento grande.
mercoledì, aprile 23, 2014
L'ultimo boccone
Che poi se qualcuno mi chiedesse di spiegare in poche parole chi sono, io risponderei che nel piatto lascio sempre per ultimo il boccone più buono.
E credo che questo basterebbe a spiegare di me molte cose.
mercoledì, aprile 16, 2014
A forma di cuore
Da bambina guardavo i film horror con questi occhiali*...
...più o meno gli stessi con cui adesso guardo al futuro.
* Nemmeno l'evidenza riusciva a dissuadermi dall'idea che le lenti scure potessero nascondermi dalle brutture della realtà. E del resto poi per non vedere, mi nascondevo tra le dita.
venerdì, marzo 21, 2014
"Ale, siediti composta"
Giochiamo al gioco delle sedie, io e le altre me.
Nell'attimo in cui scende il silenzio decidiamo all'unisono che fare. È una catena di velocissimi pensieri in cui ognuna mette a sedere l'altra finché soltanto una resta in piedi.
Non è la me che preferisco, chiaramente. Resta spaesata, spesso, e delusa per non esser stata più veloce, la più sicura o la più attenta.
Giochiamo al gioco delle sedie e nessuna riesce mai ad accettare d'aver perso, d'aver sbagliato almeno una volta, di non esser stata la più svelta.
Ma se per magia riuscissi a fermarle tutte insieme nell'attimo in cui decidono chi stavolta resta in piedi, so che esiste anche una me che saprebbe spiegarle che alla fine è solo un gioco, che a vivere la vita non è quasi mai chi sta seduto, impeccabile e preciso. Saprei farle accettare che nei momenti in cui sono confusa, in cui una parte di me rimane in piedi, immobile e indecisa, non deve essere delusa.
Giochiamo al gioco delle sedie, io e le altre me.
E soltanto a volte, quando la musica si spegne, riesco a guardarmi forte, attenta e sicura, anche se non sono seduta.
lunedì, marzo 17, 2014
Che poi io nelle sere così, che torno tardi dal lavoro e a Milano ci sono le stelle, e la gente sta cenando o guardando la televisione aspettando il film delle nove, vorrei correre fuori dalla città, ma non troppo, restare in periferia, in un posto buio dove si vedono solo le luci delle tv alle finestre. Vorrei correre lì e restare in silenzio, un attimo solo, a guardare il cielo più limpido, che di sicuro arriverebbe all'improvviso un profumo di fiori.
mercoledì, gennaio 29, 2014
Spettri, di luce
Da qualche parte, io lo so, c'è un posto buio, piccolo e nascosto, dove puoi ficcarci di tutto. Puoi metterci i giocattoli rotti di quando eri bambino, i tuoi preferiti, puoi metterci l'odore delle foglie di pitosforo quando le spezzi, puoi metterci le ombre su un palazzo dell'Est o appoggiare in un cantuccio il rumore del mare sul legno alla fine dell'estate.
martedì, gennaio 21, 2014
Biscotti
domenica, gennaio 12, 2014
Reportage di una strage di parole
Imbracciavano le è contro i perché. Li avevano legati stretti e sbattuti contro il muro senza poter fare altre domande. Nell'afa i così ronzavano confusi finché uno andò a poggiarsi sfinito sui vedrai. Non c'era nemmeno un filo d'aria e i forse si reggevano appena sulle gambe.
Gli ascoltami dal collo lungo cercavano riparo sotto l'ombra dei però e tra i rami si intravedevano dei timidi vorrei che di lì a poco sarebbero caduti a terra tra gli infatti già maturi.
I non, sempre tozzi e tracagnotti, si davano il cambio per fare la guardia ai preziosissimi farò. C'erano impronte di io ovunque, era impossibile capire dove fossero finiti i noi terrorizzati.
All'improvviso, oltre un muro di volevi, si sentirono scoppiare gli ormai in un terribile stridio. Gli ancora si misero a correre cercando riparo oltre le tende e gli ascoltami volarono via veloci frullando le ali coperte da una fitta polvere di se.
Accadde tutto in un secondo. Si sentì uno schianto di avresti potuto insopportabile. Straziati, i mi dispiace si accasciarono per terra aggrappandosi ai ma ancora in piedi che di scatto reagirono sparando agli anche tu. I non smisero di sorvegliare i timidi farò e fuggirono insieme ai lo so più.
