Eppure è come un riccio, non l'avvicino e quando m'avvicina punge più di un ago.
S'appallottola, è vero, e non per farsi coccolare.
Sta lì, ed io distante osservo cambiare le sue forme, nei mesi, incredibilmente veloce tra l'alba e la mattina, sorprendente nella confusione e nella solitudine profonda.
Talvolta m'assale, s'avvolge sul mio grembo, pesante come un sasso e, d'improvviso, senza che m'accorga s'arrampica in gola veloce fino agli occhi.
È morbido, 'sto riccio. Lo sento accoccolarsi tra le pieghe della vita, insolito e disteso.
Sono sua, credo a volte di pensare.
Accoglilo, mi hanno detto.
Ma è così pungente e solitario che non so davvero cosa farci. L'ho scacciato, ho provato ad ingnorarlo. Vorrei lasciarlo indietro, eppure in segreto m'è avvinghiato.
M'asseconda, vedo, e per dimenticarlo cerco di sommergerlo di cose da cui quieto si lascia seppellire. Corro indietro poi alle volte, e come avvinta lo riprendo.
Sono sua, sento a volte di pensare.
M'appartiene questo riccio. Che delle mie storie più incredibili questa forse è la più in-quieta, tenera e purtroppo in-finita.

4 commenti:
C'è da farci amicizia, col nemico, quando non riusciamo a sconfiggerlo, ma forse anche questa una leggenda.. intanto si convive, a volte pazienti, altre molto meno..
è stuzzicante questa metafora del riccio.
hai scelto, nel paragonarlo al dolore, un animaletto che nell'immaginario collettivo è tenero e simpatico nonostante i suoi aculei che hanno una funzione di difesa mai di attacco. ci si affeziona al riccio e spesso si lascia una ciotola in giardino perchè di notte venga a nutrirsi. forse facciamo così anche col dolore, lo nutriamo anzichè tentare di sbarazzarcene, perchè anche se punge ci fa compagnia.
massimolegnani
(orearovescio.wp)
Dici? Non sono una grande amante del conviverci, ma farci i conti sì :)
:) grazie di questo commento, e sì, almeno io credo di volergli lasciare una ciotolina.
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