Cadde dai però un sempre sfiorito, mentre gli altri, nascosti dal vento, germogliavano appena.
mercoledì, novembre 06, 2013
e non gli ho detto del posto più segreto dove nascondo le paure.
e non glielo dirò, perché so che uscirebbero come mostri da un armadio, indosserebbero i miei vestiti più leggeri e scivolerebbero lungo le pareti dei miei giorni. danzerebbero al centro delle cose, come fanno coi pensieri dei bambini nella notte. non glielo dirò perché finora non ho incontrato mai nessuno che abbia meno paura di me, che non vadano mai via.

martedì, agosto 06, 2013
Quello che è triste, via.
Punto e Virgola. Il tarlo. La stanza 14. Elena, Biagio, i dolori. Il rigurgito al risveglio, i messaggi scoperti all'improvviso. Le bugie, le paure, i tacchi dietro la porta, il profumo in casa. Il pronto soccorso, le eclissi mancate, le feste mancate. La tortora, le parole sbagliate, l'indomani, quello che non andava detto, in bici di notte, le suonerie che non suonano, i baci non dati, il numero 7, i giuramenti finti, le promesse non mantenute, gli sguardi altrove, le prostitute, le sfide. Il Nonno, la nausea, le scritte sui muri. Gli aeroplanini di carta, i viaggi in Polonia, il 14 Giugno, le farfalle e la neve. La cheesecake, il divano, l'addio al celibato, il tempo sprecato, la porta d'ingresso. I biglietti aerei, le chiavi di casa, i vuoti. La paura di morire, Capodanno. Le bugie.
domenica, luglio 14, 2013
Tracce
Ad un certo punto mi sono accorta di essere rimasta in piedi fin troppo a lungo, così all'improvviso ho abbassato lo sguardo per cercare dove sedermi. Intorno a me c'erano mille impronte. Tracce su tracce, in un groviglio imprevisto.
Ho alzato lo sguardo, l'ho chinato di nuovo, c'erano impronte poggiate da anni.
Sono rimasta a guardarle per un tempo infinito. Per capire, per riconoscerle, per ricordarne le traiettorie.
Ho pensato di fare un salto, scavalcarle tutte e spostarmi più in là dove la terra non è ancora battuta. Invece sono rimasta in piedi, immobile e ferma.
C'erano impronte di piedi scalzi, zampe di conigli, stivali da pioggia, i passi nudi di caviglie forti e piedi lunghi. C'era la scia sottile di un tarlo, i miei passi sui tacchi e le mie impronte nude. C'erano pesanti suole di gomma, piedi piccoli, zampe di gatto e passi lenti e leggeri.
C'erano vortici e impronte dritte l'una dietro l'altra, verso di me. C'erano salti e passi in punta di piedi. C'erano orme in direzione contraria che giravano a largo per poi ritornare. C'erano passi lontano da me. E ancora lontano. E confusi ritorni in diagonale. C'erano gocce di pioggia, zampe di uccelli e una scia di venti.
Ho cercato le mie. Ferma su un piede ho cercato con l'altro di ritrovare le mie. Quelle scomposte, pesanti e storte le ho riconosciute prima di tutte. Ho cercato quelle ordinate e le ho trovate accanto a quelle leggere. C'erano impronte soffici e traiettorie sensuali come passi di un tango.
Inginocchiandomi ho disegnato un cerchio intorno alla vita, largo quanto le spalle e profondo tutto il mio peso.
Ho disegnato un cerchio perfetto grande abbastanza per potermi sedere. Ho raddrizzato la schiena, ho guardato oltre il groviglio per vederne la fine e stanca mi sono seduta al centro di tutto.
Sono qui, immobile adesso.
C'è solo una cosa che non riesco a capire.
Tra le tracce che portano a me, non ce n'è una che sia riuscita ad avvicinarsi abbastanza. Tra le tracce che portano a me, non ce n'è una che io abbia lasciato avvicinare abbastanza.
Eppure mi sento aggrovigliata e indifesa.
venerdì, giugno 21, 2013
Contropelo
Quando l'ho accarezzata, le orecchie si sono piegate soffici in avanti. Ho trovato una volpe. Rossa.
sabato, maggio 04, 2013
La prima aveva un tavolo di legno e un pesce alla tv. Vetri lunghi, un maglioncino d'angora spumoso e jeans con i bottoni a forma di gelato. Gazze ladre all'alba e nespole oltre il giardino. Tele umide, alberi a pastello e un cane a dondolo color arcobaleno prova certa del gusto dubbio di Babbo Natale. Una casetta di stoffa coi porcellini. E un lupo. Un corridoio dei passi lunghi, un ripostiglio da cui prendere la rincorsa e un telefono sip unico nascondiglio del facoltosissimo topolino dei miei denti. Aveva una scatola di mattoncini pieni e una fila di matite dalle infinite sfumature. Aveva una maniglia rotta e una collanina di corallo.
La terza aveva libri e riviste in ogni dove, un gatto grigio e pochi quadri alle pareti. Alte finestre dai vetri fin troppo spessi e un grande letto su cui saltare se nessuno ci vedeva. Aveva due piccole risate, di cui una tenera e biondina. Corridoi paurosi nella notte e piste da corsa per il giorno, capanne, un'altalena e spettacoli teatrali di indiscutibile prestigio. Un giradischi, jazz, un tappeto dove ballare o stendersi a pensare, un cane alto ed uno basso. Aveva il profumo della torta di carote e del cream caramel nel forno. Aveva angoli netti e ben precisi.
La quinta aveva tre tazze di latte caldo, un raggio di sole e due gocce di caffè. Un dondolo spericolato e una bicicletta tutta rosa. Mele caramellate e bomboloni, cartoni animati e un piccolo lucchetto a un diario. Il tavolo in legno, fiori a colori sui pantaloni e secchi dentro i vasi. Aveva bisticci indemoniati e un dente perduto chissà dove. C'era profumo di torta alle mele e nel weekend di funghi e miele. Aveva due letti vicini e tantissime cose da dire ad ogni ora. Aveva salami appesi alle pareti e un piccolo fagiolo da allevare. Aveva qualcosa di semplice e normale.
La nona ha pesanti muri di pietra ma cuori leggeri. Ha scale che s'avvitano e porte aperte. Ha vino, fumo e risate a crepapelle. Ha il profumo del pomodoro e pezzi di stoffa ovunque. Penne ai capelli, figlie che vanno e vengono, pantofole rubate. Ha il ritmo giusto del loro amore.
La tredicesima è ora. È qui. È quella col tetto in legno e i quadri appesi. Sono i miei libri, il mio computer, questo divano nuovo e la musica appena. È un guscio dentro cui sono rinata più e più volte. È il vento alle travi e l'albero di magnolie in fondo alla via. La ballerina di tango, il pianoforte che suona tra i camini spenti, il gatto Jerry e la Jole. È il mio passato e un assaggio del mio futuro. Un'orchidea, un Mirò, un pesce rosso, un'altalena, un angelo in pietra e un'infinità di foto che conservo per una nuova parete.
È uno stargate, ora che so che sto per lasciarla.
È questo coraggio che mi porto dentro che lotta da sempre con una paura folle dei cambiamenti.
Questo continuo cercare un posto al sicuro pur sapendo bene che avere una casa non significano quattro pareti.
venerdì, febbraio 22, 2013
Ed ho fatto una fatica immensa per arrivare sin qui. Ho scalato montagne di dubbi e indecisioni. Ho lasciato briciole di oggetti per città e case. Mi sono alzata in piedi un'infinità di volte. Mi sono perdonata il tempo perso e ho imparato a convivere con gli errori che mi sembravano imperdonabili.
Ho battuto le ciglia un numero spropositato di volte, ho strizzato gli occhi al sole e li ho chiusi solo un istante prima di dormire tranquilla davvero.
Ho stretto mani, abbracci e patti a cui ho saputo tener fede, e sciolto nodi strettissimi. Ho scritto tante parole e spinto via con rabbia silenzi inutili. Li ho usati, i silenzi, per mettere distanze lunghe un per sempre.
Ho viaggiato col cuore leggero e mi sono illusa che si potesse alleggerire andando via.
Ho fatto un sacco di salti sul letto, mi sono addormentata distesa a pancia in su spiegando le ali che gioco ad avere. Ho chiesto un guscio, quando poi ho scoperto d'averlo dentro. Ho annusato fiori e capito d'essere una donna a cui piace riceverli.
Ho camminato dentro giorni leggeri e rallentato in quelli più duri.
Ho scoperto di non avere parole perfette, pensieri perfetti, gesti perfetti o sempre soluzioni precise. Non ce le ho proprio, le soluzioni, alle volte. Ed ho anch'io i miei angoli bui, girati i quali nascondo a sorpresa distese di sole ed entusiasmi accesi.
E cambierò ancora luoghi, città e parole, e mi sentirò ancora imperfetta mille volte, a torto o ragione.
E riuscirò a capire quando mettere al timone le sensazioni o la ragione. Senza sentirmi in balia delle incertezze. Con più fiducia.
martedì, novembre 27, 2012
"a modo mio"
"Il punto, però,
poi in fondo...
è che..."
è che non metterei mai il cellophane ad un divano nuovo
è che non so essere sarcastica abbastanza
è che non voglio essere sarcastica per nulla
è che non amo le riviste per donne
è che non mi piace essere spettinata
è che quando sei spettinata spesso è perché sei felice
il punto, però,
poi in fondo...
è che...
mi vedo sempre imperfetta.
è che a voler esser tutto e il contrario di tutto, non sei più nulla.
è che, mi dico, basta sempre solo cambiare prospettiva, mettersi a testa in giù, di lato di fianco.
è che quando ti sembra di voler esser tutto e il contrario di tutto, forse non è vero, forse è solo che sei viva.
e in fondo, io lo so che basta poi sapersi fermare e scegliere.
se togliere il cellophane.
se non essere sarcastica.
se impilare i libri.
se pettinarsi per poi lasciarsi spettinare.
e io non voglio essere una donna differente, io voglio essere una donna che sa scegliere.
domenica, novembre 18, 2012
La questione dei loti, l'altalena e la neve.
Da bambina i loti erano sempre maturi al punto giusto, e per essere maturi, i loti sono molli e rossi.
Da bambina non amavo l'uva per via dei semi, non amavo i torsoli delle mele, non amavo nemmeno i semini dentro l'anguria, le ciliegie e i mandarini. Non amavo i loti perché non accadeva mai di riuscire a finirne uno senza sporcarsi le mani, eppure senza semi o riuscendo a non sporcarsi, i loti, l'uva, le mele, l'anguria, le ciliegie e i mandarini, erano i miei frutti preferiti.
Da bambina, un semino nella frutta poteva farmi venire il malumore.
domenica, maggio 06, 2012
La stanza rossa
Ricordo di aver lasciato aperto uno spiraglio tempo fa. Ricordo d'aver pensato che qualcuno fosse entrato senza che io me ne accorgessi ma, ora lo so, ero io stessa. I cardini si sono fatti duri e arrugginiti in questi anni, non credo di ricordare più dove ho messo la sua chiave.
Ricordo anche d'aver detto che non avrei voluto entrarvi più da sola, nemmeno per scoprire se è cambiata. Ricordo il divano bianco, le sagome e le finestre. Ricordo rose rosse e un dondolo in disparte.
Ricordo tutto di ciò che è stato e non ho curiosità di forzare la porta per aprire.
Nella mia stanza rossa sono sempre entrata sola. E sempre sola mi sono vista dentro. Accade ora qualcosa di diverso e sorprendente.
Non ha più pareti né colori, ne abbatto i muri, il divano non esiste, non esistono le tende. Non ci sono rose rosse, non c'è più un dondolo né finestre.
La mia stanza rossa, che è l'Amore, aspetto di costruirla insieme a te che ancora non ne conosci nemmeno l'esistenza.
Se non vorrai costruirla intorno perché non potrai tollerarne le pareti non avrà finestre, né muri, né vetri.
Se non vorrai che sia bianca, allora la riempiremo di colori o viceversa.
Non avrò paura quando sceglierai per tutti e due. Ma se mi vedi dubitare, lasciami solo un attimo per fare un respiro e ricordare che vuoi costruirla insieme a me, di volerla costruire insieme a te.
La smetto di voler fare tutto sola. Ora io so, che in due, con te, il risultato sarà di certo migliore.
mercoledì, febbraio 22, 2012
Siamo tempo perso
Dieci minuti per il mercurio, cinque minuti per la bustina, tre minuti e mezzo per Abbiategrasso, cinque ore e quattro minuti per la mattina, sette minuti di buffering, diciotto giorni ai ventinove, dodici secondi per il resto, quattro mesi per il caldo.
Di quelle attese che nemmeno ci pensi contro quelle che si serrano ai secondi. Appiccicose.
Io ho solo una strana fretta. Una fretta calma e paziente.
Ho bisogno di qualcosa, so bene cosa ma non so bene quando l'avrò.
Quindi poso i miei minuti, le mie ore, i miei giorni, dentro piccoli soldatini in plastica.
Non fanno guerra né al mio passato, né al presente, men che meno al mio futuro.
Li uso come diversivi.
Per dedicarmi al come, più che al quando.
venerdì, gennaio 20, 2012
e sarai la mia confusione ed io la tua. perché non saprò disegnarti esattamente il limite mentre tu ne cercherai il contorno con affanno.
e farò delle mie curve i tuoi confini. più lievi al ventre, difesi al petto e coraggiosi in braccio, mentre tu ti sporgerai sempre più oltre finché non potrò che scoprirne di nuovi, seguendoti con il mio sguardo.
e diluirò le tue incertezze tra le mie certezze, perché vorrai che io non abbia mai paura... per non averne.
non sarò abbastanza crudele da spiegargli che mille altre volte s'aggrapperà alla mano di qualcuno, sperduto, o cercherà i contorni senza trovarli. non saprò togliergli l'unica paura che lascerà vincere su ogni altra.
e sarà tutto molto più semplice quando finalmente ti vedrò e sarai una creatura oltre il mio confine, oltre la mia immaginazione, e di certo migliore di ogni mia fantasia.
sabato, ottobre 29, 2011
Pause
E ritorno qui...
come un posto in cui trovar pace e silenzio. con l'animo timido di chi non vuol dire, perché finché non dici, scrivi, qualcosa è meno reale. con l'animo colmo di quella calma che è la calma dopo uno strattone, una calma un po' stanca. pensieri ordinati ed esatti. stranamente esatti. precisi.
che non è il tempo stavolta, non sono i sensi né l'aleatorio accadere delle cose.
Che ad un certo punto, dopo tanti giorni, arriva l'attimo in cui ti fermi, in cui ti dici "ho bisogno di fermarmi un momento" perché hai pensato troppo, perché alcuni pensieri fanno male, perché alcuni ti hanno sorpreso, perché altri ti stanno tenendo col fiato sospeso troppo a lungo.
Ed è il fluire degli eventi a cui non puoi sottrarti, lo stesso che con magia e incanto filtri di solito, che ti si presenta davanti in ogni sua posa scomposta e quanto più naturale. e salgono a galla certe paure, così fresche, così cristalline e logiche, che non puoi ignorarle. e tutto quell'andare che è la tua vita, sempre in avanti, sempre teso verso ciò che scegli, alla fine pretende, ti pretende, presente anche verso ciò che lasci indietro, accanto, sotto, sopra. vieni disarcionato e tirato giù, un "stai qui." "te ne prego stai qui." "ti pretendo qui." "ti vorrei qui." "resta qui ancora un attimo e poi torna alla tua vita." che è ormai mite tanto quanto è il mio percepirlo a tratti.
Ho fatto passi tanto lunghi da aver ombre distese e sottili, le cui impronte si sono cancellate, non senza consapevolezza, non senza malinconia, non senza incertezze. ma non voglio, io ho già scelto, essere trascinata altrove. occupo un mio spazio, un tempo le cui architravi voglio che tremino solo se sono io a deciderlo. prepotente in me.
Turbamenti del cuore. Abbracci stretti. Sincronie di pensiero. Logiche paure. Lacrime, sorrisi, rabbia.
Io ho imparato delle regole e non l'ho chiesto. Io ho imparato a capire, a saper leggere, certi momenti e non è una dote aggiunta. Io sono un po' stanca di questo ripetersi di dolori e ferite profonde. Io con viltà galleggio a tratti al di sopra per non affrontare i cambiamenti. Io ho le mie ferite da curare, come tutti e non chiedo nulla a nessuno.
E sono figlia, sorella, madre, nipote, padre, marito, nonna, zia, moglie, cugina, nonno, amica, fidanzata, alessandra... io a volte potrei prendere ogni singolo loro posto. io ho questo mio sentire che a volte mi sfinisce e persino annoia. io non fuggo, io rifiuto che tutto questo, nel bene e nel male, alberghi in me. con serrata distanza, perché non mi tolga il respiro. e non è così soffocante come lo descrivo è più silenzioso e sordo, è una radice profonda che non recido e non alimento. gioisco e piango, sorrido e mi arrabbio, io partecipo di voi, che siete parte di me, con ogni millimetro quadrato del mio esistere. vi appartengo, con prudenza. e spero un giorno di non rendermi conto, troppo tardi, d'aver sbagliato a non farvi entrare ed uscire come correnti e venti nella mia vita. io tengo le porte chiuse, senza mandate. se entrate e non richiudete, le chiudo poi lentamente.
che è in me adesso la più razionale ed esatta delle paure. io non voglio affidarmi perché l'abbandono poi fa troppo male. sono forse adesso la più comune delle creature. un riccio.
e non voglio esserlo, perché so già che io a riccio, rimango ferma e cammino lenta. perché forse non mi fido nemmeno di me stessa. perché forse sono un riccio da troppo tempo. e non so come smettere. e ho timore di non saper essere nulla di meglio.
*e non fatemi spoiler sul film che non l'ho visto. potrei uccidere per molto meno.









